La guerra al burocratese: un cammino incompiuto

di Daniele Fortis

 

Nel 1940, il Primo Ministro britannico Winston Churchill impartiva al proprio governo queste istruzioni:

Chiedo ai miei colleghi e al loro personale di scrivere testi più brevi, che espongano i punti principali in una sequenza di paragrafi brevi e incisivi. [...]
È ora di mettere fine a frasi come queste: "È altresì di estrema importanza tenere presenti le seguenti considerazioni", o "Dovrebbe essere presa in considerazione la possibilità di porre in essere". La maggior parte di queste frasi fumose non sono che vuota verbosità, e potrebbero essere eliminate o sostituite da una parola sola. Non esitate a usare frasi brevi ed espressive, anche se colloquiali.
I testi redatti secondo i criteri che propongo possono forse sembrare rozzi in confronto alla levigatezza del burocratese. Ma si risparmierà molto tempo; inoltre, la disciplina necessaria a esporre i punti principali in modo conciso aiuterà anche a pensare più chiaramente.
 

Sorprende un po' scoprire che all'estero, oltre sessant'anni fa, c'era chi già diceva ciò di cui i vertici della nostra burocrazia sembrano essersi resi conto l'altro ieri: che è importante, cioè, che l'azione amministrativa si esprima attraverso un linguaggio chiaro e funzionale.

In Italia, le prime riflessioni teoriche sul problema risalgono agli anni Ottanta, ma rimangono circoscritte al mondo accademico e scientifico, e i risultati non vengono travasati nella pratica amministrativa. Quindi, eccettuate alcune apprezzabili ma isolate iniziative di singole amministrazioni, il primo passo concreto verso la semplificazione del linguaggio amministrativo è compiuto nel 1993, con la pubblicazione del Codice di stile delle comunicazioni scritte ad uso delle amministrazioni pubbliche

Il volume, edito dal Dipartimento della Funzione Pubblica e promosso dall'allora ministro Sabino Cassese, si ispira ad analoghe esperienze di altri paesi. Inizia con un'ampia introduzione teorica, cui segue una serie di raccomandazioni per la redazione di testi amministrativi comprensibili. 
Vari gli aspetti affrontati: dall'impostazione grafica del documento alla forma linguistica vera e propria. Estranei al tema della semplificazione, ma ugualmente opportuni, alcuni criteri da seguire per un uso non sessista e non discriminatorio della lingua. Non mancano gli esempi pratici: un'antologia di documenti autentici di vario genere (bandi, moduli, deliberazioni, circolari), con, a fianco, versioni rielaborate secondo i princìpi precedentemente enunciati. In appendice è riportato il vocabolario di base della lingua italiana di Tullio De Mauro: le 7.000 parole di uso più comune, che almeno la metà degli italiani conosce. Da questo insieme si dovrebbero attingere, per quanto possibile, i vocaboli da impiegare nei testi amministrativi.

Purtroppo, il Codice, che avrebbe dovuto diffondersi capillarmente nelle amministrazioni pubbliche, sembra invece aver avuto una circolazione piuttosto limitata, e oggi è quasi introvabile.

Nel 1994, Cassese vara il progetto finalizzato "Semplificazione del linguaggio amministrativo", il cui prodotto più importante vede la luce quando alla guida del Dipartimento c'è Franco Bassanini: si tratta del Manuale di stile (Il Mulino, 1997), curato da Alfredo Fioritto e inteso come la naturale prosecuzione del Codice. Più agile ed essenziale rispetto al suo predecessore, il Manuale vede ridotte al minimo le premesse teoriche. L'intento è infatti quello di fornire agli operatori della pubblica amministrazione un maneggevole strumento di lavoro, da utilizzare nella pratica quotidiana. Il testo è scaricabile sul sito Cantieri PA.

Il libro si divide in tre parti. La prima fornisce suggerimenti – semplici e mai tecnici, come si conviene in un libro non rivolto a specialisti del linguaggio – relativi all'organizzazione logico-concettuale del documento, alla costruzione delle frasi e alla scelta delle parole (i livelli, rispettivamente, testuale, sintattico e lessicale, per chi mastica un po' di linguistica). La seconda è un glossario che spiega circa 500 termini che spesso ricorrono nei testi amministrativi. La terza è una guida all'impaginazione dei documenti.

Il Manuale vende circa 10.000 copie. Le sue parti più significative sono ora scaricabili dal sito web del Dipartimento della Funzione Pubblica.
Da segnalare anche il software Errata corrige - pubblica amministrazione, correttore automatico di testi basato sulle raccomandazioni del Manuale.

Negli anni successivi, varie amministrazioni, sia centrali sia locali (il Ministero del Tesoro, la Regione Molise, il Comune di Lucca, per citarne alcune), intraprendono autonome iniziative di semplificazione dei propri documenti. I corsi di formazione per funzionari e dirigenti si moltiplicano. Il 2002, infine, vede Dipartimento della Funzione Pubblica particolarmente attivo sul fronte della lotta al burocratese.
Il Ministro Frattini emana la Direttiva sulla semplificazione del linguaggio e dei testi amministrativi, che detta regole stilistiche simili a quelle già contenute nel Codice e nel Manuale. È evidente, tuttavia, che queste regole, ora che sono recepite in una vera e propria direttiva, acquistano un carattere più formale, e quindi – entro certi limiti, perché comunque non si tratta di una legge – più vincolante per le amministrazioni.

Inoltre, prende l'avvio il progetto "Chiaro!", nel cui ambito maturano varie iniziative. Un gruppo di esperti fornisce un servizio di assistenza online, a cui le amministrazioni possono rivolgersi per ricevere consigli sulla corretta redazione di un documento, o anche ottenere l'integrale riscrittura di alcuni testi. Nasce "SLAM notizie", bollettino di informazione trimestrale.
Per incentivare gli enti pubblici a migliorare l'efficacia della loro comunicazione, viene ideato il premio "Chiaro!", destinato alle amministrazioni che producono i testi più leggibili: gli enti vincitori possono apporre sui propri documenti il logo del premio, una sorta di marchio che ne attesta la qualità.

Tuttavia, malgrado innegabili progressi, il quadro generale non è idilliaco.
Tutti constatiamo che molti documenti amministrativi in cui ci imbattiamo ogni giorno continuano a pullulare di stilemi cancellereschi: il summenzionato Tizio, il succitato Caio, gli atti all'uopo predisposti, l'espletamento della procedura di che trattasi.
Sono tutt'altro che scomparse le lettere con allegati trasmessi per opportuna conoscenza, indirizzate a codesto spettabile ufficio, che lasciano il mittente in attesa di cortese e sollecito riscontro. Espressioni paludate e vagamente arcaiche hanno tuttora, spesso, la meglio su forme di significato equivalente ma di uso più comune: altresì prevale su anche, laddove su mentrequalora su se, testé su appena/poco fa.
Dieci anni di sforzi tesi alla semplificazione non hanno impedito che molti burocrati seguitino a parlare di soggetti passivi del provvedimento anziché di semplici interessati, ravvisino la necessità di agire in un certo modo più che non lo credano necessario, adottino certe misure non perché è urgente farlo ma perché hanno rilevato l'urgenza di provvedere in merito.

Il burocratese è difficile da debellare, perché occorre sradicare abitudini linguistiche ormai inveterate, fossilizzate da anni e anni di riproduzione passiva e acritica di frasi fatte, formule stereotipe, convenzioni linguistiche obsolete.
Il difetto di fondo della scrittura burocratica, il suo peccato originale, potremmo dire, è che ignora uno dei princìpi cardine della comunicazione: la necessità di adattare il messaggio al destinatario – in questo caso, il cittadino –, tenendo conto delle sue esigenze e delle sue capacità di comprensione. 
Il burocratese non è, come dicono gli esperti di scrittura professionale, reader-focused, ma writer-focused: troppo spesso chi scrive negli enti pubblici lo fa avendo in mente non chi all'esterno leggerà ciò che ha prodotto, ma se stesso, le norme interne da rispettare, i controlli di organi sovrordinati da superare. Molti atti amministrativi sono scritti come se non fossero rivolti a un destinatario in carne ed ossa, come se avessero un'esistenza a sé stante.

Per cambiare il modo di comunicare non basta applicare delle regole astratte apprese da un prontuario: deve cambiare la mentalità, la cultura sottostante, il software of the mind, di cui il linguaggio non è che un riflesso.
Deve consolidarsi l'idea che sono finiti i tempi di un'amministrazione pubblica autoreferenziale, intenta a uno sterile dialogo con se stessa. Gli uomini e le donne della pubblica amministrazione devono mutare la prospettiva in cui si pongono e abituarsi a scrivere – ma alcuni, per fortuna, già lo fanno – in funzione del loro vero interlocutore: il cittadino, senza il quale l'intero apparato burocratico non avrebbe ragione di esistere. E' stata fatta molta strada, ma molta rimane da fare. La tanto auspicata rivoluzione copernicana è a metà.
I salti culturali richiedono tempi lunghi. E forse – mi si tacci pure di pessimismo – un ricambio generazionale.

 


Daniele Fortis
Nato nel 1972, laureato in lettere moderne, lavora presso la Direzione Relazioni Esterne e Comunicazione del Comune di Venezia e collabora con la locale Università. Si interessa di linguistica e di scrittura professionale. La semplificazione del linguaggio amministrativo rappresenta il punto d'incontro fra la sua esperienza di comunicatore pubblico e i suoi interessi in campo linguistico.
Sul Mestiere di Scrivere ha pubblicato anche il quaderno Il Plain Language: quando le istituzioni si fanno capire.
Il suo indirizzo email: daniele.fortis@comune.venezia.it