Scrivere, in compagnia del testo

La scrittura e il lavoro con le parole non sono state una vocazione. Mi sono trovata ad avere a che fare con loro quasi per caso: ho cercato di farlo al meglio, e prima del Mestiere di scrivere senza troppe teorie e riflessioni.
Quando ho cominciato a scrivere di scrittura ho subito cercato conforto nei manuali e per un po’ mi sono anche attenuta rigorosamente a tante ottime regole e indicazioni. Tra queste quelle sul “processo della scrittura”, cui era invariabilmente dedicato il primo capitolo.

Ho così dato ordine al mio processo praticone e istintivo: obbediente al mantra prewriting > writing > rewriting, cioè progetto > redazione > revisione, per anni non mi sono messa a scrivere nemmeno una riga senza la scaletta d’ordinanza davanti.

Poi, pian piano, complici soprattutto i social media e l’esperienza della formazione, sono riscivolata verso i miei metodi un po’ anarchici. A farne le spese è stata soprattutto la scaletta.
Oggi posso farla, e spesso la faccio, ma mi capita anche di mettermi a scrivere direttamente sul foglio bianco con solo un barlume di idea in testa. Funziona anche così.

Se non che, qualche mese fa, sono riuscita finalmente a mettere le mani su un libro spesso citato da giornalisti e scrittori professionali statunitensi, The essential Don Murray, lessons from America’s greatest writing teacher. Un libro specialistico, che raccoglie i saggi di Murray sull’insegnamento della scrittura. Non ve ne consiglio la lettura se non siete un insegnante, ma io che un po’ lo sono vi ho ritrovato tante mie riflessioni e sensazioni di questi anni e anche l’analisi lucida del “perché” a un certo punto ho buttato giù la scaletta dall’edificio testuale in costruzione.

Quello che vi propongo sono i miei appunti dal libro, filtrati attraverso il mio rapporto quotidiano con la pagina. Bianca, appuntata, con tutte le revisioni e infine col testo pulito e definitivo.

 

Scrivere, creativamente o professionalmente per usare una suddivisione di comodo cui non do più molta importanza, è sì un’attività che si svolge in solitudine ma se ci pensiamo bene non siamo poi così soli. C’è sempre il testo con noi.
Scrivere non è un'attività che puoi facilmente scomporre in fasi come un processo ingegneristico e il testo è una materia viva che ha una sua voce, con cui possiamo interagire, cui porre domande e ottenere risposte.
La migliore guida è la scrittura stessa durante il suo farsi.

Se oggi mi capita sempre più spesso di mettermi a scrivere anche se non ho la scaletta ma solo un’idea di cosa mi piacerebbe dire, è perché ho imparato ad ascoltare questa voce, ad abbandonarmi e a fidarmi di lei.

Condivido in pieno la definizione di Don Murray: “Il processo della scrittura è la scoperta del significato attraverso il linguaggio.” Più scriviamo, più ci chiariamo le idee e più elementi acquisiamo per andare avanti.
La scrittura è come una lente: bisogna guardarci dentro per vedere cosa può aiutarci a rendere il testo più espressivo ed efficace.

Mi piace pensare che il testo non è il prodotto solo del suo autore, ma anche di sé stesso. Il testo parla con l’autore che scrive e gli dà continui suggerimenti. Mentre mettiamo le parole e le frasi una dietro l’altra, mente e memoria lavorano nella loro misteriosa officina producendo manufatti a sorpresa. A volte basta una sola parola per aprirci un nuovo territorio.
Perché questo accada giova ogni tanto abbassare i propri standard, lasciare perdere appunti e scalette, semplicemente scrivere sospendendo il giudizio su quanto stiamo scrivendo.

Rifletteteci quando scriverete il vostro prossimo testo. Davvero la scrittura è un processo lineare, o piuttosto un continuo andare avanti e indietro lungo il testo, in cui scrittura e lettura non fanno che intrecciarsi?

Murray descrive la scrittura come una conversazione tra due artigiani al bancone da lavoro. Uno parla, l’altro ascolta. Uno fa una proposta, l’altro ci riflette. Uno agisce, l’altro controlla. Attraverso questa collaborazione si individuano, si discutono e si definiscono i problemi; si propongono, si suggeriscono, si respingono e si accettano soluzioni.

Imparare a osservare questa concitata collaborazione nella nostra testa è incoraggiante, perché ci fa sentire meno soli e con molte più risorse. All’inizio non è facile sintonizzarsi, perché si tratta di una lettura interiore sottile e sofisticata, che osserva ed esamina le parole anche un attimo prima che siano consegnate alla pagina.

Se ci mettiamo in ascolto di queste voci, ci accorgiamo che il processo della scrittura non sempre ha fasi divise da solidi steccati, ma qualche volta assomiglia a una corrente cui è utile e piacevole lasciarsi andare.

Nelle diverse fasi, si intrecciano infatti almeno quattro attività:

  • raccogliere
    come esseri umani siamo cacciatori e magazzinieri: non facciamo altro che raccogliere dati e informazioni, in maniera consapevole e mirata o inconscia, attraverso i nostri sensi e le nostre ricerche; mentre prepariamo un testo diventiamo una specie di calamita che attira tutto ciò che ha a che fare con il nostro tema
  • connettere
    appena aggiungiamo anche una piccola informazione al nostro magazzino, scatta il bisogno di collegarla con ciò che già abbiamo e sappiamo: discriminiamo, selezioniamo le informazioni più significative, costruiamo catene di informazioni, le proiettiamo nel futuro, scopriamo nuove griglie con cui cerchiamo nuove informazioni e vediamo cose che non avevamo visto prima
  • scrivere
    appena il disegno, anche solo abbozzato, emerge, sentiamo il bisogno di metterci a scrivere per fissarlo, osservarne la forma, ascoltarne il suono
     
  • leggere
    non leggiamo solo alla fine, ma anche mentre prendiamo appunti e scriviamo; anche una sola nuova frase fa scattare il bisogno di verificare subito come si inserisce con quanto viene prima e quanto viene dopo.

La fase di prewriting è la più misteriosa, perché la meno osservabile e documentata. Avviene nella testa dell’autore e si compone di mille frammenti di carta, di bit, di memoria. Può essere lunghissima o brevissima, a seconda di come ognuno di noi funziona. Scoprirlo, ve lo assicuro, aiuta assai e risparmia molti patemi d’animo.

Murray propone un nuovo termine, che sposo in pieno perché definisce meglio quello che ci succede prima di mettere concretamente mano a un testo. Il termine è rehearsing: recitare, fare le prove, come a teatro.
In effetti, nella fase di prewriting si scrive, cioè si mettono insieme le informazioni e i materiali, si fanno mappe e scalette, ma la vera attività iniziale - senza pc e senza penna - è quel continuo parlare con se stessi in cui un'idea si fa strada nella mente, in cui anche una piccola frase viene ripetuta e limata più e più volte con l'ascolto interiore. Può essere l'idea di un libro, un titolo, alcune battute di un dialogo, un post.
Vi siete mai sorpresi a mormorare prima di scrivere? Proprio come fanno i bambini che annunciano ad alta voce quello che vogliono scrivere o disegnare?
State facendo le prove del testo prima che vada in scena.

Il dialogo interiore prende naturalmente anche la forma di appunti: liste, scalette, titoli, frammenti, note.

Tutto è pronto per la fase di redazione, che in genere scatta quando:

  • i materiali raccolti sono talmente tanti che chiedono di prendere forma in una prima stesura
  • l’autore è talmente coinvolto dal suo tema da volerlo condividere al più presto
  • l’autore si rende conto che c’è un pubblico che aspetta
  • la scadenza per la consegna si avvicina pericolosamente.

Siamo alla redazione vera e propria, quella fase centrale in cui è bene spegnere ogni distrazione (se non forse una buona musica), organizzarsi per avere un certo numero di ore davanti e… correre senza fermarsi. “Non voltarti indietro! Sì, la prima bozza ha bisogno di essere sistemata, ma prima ancora ha bisogno di essere scritta.” raccomanda Murray.

Correre è importante, perché sguinzaglia le parole e dà loro un ritmo. Così come è importante accettare di scrivere la prima bozza anche “così così” senza fermarsi a rifinire. Mettete a tacere l’editor che è in voi. Meglio inseguire la suggestione di una parola, di una nuova idea e fissarle subito prima che svaniscono. Per verificarne coerenza e tenuta per fortuna c’è la revisione.

“Che bello avere finalmente la bozza in mano!”

Non so per voi, ma per me la revisione è la fase più bella, divertente e istruttiva, cui dedico la maggior parte del tempo. Finalmente libera dall’ansia, mi godo l’esplorazione del territorio che si estende sotto i miei occhi e comincio il “gioco delle alternative”. Leggo con calma, pronuncio e scrivo tutte le alternative che mi vengono in mente, sia a livello lessicale sia sintattico. Sposto, cambio, osservo, ascolto. Alla fine decido, ma gli “scarti” sono tutt'altro che tali e restano nella mia memoria di lavoro, pronti per concimare altri testi a venire.

“Non ci sono regole, né assoluti, solo alternative. Quello che funziona una volta può non funzionare un’altra. La scrittura è tutta sperimentale.” Miglioriamo la nostra espressione scritta se lavoriamo sull’abbondanza, fatta di cose eccellenti, di cose mediocri e qualche volta di cose pessime. Tutto serve.

Anche durante la revisione l’autore parlotta continuamente con il testo, ne coglie i suggerimenti, li traduce in pratica e poi riascolta. E' una fase “tutta orecchie”.

Agli occhi è dedicato invece il gran finale, la prova generale per verificare se anche la forma del testo ne rispecchia lo spirito e la funzione.

Se siete animali visivi, la potete anche rigirare così: prevision (immagino come sarà) > vision (mentre scrivo la guardo dall'alto come una mappa) > revision (la esploro nei particolari e ne raddrizzo i percorsi più tortuosi).