Quest'anno io e le mie colleghe abbiamo fatto una drastica scelta di "leggerezza", come avevo già raccontato in un'altra pagina di questo sito.
Il nostro stile spartano ci convinceva a pieno e ne eravamo piuttosto orgogliose, certe di essere assolutamente in linea con quanto sicuramente stavano facendo anche le altre aziende cosiddette "leader di mercato".
Ma già un primo giro degli stand si è rivelato una sorpresa. "Che fine ha fatto la brochure?" mi ero chiesta solo due mesi fa sulle pagine di questo sito. Be' ora ho la risposta: sono tutte negli stand delle aziende di Information Technology. Che producono brochure costose, pesanti e illeggibili, indistinguibili l'una dall'altra se non per il logo aziendale.
Me ne sono riempita una sporta e una volta tornata in ufficio me le sono guardate (leggerle sarebbe stato una vera tortura) una per una. Il senso di monotonia e di noia mi ha assalita: copertine lussuose neanche si trattasse di preziosi saggi, corredo di immagini con donne, manager e bambini (di vari colori, naturalmente) sorridenti e festosi davanti a tastiere e pc, linguaggio del peggior market/corporatese (ma non avevamo tutti firmato il Cluetrain Manifesto?).
Solo qualche esempio di titoli e slogan:
In Alice nel Paese delle Meraviglie, ad Alice che non sa dove andare il gatto fa acutamente notare: "Se non ti importa di dove stai andando, non fa nessuna differenza quale sentiero prendi". Tra gli stand del Forum PA si aveva proprio la sensazione che le aziende italiane di informatica e telecomunicazioni non sapessero dove andare e che girassero un po' a vuoto, affidandosi a parole e discorsi vuoti.
Naturalmente non è così, perché c'erano fior di aziende che il loro business sanno farlo alla grande, solo che i loro stand, le loro brochure, gli schermi dei loro computer sembravano non riuscire a rappresentarlo. Come se ci fosse una frattura fra l'azienda e la sua comunicazione.
Eppure ogni azienda vince sul mercato non per ciò che la rende uguale, ma per ciò che la rende "unica" e diversa dai concorrenti. Perché noi comunicatori riusciamo sempre meno a farci interpreti di questa unicità?
Poniamo questa domanda ai colleghi del marketing e ai vertici aziendali e ripartiamo da lì. Se non riusciamo ad avere delle risposte convincenti, proviamo a rispondere da soli a una serie di domande apparentemente ingenue e "facili facili", quali:
Facciamo un brainstorming con i colleghi, buttiamo giù un elenco di "unicità", sottoponiamolo alle funzioni aziendali più importanti, discutiamone, arriviamo alla nostra USP, facciamola approvare dall'amministratore delegato e basiamo su di essa tutta la nostra comunicazione interna ed esterna: intranet, tagline e testi del sito internet, payoff da riportare in tutta la documentazione istituzionale e di prodotto, comunicati stampa.
Naturalmente la nostra USP deve riferirsi a qualcosa di molto reale e concreto (abbiamo i prezzi più bassi, siamo leader di mercato e quindi i più bravi ed affidabili, abbiamo un servizio di assistenza che ti risolve il problema entro le 24 ore, il nostro magazzino ha sempre disponibile il pezzo che ti serve) e non assomigliare a quelle solenni e retoriche dichiarazioni che sono le mission e le vision.Quando l'USP è chiara, anche il lavoro del comunicatore diventa molto più semplice ed efficace.
Il metodo è casareccio, ma vi assicuro che funziona e che dopo un po' si diventa davvero allergici al "già visto e già sentito". Non è detto che dopo i nostri testi saranno perfetti e originalissimi, ma anche quando saremo costretti a fare i nostri compromessi con il corporatese, li faremo consapevolmente e con un po' di vergogna. Sensazione sgradevole sul momento, ma effetto salutare sui tempi medio-lunghi.