
Le recensioni dei lettori su Anobii.
Il Domenicale, 9 febbraio 2008.
Maria Rosa Logozzo su NetOne.
Luciana Rossi su DireFareScrivere.
Lucia Vellandi su TSW Blog.
Miriam Bertoli su Colore Rosso.
Luca Rosati su Apotheca.
Elena Veronesi su Verox Brain Blog.
Alberto Cellotto su BrandForum (sezione Books).
Massimo Mantellini su Manteblog.
Mauro Lupi su Mauro Lupi's Blog.
Carlo d'Angiò su YouTube (dopo circa 1 minuto e 30).
Marco Denti su Lettera.
Matteo Brunati su Casual.info.in.a.bottle
Marco Pini su ilMac.net
Alberto Ardizzone su Porte aperte sul web
Lucia Deborah su Tafter
***
***
di Mariella Governo e Alessandro Lucchini
le 5 W
la notizia, innanzitutto
la struttura del testo
l'ABC dell'addetto stampa
la forma del comunicato
vendere la notizia
la tempestività
il diritto di rettifica
la distribuzione
Le mitiche 5 W sono sufficienti a scrivere un buon attacco di un comunicato stampa? Se c’è la notizia sì, in genere. Se la notizia manca, come spesso accade, le tecniche appaiono sterili. E il buon comunicatore deve darsi da fare per tirare fuori un’idea che faccia presa da prodotti generici, eventi, risultati, spesso banali. Deve imparare a infrangere un modello lineare applicando logiche meno ordinarie.
Come ha fatto il presidente delle Maldive, Mohammed Nasheed, un ex giornalista impegnato in cause ambientaliste, per attirare l’attenzione sui gravi problemi del suo territorio. Ha trasformato una consueta riunione del Consiglio dei Ministri in un evento coreografico che ha avuto una eco mondiale.
Cosi scrive l’Ansa il 18 ottobre 2009:
Maldive, riunione di governo sotto il mare
Il governo delle Maldive ha tenuto la prima riunione al mondo di un esecutivo sotto il mare. Lo riferisce un comunicato stampa governativo. È successo stamattina alle 10.30 locali, le 06.00 in Italia, quando l'esecutivo dell'arcipelago corallino, sotto la direzione del presidente Mohamed Nasheed, si è immerso nei pressi della capitale Malé per sensibilizzare il mondo sui cambiamenti climatici e il riscaldamento globale che minacciano l'esistenza delle Maldive. Sott'acqua, l'esecutivo ha sottoscritto una dichiarazione che sarà poi inviata a Copenaghen dove si riunirà la conferenza Onu sul clima.
Questo argomento è curioso, esotico e di tendenza. Ma ogni argomento, anche quello più banale, può essere messo in risalto e reso notiziabile, con l’uso delle tecniche e delle idee.
Questo testo illustra soprattutto le tecniche necessarie per scrivere un buon comunicato stampa. Anche le buone idee, che sia chiaro, hanno bisogno di molto allenamento.
le 5 W
"Lei conosce le Faiv Dabliu?"
Come ogni professione, anche il giornalismo ha la sua epica: cose che in realtà non succedono, o succedono raramente, ma chiunque giura che sono successe proprio a lui, tanti anni fa.
Ogni giornalista racconta che fu aggredito, il primo giorno in redazione, da questa domanda del direttore.
E che dopo qualche attimo di panico e di ricerca mnemonica tra le sigle, gli slogan, gli aneddoti ascoltati dagli amici o carpiti dai manuali, dovette ammettere che no, non le conosceva.
E che allora il direttore, impugnato il gessetto, si piazzò davanti alla lavagna e cominciò a scrivere:
5 W =
Who > chi
What > che cosa
Where > dove
When > quando
Why > perché
Poi cominciò il sermone: "La notizia! Subito la notizia, guai a svolazzare su tortuose introduzioni che irritano il lettore. Diamo subito la notizia: chi ha fatto che cosa, dove l’ha fatto, quando e perché. Tutto questo nelle prime righe. Noi siamo cronisti, dobbiamo stare sui fatti. Solo dopo che abbiamo raccontato i fatti possiamo permetterci il lusso di analizzarli, interpretarli, commentarli. Prima di tutto la notizia!"
Questa regola, anche fuori dalla lezioncina, è validissima.
E se lo è per i giornalisti che scrivono un articolo, ancor più lo è per chi ai giornalisti si rivolge: l’addetto stampa, la persona che - principalmente, o tra cento altre mansioni - scrive appunto i comunicati stampa.
la notizia, innanzitutto
Dice il direttore di un grande giornale tedesco a un giovane redattore il primo giorno dell’assunzione: “Quando scriverà un articolo, si ricordi che ogni frase ha un soggetto, un predicato, un complemento oggetto. Punto. Se una volta sentirà il desiderio di usare un aggettivo venga prima a chiedermi il permesso.”
Un indirizzo di rigore, questo, ispirato al purismo giornalistico, a una tecnica di base precisa – da agenzia di stampa - che vuole prose scarne, essenziali, scevre di ogni contorcimento della forma, se possibile senza aggettivi; periodi di pura informazione, senza interpretazioni, prese di posizione, giudizi di merito (se occorrono, scrupolosamente virgolettati); testi snelli, essenziali, che puntano dritto al sodo e che aprono in modo accattivante.
Così, per esempio, un comunicato stampa di Altro consumo dell’11 settembre 2009
Non restare imbottigliato!. Parte la campagna bevi l'acqua di casa
Via i pregiudizi: l'acqua del rubinetto è di buona qualità nelle maggiori città italiane. Eccellente a Potenza e Campobasso, e in altre otto città del centro-sud. Bocciata solo l'acqua di Reggio Calabria, per infiltrazioni di sale oltre i limiti consentiti. Altroconsumo ha verificato, con un’inchiesta in 35 citta' su qualità e tariffe acqua potabile le caratteristiche che rendono un'acqua di qualità, come durezza, residuo fisso, sodio, cloriti, nitrati. E anche la sicurezza, controllando in laboratorio se vi fossero inquinanti tra i più insidiosi e incriminati, come metalli pesanti, pesticidi e solventi. Vagliata anche l'eventuale presenza di interferenti endocrini, nuovi contaminanti che potrebbero interferire sul sistema ormonale. Tutto in regola.
Le poche righe dell'attacco racchiudono le informazioni essenziali, ma sono anche di stimolo a proseguire la lettura. E’ un attacco scarno ma anche curioso per il giornalista. Sono attacchi reader-focused: si rivolgono infatti al lettore, e prima al giornalista, che ha bisogno di individuare subito le notizie fondamentali.
Invece di
Altroconsumo, l’associazione di consumatori indipendente, la prima e la più diffusa in Italia con i suoi 300.000 soci, ha condotto una ricerca in 35 città italiane in merito alla qualità e alle tariffe dell’acqua. Dopo avere verificato tutte le caratteristiche che rendono un'acqua di qualità, come durezza, residuo fisso, sodio, cloriti, nitrati, ha approfondito anche la sicurezza, controllando in laboratorio se vi fossero inquinanti tra i più insidiosi e incriminati, come metalli pesanti, pesticidi e solventi. E’ stata vagliata anche l'eventuale presenza di interferenti endocrini, nuovi contaminanti che potrebbero interferire sul sistema ormonale. Altro consumo, al termine dell’indagine, ha stabilito che tutto è in regola.
Il testo è più o meno quello di prima, ma è in stile temino di scuola, è meno curioso perché l’attacco è focalizzato su chi scrive il comunicato stampa (writer-focused) e non su chi, il giornalista, lo deve leggere e utilizzare come strumento di lavoro.
E ancora:
Per una riunione di bilancio, ad esempio: subito i dati nelle prime righe, fatturato, utili, sviluppo; poi l'acquisizione di nuovi mercati, la posizione rispetto alla concorrenza o l'andamento del personale.
Come questo, arrivato via email da Indesit il 26 marzo 2009:
Confermati i dati del bilancio consolidato già comunicati a febbraio: fatturato 2008 a 3.154,9 milioni (-7,4% a cambi correnti); a cambi costanti fatturato a -3,2%; Ebit a 140,6 milioni (-26,9% a cambi correnti); a cambi costanti Ebit a +18,5%. Il Consiglio di Amministrazione di Indesit Company propone all’Assemblea di non distribuire il dividendo per il 2008. La crisi dei mercati e l’andamento sfavorevole dei cambi penalizzano i risultati dell’Azienda.
E così per una gara sponsorizzata dall'azienda: subito il risultato, e non tanto per l'interesse sportivo, quanto per la sua influenza sugli obiettivi dell'azienda stessa; quindi le riflessioni sul ritorno d'immagine e la dichiarazione emozionata del presidente.
Il tutto deve essere condensato in 15-20 righe.
È sorprendente, ma molti dei comunicati che piovono sui tavoli delle redazioni - quasi sempre via e-nascosti in un attachment - sono composti da più di 5-6 pagine, magari con il fatto davvero interessante messo quasi in fondo, a pagina 4, come per caso.
la struttura del testo
Una sintassi all’americana, tipica del giornalismo d’agenzia, quello cioè delle agenzie di stampa, tipo ANSA e AGI:
soggetto, verbo, complemento oggetto, complementi di tempo e di luogo e infine gli altri complementi.
Sarà compito del redattore interpretare, commentare, e usare anche una forma più "rotonda".
Qualche altra indicazione pratica:
Non dimentichiamo, poi, gli elementi di corredo al testo: il titolo, un sommarietto, le didascalie alle foto.
Dotare il testo di tutti gli elementi di corredo non significa mortificare la professione del giornalista, ridurre il suo spazio creativo con la pappa pronta; significa, semplicemente, facilitare il suo lavoro.
Per un redattore, che vive in continua lotta con i minuti, poter limitare la propria concentrazione alla decisione “interessa o non interessa?”, e se interessa poter prendere il comunicato e passarlo, così com’è, in composizione, è veramente il massimo: meno fatica, meno dispersione di tempo, meno rischi di errori o di malintesi.
Uno degli errori più frequenti che si commettono inviando i comunicati ai giornalisti e che puntualmente rivivono, come errori, negli articoli pubblicati, è quello di mettere tutte le informazioni essenziali nel titolo (data, luogo e tema di un evento) e non riportarli nell’attacco: il giornalista, che oltre ad avere sempre fretta a volte è anche un po’ distratto, prende il comunicato, taglia le 15 righe di testa, mette tutti i verbi al passato ("si è svolta", anziché "si svolgerà") e le passa. Nella cronaca uscirà una colonnina sul nostro evento, magari con una bella foto, e nessuno saprà dove si è svolto quell’evento e quando.
Attenzione, precisione, prudenza, cura del dettaglio e scrupolo nel controllo, sono perciò necessari per ridurre al minimo il rischio di far danni.
l'ABC dell'addetto stampa
Una regola d’oro dell’addetto stampa è racchiusa nella comunissima sigla ABC, che equivale a:
Accuratezza
Essere sicuri di ciò che si scrive: controllare le informazioni dalla fonte ufficiale, controllare le cifre, i dati, evitare errori di grammatica e di sintassi.
Brevità
Concentrare il comunicato nel minor numero di parole, abolendo aggettivi e avverbi superflui e ogni altro tipo di involuzione della forma.
Chiarezza
Parlare lo stesso linguaggio del lettore, ossia del giornalista, che a propria volta dovrà parlare quello dei suoi lettori: facilitargli il compito vorrà dire migliorare il nostro risultato. Un’idea in ogni periodo; un concetto compiuto in ogni frase; sequenze lineari e ben ritmate di soggetti, verbi e complementi.
Con riferimento alla brevità: è un dono che non tutti hanno, si sa. Daniel Pennac, nel suo Come un romanzo, racconta della capacità di suo fratello di riassumere Guerra e Pace così: "È la storia di una ragazza che ama un tizio e poi sposa un terzo".
la forma del comunicato
Se lo scrivete in formato word e lo mettete in attachment, strutturate il testo per paragrafi e brevi blocchi di testo.
Scrivete in alto “Comunicato stampa”. O “Nota stampa”, o “Informazioni per la stampa. In apertura, grande, molto evidente. Nella montagna di messaggi che piombano a qualsiasi ora sul tavolo o nella casella di posta elettronica del giornalista è utile far distinguere un comunicato dalla missiva di un lettore.
Non limitarsi, insomma, a una troppo discreta "preghiera di pubblicazione" a pie' pagina o in testa all’email.
Il giornalista usa abitualmente la tecnica della lettura veloce: legge cioè con una specie di scanner mentale. Per questo dobbiamo usare una forma grafica che faccia uscire la notizia, una specie di guida all’essenziale: tutto maiuscolo i titoli, in corsivo i sommarietti, in neretto le parole chiave del testo.
E sempre caratteri bastoni tipo Arial o Verdana, più lineari dei graziati e con meno rischi di impastature, soprattutto sul web.
Ormai i comunicati si scrivono soprattutto nel corpo dell’email: quindi l’attenzione maggiore va messa, oltre che nella brevità ed essenzialità dell’attacco, nella cura delle parole da mettere nell’oggetto come possiamo vedere nell’ultima parte di questo contributo.
vendere la notizia
Quel direttore col gessetto e la lavagnetta probabilmente si scandalizzerebbe se sentisse dire che ai suoi redattori vanno vendute le notizie. "Noi la notizia la conquistiamo - tuonerebbe - è il nostro mestiere! Andiamo a cercarla, piombiamo sul luogo in cui è nata, la strappiamo alle grinfie del racconto orale che in pochi minuti la stravolgerebbe, e la consegniamo, pulita, vera, essenziale, ai lettori". Niente da eccepire.
Vendere la notizia, però, ha il senso più generale di far accettare al nostro interlocutore un’idea che proviene da noi. Avete presente il Presidente delle Maldive citato all’inizio: se fossimo così bravi anche noi a vendere un’idea a tutto il mondo, efficace e senza costi!
Per farlo dobbiamo semplicemente metterci nei suoi panni, parlare il suo linguaggio, risolvere le sue esigenze. Ciò significa che, una volta preparata la notizia, dovremo assicurarci che sia acquistabile (ossia accettabile) dal nostro interlocutore, il giornalista appunto.
E sottolineiamo il giornalista, il singolo, l’uomo o la donna, non la stampa, genericamente.
Non esiste, infatti, una lista di giornalisti così omogenea che possa permetterci di trattare una notizia in modo uguale per tutti.
Esistono invece notizie che possono interessare, per i loro molteplici risvolti, varie sezioni di un giornale.
Qualche numero, dato statistico, percentuale di confronto in più andrà dunque offerto ai giornalisti economici; qualche osservazione di tendenza ai giornalisti di costume; un particolare stimolo di curiosità a chi scrive di attualità; qualche nota più dotta a chi è alla cultura.
Troppo? Non c’è il tempo per scrivere tanti comunicati diversi sulla stessa notizia?
Allora diamo a ciascuno la possibilità di approfondire il tema che gli serve. Costruiamo il testo base, sintetico, completo, e poi alleghiamo delle note di approfondimento, divise per tema, che il redattore selezionerà in base all’interesse dei suoi lettori.
E comunque, riflettiamo: a quanti giornalisti dobbiamo inviare il comunicato? Trenta? Cinquanta? Cento? Si tratta sempre di numeri che consentono un tocco personale.
Magari solo con una nota di accompagnamento via email, o una telefonata che anticipa l’invio del comunicato, favorendone così l’accoglienza e preparandone l’interesse.
la tempestività
Ci sono alcuni casi in cui buona parte delle regole fin qui descritte può saltare.
La forma, la musicalità, la grafica, possono essere trascurate a vantaggio della tempestività.
Salta un amministratore delegato, si conclude un importante accordo di acquisizione o di joint-venture con altre aziende, si trova la soluzione di una vertenza sindacale, si firma un grosso contratto di sponsorizzazione: se l’ora è tarda e i giornalisti attendono la notizia, il comunicato dovrà uscire rapidamente!
Allora lo scriviamo in uno stile essenziale e asciutto. E ovviamente uguale per tutti.
il diritto di rettifica
La legge italiana sulla stampa sancisce il diritto che ognuno di noi ha, se è stato danneggiato da un articolo, di ottenere la pubblicazione di una rettifica sullo stesso giornale.
Chissà perché, però, l’articolo che ci danneggia è lungo almeno un quarto di pagina, mentre quello che ci chiede scusa non supera le tre righe, e sta in fondo al giornale, nella cronaca di quartiere.
Comunque, a meno che non si tratti di danni gravi, che si combattono a colpi di querela, la via più conveniente è la composizione di buon senso, una specie di constatazione amichevole, nella quale è opportuno far notare al giornalista che ha frainteso la notizia, che la prossima volta dovrebbe stare più attento.
Non sono mai opportune le minacce, né le esibizioni di risentimento.
Anche con i giornalisti, come sempre nella vita, meglio essere in credito.
la distribuzione
Qui le vecchie e sane regole di redazione non valgono più. Con la rete tutto cambia e il comunicato stampa si manda per email o si mette sul sito aziendale, o addirittura sui social network.
La posta elettronica è una tecnologia semplice e leggera. È facile consegnare via posta elettronica le novità della nostra azienda nella casella postale del giornalista. Ma attenzione: usata male passa inosservata o provoca fastidio.
Quando il nostro giornalista apre l’email (se la apre) facciamogli trovare subito tutte le informazioni essenziali nella prima schermata: oltre al comunicato stampa visibile sul video scriviamo, in alto a sinistra, i credit dell’azienda e il nostro nome (quelle informazioni che in genere sulla carta lasciamo in fondo).
Evitiamo quindi di mandargli attachment che non ha tempo di aprire oppure non riesce ad aprire, fotografie difficili da scaricare, o un lungo elenco di indirizzi Internet.
Se ci mettiamo dal suo punto di vista abbiamo molte possibilità di essere notati.
E soprattutto incuriosiamolo: l’email deve avere un oggetto chiaro e non generico, tipo “Comunicato stampa”. Come dice Beppe Severgnini, questa è la via veloce verso il cestino. Il testo deve essere breve, massimo due schermate. Per ulteriori approfondimenti aggiungetegli l'URL della pagina di approfondimento sul vostro sito e se volete anche l'URL della home page del sito.
Mariella Governo, giornalista e consulente di comunicazione e formazione. Il suo sito è www.mariellagoverno.it. Sul questo sito ha pubblicato anche il quaderno Il comunicato stampa. Tradizione e attualità di uno strumento di lavoro.
Alessandro Lucchini, giornalista, copywriter, docente di business writing, fondatore della Palestra della Scrittura.
***
***
***
Interviste a Luisa Carrada
Come scrivere un'email di lavoro e non essere cestinati (Job 24, Il Sole 24 Ore, 2009)
Confindustria a lezione di business writing (confindustria.it, 2008)
Come scrivere sul web? (Internet Magazine, 2008)
Le parole al lavoro tra carta e web (Il Giornale di Vicenza, 9 maggio 2008)
Scrivere per mestiere (Lavorare.net, 2008)
Il mestiere di scrivere (La mia carriera, 2008)
Scrivere per il web, intervista del Tagliaerbe (Tagliablog, 2008)
Tre minuti con... Luisa Carrada (Marchètting, 2007)
Unisofia (2007)
Raccontare le organizzazioni, in poche parole (Università La Sapienza, 2006)
Il mestiere di scrivere dell'arte (Pocherighe, 2006)
Ospite sull'Enterprise di Armando Adolgiso (2002)
Scrivere per il Web: intervista di Andrea Spila (html.it, 2001)
Che mestiere fai? Io?... scrivo! intervista di Giacomo Revelli (Mentelocale 2002)
Testi chiari per parlare a tutti (FucinaWeb, 2002)
Una prosa leggera (Caffé Europa 2001)
Video
Un pomeriggio alla Treccani (2009)
Le slide: scritture formato paesaggio (Mastercom, San Marino 2009)
Il mestiere di scrivere, The Magazine Post > link TMP Books (2008)
Le videointerviste di Stylos (2008)
I corporate blog a Intermediando (2007)
Luisa Carrada intervista Sergio Maistrello (2007)
Il mestiere dell'ufficio stampa (2007)
Articoli di Luisa Carrada
La voce della parola scritta (ferpi.it, ottobre 2008)
Prefazione all'edizione italiana di Presentation Zen, di Garr Reynolds (ottobre 2008)
Pillole di comunicazione: l'email (Noi. Magazine, house organ di Telecom Italia, marzo-aprile 2008)
Le formule dell'email (Internazionale, 22 dicembre 2006)
Da diversi anni Luisa Carrada insegna scrittura professionale in aziende, pubbliche amministrazioni, università.
Scrittura sulla carta e scrittura sul web: spesso insieme, perché è ormai convinta che non ci sia più una grandissima differenza.
Il web sta cambiando profondamente il nostro modo di leggere e scrivere anche sulla carta.
Può insegnare a tante persone in una grande aula o organizzare laboratori di scrittura per piccoli gruppi, dove analizzare insieme i problemi testuali e trovare soluzioni concrete riscrivendo o scrivendo i testi reali di un’organizzazione.
Soprattutto, ha insegnato qui:
ABI
Banca Carige
Confindustria
CTS
Fondazione Querini Stampalia
Intesa Sanpaolo
Radiotelevisione della Svizzera Italiana
SACE
Telecom Italia
Zanichelli
Commissione Europea
Associazione per lo Sviluppo della Valutazione e l’Analisi delle Politiche Pubbliche
Comune di Forlì
Comune di Jesolo
Inail
Italia Lavoro
Provincia di Cagliari
Provincia di Venezia
Mastercom
Corso Nuovi Giornalismi, di LUISS e Internazionale
Writing School, LUISS
Università Roma 3
Università di Pisa
***
***
***
***
***
***
***
***

questo è il sito che mi sarebbe piaciuto trovare su internet per fare meglio il mio lavoro. E siccome non c'era, alla fine ho deciso di farlo io.
Era l'inizio del 1999: dieci anni che sono davvero volati. Allora, lavoravo in una grande azienda high-tech come copywriter ed editor, un lavoro divertente e ingrato, che consiste nel far esprimere e comunicare l'azienda al meglio attraverso le parole. In pratica, significa scrivere, curare, correggere, seguire una quantità di testi su tanti strumenti di comunicazione diversi: brochure, documenti interni, presentazioni, pubblicità, discorsi del management, la intranet aziendale, il sito internet, il bilancio annuale. Ma significa farlo dando all'azienda un'unica voce, un unico stile, coerenti con il suo modo di essere, con i suoi obiettivi, con i suoi valori, persino con i suoi problemi.
Quando ho cominciato, quasi vent'anni fa, il mestiere proprio non lo conoscevo. Avevo una laurea in lettere, con specializzazione in storia dell'arte, un libro pubblicato sull'arte italiana, e cinque anni di esperienza radiofonica alle spalle. Qualche idea sulla comunicazione quindi l'avevo, ma mi ero sempre occupata di arte e letteratura, al massimo di cronaca e problemi sociali. Di informatica e tecnologia non sapevo nulla e comunque ciò che mi si chiedeva allora era soprattutto di "scrivere bene in italiano".
Naturalmente capivo che questo non bastava. Ho cercato di guardarmi intorno e di leggere il più possibile sulla comunicazione di impresa, ho seguito corsi con titoli altisonanti ("Un nuovo approccio alla comunicazione interna, con particolare riferimento alla comunicazione bottom-up"!), ma era tutto terribilmente teorico. I "ferri del mestiere" - perché di mestiere si tratta - me li sono costruiti sul campo, giorno per giorno.
Poi è arrivata internet. Era l'estate del 1994, e l'ho passata a scoprire questo mondo nuovo, a leggere avidamente su monotoni fondi grigi ciò che altri, in tutto il mondo, scrivevano sui problemi della mia professione. Anzi, della nostra professione, perché mi sono sentita finalmente parte di una comunità professionale più vasta.
Certo sapevo che ciò che facevo in America si chiama business writing e che si studia all'università, ma andare a vedere direttamente programmi di studio e materiali è stata tutta un'altra cosa. Ho conosciuto altre persone che avevano moltissime cose da insegnarmi, ma soprattutto ho cominciato a riflettere su questo strano e nuovo mezzo di comunicazione - il web -, che mi chiedeva di lavorare e scrivere in modo del tutto diverso.
Da allora non mi sono più fermata. In azienda mi sono dedicata soprattutto alla comunicazione online, mettendo in piedi sito internet e intranet. Tutto questo mentre proseguiva la mia esplorazione in rete alla ricerca di studi, suggerimenti, riflessioni da parte di altre persone che vivevano le mie stesse avventure.
A un certo punto ho pensato che tutto questo lavoro poteva diventare un sito, un sito italiano, forse il primo, dedicato alla scrittura professionale. Utile agli editor come me e a chi vuole diventarlo, ma anche a chi nel suo lavoro deve scrivere molto e vuole comunicare bene.
Poi è stato tutto incredibilmente rapido e molto diverso dalle mie aspettative.
Quel piccolo sito iniziato per hobby è piaciuto ed è stato utile a tantissime persone, non solo ai quattro gatti che facevano il mio lavoro, come all'inizio avevo pensato io. I visitatori non hanno fatto che crescere: negli anni gli accessi sono stati più di un milione, e ormai non li conto più.
Questo mi ha entusiasmata, ma anche caricata di responsabilità: ho continuato a scrivere e ad aggiornare il sito e nel 2003 vi ho aggiunto anche il blog, sul quale scrivo quasi tutti i giorni.
Studiando, pensando e scrivendo per gli altri, sono stata io la prima a imparare.
Così, nel 2005 lasciare la mia azienda e lavorare come libera professionista per tante aziende diverse è stata una scelta naturale. Ed è quello che faccio oggi: progettare la comunicazione scritta, scrivere, insegnare a scrivere in maniera chiara ed efficace.
In questo sito ci sono le mie letture e le mie esperienze concrete del lavoro di tutti i giorni. Sono debitrice a un gran numero di persone e di professionisti in tutto il mondo, debiti che ho voluto saldare nella sezione link, una guida di siti selezionati e recensiti tra il meglio del web sul tema del business writing.
Le due sezioni, al lavoro! e scrivere per il web sono le cassette da lavoro con gli attrezzi del mestiere: vi troverete molti consigli utili per il lavoro di scrittura in generale e per la scrittura online in particolare. Ho ritenuto utile aggiungere il glossario, perché quasi tutti i termini tecnici professionali sono in inglese. appunti, infine, è uno spazio più libero, in cui aggiungo man mano articoli su diversi problemi della scrittura, sempre con un taglio molto pratico.
Buona lettura :-)
Luisa Carrada
POST SCRIPTUM Gli errori sono sempre in agguato, come sa bene ogni editor che si rispetti. Se vorrai segnalarmeli, insieme ai link che non funzionano, te ne sarò davvero grata.

Per leggere ancora, sulla carta e sul web
Italo Calvino, Lezioni americane, Mondadori 2004.
Un classico, su cui tornare spesso, perché come tutti i classici ha sempre qualcosa di nuovo da svelare. Sulla scrittura, sulla letteratura, sulla vita e su noi stessi.
Leggerezza, rapidità, esattezza, visibilità, molteplicità, coerenza: le sei proposte per il prossimo (attuale) millennio sono il viatico più sintetico e incisivo anche per chi scrive per lavoro.
Tullio De Mauro, Guida all'uso delle parole, Editori Riuniti 2003.
Io sono affezionatissima alla mia vecchia edizione del 1980, anno in cui ero ben lungi dall'immaginare quale importanza avrebbero avuto le parole nella mia vita. Da allora, il libro ha avuto molte altre edizioni e ha accompagnato tantissime persone come me verso il desiderio e l'obiettivo di “parlare e scrivere semplice e preciso per capire e farsi capire”, come recita il sottotitolo. Proprio quello che riesce perfettamente al professor De Mauro.
Il libro contiene anche le 7.000 del Vocabolario di Base della lingua italiana.
Agenzia delle Entrate, Manuale di scrittura amministrativa , 2003.
Il manuale curato dai docenti del Dipartimento di Studi Italianistici dell'Università di Pisa. Scaricabile gratuitamente.
Maria Emanuela Piemontese, Capire e farsi capire, Teorie e tecniche della scrittura controllata, Tecnodid 1996.
Il manuale per imparare a scrivere in maniera chiara e comprensibile da tutti, frutto di anni di insegnamento e di scrittura per i "lettori dimenticati" da parte di una delle maggiori esperte di semplificazione del linguaggio amministrativo. Oltre alle tecniche di redazione di testi di facile lettura, anche l'esperienza del mensile Due parole e il suo manuale di stile. La nuova edizione è prevista per il 2008.
Michele Cortelazzo e Federica Pellegrino, Guida alla scrittura istituzionale, Laterza 2003.
Un'ottima guida alla scrittura nelle istituzioni pubbliche, ricca di esempi. I temi: organizzazione del testo, organizzazione grafica, sintassi e lessico.
Utilissima anche per la scrittura aziendale, nei più diversi settori di mercato.
Altri testi interessanti a partire dal sito del professor Cortelazzo.
Ersilia Zamponi, I Draghi locopei, Einaudi 1986.
Ha più di vent'anni questo capolavoro della didattica della lingua, dal sottotitolo “Imparare l'italiano con i giochi di parole”. I draghi locopei, del resto, non sono che l'anagramma di “giochi di parole”.
Pensato e scritto per i bambini, è di straordinaria utilità per lo scrittore professionale, al quale fa bene ogni tanto rimettersi a giocare.
Se vi piace, proseguite con il gemello Calicanto, dedicato alla poesia, scritto dalla geniale professoressa Zamponi insieme a Roberto Piumini.
Dacia Maraini, Amata scrittura, Rizzoli 2000.
L'unica cosa che non mi piace di questo libro è il titolo, oltrepassata la copertina è però una meraviglia. I temi: leggere, scrivere, scrivere per…, i linguaggi, il ritmo, lo stile, la poesia, la narrativa. Per ognuno, le riflessioni dell'autrice, i libri di riferimento, prove di scrittura, esercizi, letture, interviste.
Il racconto di una vita e l'amore per la parola in un libro di densità e leggerezza straordinarie. Per leggere con più gusto, e poi scrivere meglio.
Ferdinando Dogana, Le parole dell'incanto, Francoangeli, 2003.
Possono le parole “disegnare” oltre che “designare”, far recuperare una dimensione mimetica e addirittura spettacolare della lingua, incantare i sensi, evocare visioni solo in virtù della loro forma, la disposizione nella frase, il suono? La risposta in 500 avvincenti pagine.
Emily Dickinson. Tutte le opere
Il sito con le opere complete della poetessa, dalle poesie alle lettere. Sia in inglese, sia nella paziente traduzione in italiano di Giuseppe Ierolli.
Ve lo raccomando più motivi: 1) perché Emily ha celebrato come pochi la potenza della concentrazione della parola poetica; 2) perché confronta direttamente originale e traduzione, mettendo a nudo il corpo del testo; 3) perché è un vero atto d'amore e un invito a riavvicinarsi alla poesia, balsamo per la vita e aiuto insospettato nella scrittura professionale.

Per leggere ancora, sulla carta e sul web
Roy Peter Clark, Writing Tools, Little Brown 2006.
Il decano del Poynter Institute, docente di generazioni di giornalisti, ci propone 50 attrezzi per scrivere meglio, con gli esempi di come li hanno già efficacemente usati giornalisti e grandi scrittori.
Sul sito del Poynter Institute, anche il blog di Clark e gli attrezzi da ascoltare in podcast.
Annamaria Testa, Farsi capire, Rizzoli 2000.
A mio parere, il più bel libro di comunicazione scritto in italiano. E anche se questo mio libro non parla di pubblicità, la regina italiana dei copywriter è da sempre per me un nume tutelare.
Difficile scegliere tra i suoi libri. Nel dubbio, leggeteli tutti: La parola immaginata, Le vie del senso, i racconti di Leggere e amare, il piccolo Pubblicità, edito dal Mulino.
Annamaria Testa ha anche un sito, che aggiorna con i suoi articoli.
Donatella Bisutti, La poesia salva la vita, Mondadori 1998.
Che c’entra la poesia con la scrittura professionale? C’entra, e molto. “Capire noi stessi e il mondo attraverso le parole”, recita il sottotitolo. E dove si impara davvero a soppesare, guardare, ascoltare, amare le parole se non nella concentrazione esplosiva dello spazio poetico?
Se poi varcarne il territorio incute ancora troppa soggezione, si può cominciare da un libro che la Bisutti ha scritto per i bambini, L’albero delle parole (Feltrinelli 2002).
Get writing
Il portale sulla scrittura della BBC: comunità virtuali di cittadini-scrittori, corsi che vanno dalla scrittura di libri per bambini al resoconto di viaggi (tenuti da grandi scrittori), introduzione alla scrittura per la radio e la televisione, più la possibilità di creare la propria cartella con lavori e bookmark.

Per leggere ancora, sulla carta e sul web
Poynter Institute
Tutti i risultati delle ricerche Eyetrack sono disponibili sul sito della più famosa scuola di giornalismo americana.
Un sito irrinunciabile per chi scrive, anche perché uno dei pochissimi a offrire contenuti aggiornati quotidianamente, di altissimo livello e gratuiti.
Ottimi anche i corsi interattivi sui temi più attuali della comunicazione giornalistica.
Thinking with type
Il sito companion del libro di Ellen Lupton dallo stesso titolo. Non è solo un'enciclopedia, ma una poetica e una scuola dei font.
Web Style Guide
La più famosa guida per realizzare siti web è anche online, con un ottimo e ricco capitolo dedicato alla typography.
Mariuccia Teroni, Manuale di redazione , Apogeo 2007.
C'è tutto quello che redattori, giornalisti, scrittori, web writer e blogger devono sapere in fatto di regole e tecniche editoriali, grafiche e tipografiche, sulla carta e sul web. Un manuale ricchissimo di immagini, di facile consultazione e di piacevole lettura, con continui suggerimenti e incursioni storiche.
Vittorio Sabadin, L'ultima copia del New York Times, Donzelli 2007.
Un racconto appassionante e documentatissimo sul destino dei giornali di carta. Una lente attraverso la quale leggere anche il futuro della comunicazione via web e quello di noi lettori.
Annamaria Testa, Le vie del senso, Carocci 2004.
Il sottotitolo di questo libro piccolo e denso è “Come dire cose opposte con le stesse parole”. Le stesse parole sono Bella giornata, oggi, una frase montata e rimontata, tolta dal contesto e ricontestualizzata, con esiti comunicativi sempre diversi.
Un capitolo di 16 pagine è dedicato alla forma del testo (corpo, campo, caratteri, colore).
Filippo Tommaso Marinetti, Distruzione della sintassi, immaginazione senza fili, parole in libertà, 1913.
“Amiamo la dinamite delle idee nuove, dei fatti prodigiosi, dei nuovi colori e delle nuove immagini” amava ripetere Marinetti. Nel manifesto del 1913, la scrittura simultanea, visiva, abbreviata e veloce di questi nostri anni è già prefigurata: verbi dinamici, aggettivi, simboli, neologismi audaci e rivoluzioni tipografiche ci sono tutti.
Pablo Neruda, Ode al libro, Passigli 2003.
La raccolta contiene la lunghissima Ode alla tipografia, un inno alle lettere e alla loro forma, capaci di racchiudere un intero universo.
Gabriele Rico, Writing the natural way, Tarcher Penguin 2000.
Immagini e parole possono nascere e crescere insieme, aiutandosi a vicenda. Come i due emisferi del cervello, come lo Ying e lo Yang.
Il libro è corposo, ma accessibile e leggero nella presentazione: citazioni, immagini, esempi, esercizi. Un assaggio è anche online sul sito dell'autrice.

Per leggere ancora, sulla carta e sul web
David Shipley e Will Schwalbe, Send. The Essential Guide to Email for Office and Home, Knopf 2007.
Un editor e un giornalista hanno scritto insieme quello che è oggi forse il migliore e completo manuale sull'email. Utile e godibile, ricco di esempi, ha anche un blog companion.
Memorabile la quarta di copertina con gli otto peccati capitali dell'email.
Alessandro Lucchini (a cura di), La magia della scrittura, Sperling & Kupfer 2005. I modelli neurolinguistici per scrivere messaggi efficaci e creare empatia con il destinatario, dalla A di advertising alla Z di zitti tutti! Nella E di email, tutti i consigli e gli esempi per leggere tra le righe, convincere e andare incontro al lettore.
Net Manners
Il sito curato da Judith Kallos è l'enciclopedia dell'email cortese. C'è tutto: consigli, ebook da scaricare, redazione, netiquette, technicality, e anche un blog dove l'autrice risponde ogni giorno ai più diversi quesiti.
Festival delle Lettere
Mentre la comunicazione funzionale e professionale si sposta su internet, un festival celebra la forza e le potenzialità della corrispondenza, quella delle lettere tradizionali. Lunghe, pensate, cariche di emozioni. Sul sito se ne possono leggere di bellissime.

Per leggere ancora, sulla carta e sul web
Giacomo Mason, Come si presenta con le slide, Tecniche Nuove 2005.
L'indispensabile bibbia delle presentazioni, ricco di esempi, completo con casi e check-list.
Non solo le slide, ma anche il rapporto tra oralità e scrittura, la gestione della platea, e le technicality del prodotto.
Giacomo ha anche un blog, Presentazioni efficaci, che arricchisce e aggiorna con link, letture, consigli e riflessioni.
Presentation zen
Superbo blog di Garr Reynolds, comunicatore statunitense residente a Osaka e giramondo.
Nessun consiglio tecnico su come realizzare presentazioni in Powerpoint, ma tante riflessioni intelligenti e letture affidabili sulla comunicazione e le presentazioni. A fine 2007, Reynolds ha pubblicato anche un libro, con lo stesso titolo del blog (New Riders).
Robert Gaskins
Il sito dell'inventore di Powerpoint: documenti “storici” e anche un'antologia delle migliori vignette sulle presentazioni, dal New Yorker a Dilbert.
Beyond Bullets
“Oltre l'elenco puntato”: il sito di Cliff Atkinsons è stato il primo sull'uso efficace di Powerpoint. Oggi ha anche un blog e offre alcuni estratti del libro che Atkinsons ha pubblicato nel 2006.
Slideshare
Il Web 2.0 ha conquistato anche le slide: migliaia di presentazioni da sfogliare, l'unica vera università di Powerpoint.
Gapingvoid
Cosa c'è di meglio delle business cards di Hugh MacLeod per capire cosa possono, insieme, parole e immagini in un rettangolo orizzontale?

Per leggere ancora, sulla carta e sul web
Shift Communications
Sul sito della società di comunicazione che ha ideato il social media news release, troverete altre cose utili: il template della social media newsroom, alcuni white paper e un blog.
Michael A. Stelzner, Writing white papers, WhitePaperSource Publishing 2007.
La bibbia del white paper, ricchissima di consigli pratici ed esempi. L'autore ha anche un blog.
Klariti
Sull'austero sito di questa agenzia irlandese di business e technical writing, tanti consigli sulla redazione di prodotti editoriali di marketing: white paper, case study, offerte, lettere, tutorial, abstract, e in più temi particolari come i titoli, le differenze tra caratteristiche e vantaggi di un prodotto, il plain language nella scrittura d'impresa.
Bitpipe
L'archivio gratuito più ricco di white paper, case study e altri tipi di documentazione di marketing nel settore high tech. Un'imbattibile fonte di ispirazione.
Socialtext
L'azienda che commercializza piattaforme wiki per la comunicazione interna parla di sé e promuove i suoi prodotti soprattutto attraverso le tante e interessanti Customer Stories che racconta sul suo sito.
Addison
Una delle maggiori agenzie di comunicazione al mondo, autrice di annual report straordinari per bellezza e innovazione. Alla voce Stakeholder Communication, ne potrete sfogliare di meravigliosi.

Per leggere ancora, sulla carta e sul web
Cluetrain Manifesto
Le profetiche, ispiranti e attualissime 95 tesi del trio Locke, Searles, Weinberger. In italiano sul Mestiere di Scrivere.
Sergio Maistrello, La parte abitata della rete, Tecniche Nuove 2007.
Una “guida turistica” per esplorare i territori del Web 2.0 guidati da un divulgatore di razza: blog, wiki, podcasting, social network uno per uno, feed e aggregatori. Dalla geografia e i grandi itinerari ai consigli pratici su come aprire un blog e creare un podcast.
Corso completo di blog writing
Dal blogger Briciolanellatte, un corso di quasi 300 pagine per blogtale, cioè racconti a misura di post. C'è tutto: oralità e scrittura, punteggiatura, dialoghi, fabula e intreccio, strategie narrative, le 5 W, i personaggi, le figure retoriche, l'editing, gli esercizi per la creatività.
Guido Di Fraia, Blog-grafie, Guerini e Associati 2007.
Sottotitolo: “Identità narrative in rete"”.
Non è solo una interessante ricerca empirica tra i blog autobiografici italiani, ma anche una riflessione più ampia sui meccanismi narrativi che danno forma alla nostra identità. E che oggi trovano nella rete e nei blog un nuovo spazio di espressione. Uno spazio fatto di piccole ma fondamentali storie.
Benedetta Craveri, La civiltà della conversazione, Adelphi 2006
La conversazione ha avuto tempi ben più gloriosi degli attuali, tanto da aver segnato un'intera civiltà, quella dei salotti parigini tra Seicento e Settecento.

Per leggere ancora, sulla carta e sul web
Debbie Weil, The Corporate Blogging Book, Portfolio 2006.Robert Scoble e Shel Israel, Business Blog, Il Sole 24 Ore Libri 2007.
Un libro fondamentale per capire il mondo, le storie e gli autori dei blog aziendali. Un libro creato anche in rete, grazie ai contributi e ai commenti che gli autori raccoglievano attraverso il blog dedicato durante la stesura.
Brand Channel
Attraverso il canale di Interbrand, la prima società di branding al mondo, passano ogni giorno contenuti di primissima qualità su tutto ciò che si muove nel mondo delle marche: paper, libri, casi, osservatorio su internet, sondaggi, forum.
San Lorenzo
Il mondo dei blog aziendali è in fermento anche in Italia e quando questo libro verrà stampato ce ne saranno di interessanti e di nuovi (tanto le nostre conversazioni continueranno sul blog del MdS). Ne segnalo quindi solo uno, perché tra i primi, tra i più vivaci e riusciti, perché parla di cose buonissime e utili e perché ideato da Antonio Tombolini, che delle conversazioni italiane in rete è stato un antesignano (è lui l'autore del testo del Pacco del Diffidente su Esperya).
John Simmons, Dark Angels, Cyan Books 2004.
Un bellissimo libro di business writing pieno di poesie e illustrato come un libro d'arte. Si apre con un verso di John Milton e si chiude con la scultura di un angelo e le parole “ora usa le tue ali”. Come gli altri libri di questo scrittore professionale londinese, direttore per anni della sezione Verbal Identity di Interbrand e ora consulente di grandi aziende, pochi consigli pratici, ma molta ispirazione. Il mio blog e anche questo libro gli devono molto.
Grimm Stories
Il più ricco sito con le fiabe dei Fratelli Grimm ha una sezione in italiano. Ora che anche le aziende riscoprono le storie, come modello narrativo e persino come riferimento per la cultura manageriale, la ricchezza delle fiabe tradizionali può aprire nuovi varchi alle idee e alla creatività. Se amate quelle orientali, tenetevi vicino l'edizione integrale delle Mille e una notte nella Biblioteca Tascabile Einaudi.

Per leggere ancora, sulla carta e sul web
Jonathan e Lisa Price, Hot text. Web writing that works , New Riders 2002.
Nonostante gli anni, rimane il più ricco, intelligente, generoso e insuperato libro sulla scrittura per il web. In italiano è stato pubblicato da McGraw Hill, ma risulta ovunque fuori catalogo.
Alertbox
Da più di dieci anni, dalle sue pagine sempre meno usabili e vecchiotte, Jakob Nielsen ci allerta puntualmente ogni quindici giorni sui vari aspetti dell'usabilità web. Resta comunque il sito più letto su questi temi, testo compreso, e quindi va seguito.
Redaction
Uno dei migliori siti sul web writing inteso nel senso più ampio del termine, include anche l'organizzazione e indicizzazione dei contenuti.
Curato dal belga Jean-Marc Hardy, unisce piacevolezza della presentazione, precisione dei contenuti, utilità concreta.
Al taglio manualistico del sito fa da contrappunto la vivacità e informalità del blog.
Bad Language
Niente male, a dispetto del titolo, il linguaggio di Matthew Stibbe, business writer londinese. Il suo blog è un concentrato di utilità, buon senso e originalità. Tra lunghezza e brevità, sa sempre trovare la misura giusta per i suoi post.
Delicious
In assoluto, il social network più utile per chi fa ricerche e scrive. Questo libro deve molto alla sua semplicità e organizzazione. Come per i blog, anche Delicious è una vera palestra di scrittura di microcontenuti: provate a scrivere le note di ogni pagina salvata per poi riscoprirne il valore a distanza di tempo.
Ohran Pamuk, Neve, Einaudi 2004.
Anche un premio Nobel per la letteratura non si sottrae al fascino della coppia titolo e sottotitolo. Questo lunghissimo romanzo ha 44 capitoli, ognuno titolato e sottotitolato. Solo l'indice vale la lettura.

Per leggere ancora, sulla carta e sul web
TSW blog
Il blog collettivo della società trevigiana di search marketing è una vera “enciclopedia raccontata” sui motori di ricerca. Con il pregio della freschezza dei suoi aggiornamenti e dello stile di scrittura sempre allegro e curioso dei redattori.
Il termine “redattori” gli si addice, anche per l'importanza che annettono alla qualità del testo, sul quale dispensano molti utili consigli.
Il blog di Html.it
Il “filo” dedicato a contenuti e web writing è veramente ottimo, con interventi frequenti e di qualità, e molta attenzione alla scrittura per i motori.
Lezioni di naming
Sul sito di Nomix, alla voce “Lezioni di naming”, nove ottimi contributi di Alberto Cellotto.
Cellotto è autore del libro Brand naming, pubblicato da CLEUP nel 2005.
Brandforum
Cliccate su “Brand Naming”: leggerete tante bellissime storie di nomi, dagli ultimi casi italiani a una rassegna dei grandi marchi a livello mondiale.
Marcel Botton, Jean-Jack Cegarra, Béatrice Ferrari, Il nome della marca, Guerini e Associati 2002.
Un vero manuale, utile per cominciare a destreggiarsi nel mondo dei nomi: storia, metodi, strategie, aspetti legali, glossario.
Namewire
Strepitoso blog sui nomi e i brand, aggiornato di continuo: agli autori non sfugge nulla, dalle tecnologie all'alimentare, con un occhio speciale al Web 2.0.
Roberto Lesina, Il nuovo manuale di stile, Zanichelli 1994.
Un classico che si trova negli scaffali di ogni redazione. Dettagliatissimo: realizzazione e organizzazione del testo, formattazione, forme di scrittura, punteggiatura, trattamento del testo, tabelle, citazioni, note, riferimenti bibliografici, fino alle tavole con i simboli per la correzione delle bozze.
The Economist Style Guide
E' anche online la guida dei giornalisti del più prestigioso settimanale economico del mondo, sempre impeccabile in fatto di stile.
The BBC Style Guide
Alla sua guida di stile la BBC dedica un intero minisito: non solo il download in pdf, ma anche rubriche sulla scrittura giornalistica, link ad altre guide e il coinvolgimento diretto del pubblico.
Il Manuale di Stile di Wikipedia
In un sito basato sulla scrittura collaborativa, condividere le stesse regole redazionali è fondamentale. Sulla versione italiana della più celebre enciclopedia nata su internet ne trovate un ottimo esempio.
***

La rivincita della scrittura.
Mentre dentro e fuori la rete la multimedialità esplode, il testo vive un momento trionfale. Siamo una vera text generation, che lavora, impara e comunica soprattutto leggendo e scrivendo. Qualsiasi professione si faccia.
Per leggere ancora, sulla carta e sul web >>
Le parole si guardano.
Internet ha cambiato profondamente le nostre abitudini di lettura. Ovunque: sullo schermo e sulla carta. I testi, prima di leggerli, ormai li guardiamo e il loro aspetto visivo diventa importante quanto i contenuti. O quasi.
Per leggere ancora, sulla carta e sul web >>
Le trappole della semplificazione e le sirene dell'originalità.
Da una parte l'esigenza di farsi capire, dall'altra quella – altrettanto necessaria – di incuriosire ed emozionare. Come svuotare i testi della zavorra inutile, per rimetterci dentro colori, immagini, ritmi e suoni.
Per leggere ancora, sulla carta e sul web >>
Dove la scrittura si contrae.
Non è vero che sul web c'è posto solo per i testi brevi, ma è vero che senza efficaci testi brevi, è difficile trovare e leggere quelli lunghi. Tutti i microcontenuti, uno per uno: titoli, sottotitoli, link, abstract, executive summary.
Per leggere ancora, sulla carta e sul web >>
Dove la scrittura si espande.
Banda larga e nuovi formati hanno ridato fiato e spazio anche ai documenti lunghi e corposi, da stampare o distribuire online. Così la comunicazione di impresa allarga il suo ventaglio di strumenti, riscoprendone alcuni, trasformandone altri, inventandone altri ancora.
Per leggere ancora, sulla carta e sul web >>
Le conversazioni si scrivono.
I blog, nati nella dimensione individuale del diario, dilagano dentro e fuori le organizzazioni. Facendo piazza pulita dei linguaggi istituzionali e del marketing. Le persone parlano per le aziende, le aziende scrivono come le persone.
Per leggere ancora, sulla carta e sul web >>
La lingua dei brand, tra conversazioni e narrazioni.
La fiducia dei consumatori la si conquista anche con la verità e il cuore, attingendo agli stili più diversi. Questo vale per i grandi, come i piccoli. Anzi, sono proprio i "global microbrand" i nuovi protagonisti del mercato. Grazie a racconti, conversazioni e tranche de vie.
Per leggere ancora, sulla carta e sul web >>
Caro cliente, cara persona.
L'email, apparentemente il più facile e immediato tra i nuovi strumenti di comunicazione è in realtà il più insidioso. Regole, attenzioni e sfumature per non giocarsi la fiducia dei clienti e l'armonia con i colleghi. Più un'appendice sui generi di corrispondenza squisitamente cartacei.
Per leggere ancora, sulla carta e sul web >>
Wordscape: nelle slide, scritture formato paesaggio.
Come riscoprire e utilizzare al meglio uno degli strumenti più abusati della comunicazione aziendale: la presentazione Powerpoint. Il ruolo della parola scritta in quello che va pensato e messo in scena come un vero spettacolo.
Per leggere ancora, sulla carta e sul web >>
Cose nuove da imparare.
Scrivere in maniera chiara ed efficace non basta più. Il lavoro dello scrittore professionale si complica, ma diventa molto più divertente. Quattro competenze di cui non si può proprio più fare a meno: scrivere per i motori di ricerca, fare interviste, inventare e trovare nomi, elaborare guide di stile.
Per leggere ancora, sulla carta e sul web >>
Il mestiere di scrivere
Le parole al lavoro, tra carta e web
Poche parole per introdurre questo libro uscito a febbraio 2008 presso la casa editrice Apogeo.
Ora che l'ho scritto, lo definirei un "manuale di scrittura professionale raccontato".
Vi narro infatti oltre dieci anni di scritture e letture “tra carta e web”, il mio vissuto di scrittrice professionale, gli spunti che ogni giorno ricevo dalla rete, le riflessioni su una scrittura che cambia sotto i nostri occhi, i piccoli e grandi problemi testuali che ci pone, e alcune soluzioni possibili.
La struttura sfoglia letteralmente il testo dal suo strato più esterno, l'aspetto visivo, a quello più interno e sottile, il ritmo. E presenta, nella loro evoluzione, i diversi strumenti della comunicazione di impresa: brochure, comunicati stampa, white paper, case study, siti internet, presentazioni, email, fino ai blog.
Vi troverete moltissimi esempi concreti e riscritture, consigli pratici, una ricca webliografia tematica, e qualche incursione nella letteratura e nelle arti visive.
L'ho scritto pensando ai miei colleghi comunicatori di impresa, agli insegnanti, agli studenti, a quanti (quasi tutti, ormai) scrivono nel loro lavoro quotidiano e vogliono farlo in maniera più semplice ed efficace. Possibilmente provandoci gusto.
Dall'Indice andate all'ultima sezione di ogni capitolo: una webliografia personale e passionale, non ragionata, "per leggere ancora sulla carta e sul web".
La scheda del libro sul sito della casa editrice APOGEO.
Le pagine web non sono sempre adatte a tutti i tipi di testi.
A volte - quando i testi sono lunghi, la struttura sequenziale e il tema molto approfondito -, la classica dimensione del libro da sfogliare è ancora quella che funziona meglio.
Il web funziona a meraviglia, invece, per pubblicare e distribuire i libri elettronici, portandoli direttamente all'attenzione dei lettori interessati. Velocemente, senza le strettoie, i vincoli (e le vessazioni) delle case editrici, garantendo loro una diffusione presso un pubblico mirato e motivato che mai potrebbero avere attraverso l'editoria tradizionale.
I quaderni del MdS sono dei libretti agili, in formato pdf, da scaricare, stampare, conservare e leggere con calma per approfondire un tema particolare.
Il comunicato stampa
Tradizione e attualità di uno strumento di lavoro
(302 KB)
di Mariella Governo
settembre 2009
Web writing, post dal blog
(513 KB)
ottobre 2009
Gli attrezzi del mestiere, post dal blog
(654 KB)
settembre 2009
Vita da editor, post dal blog
(775 KB)
settembre 2009
Come funzionano le newsletter che funzionano
(1.043 KB)
di Maria Cristina Lavazza
dicembre 2007
Sigilli di parole, ovvero l'arte di titolare
(1.239 KB)
di Francesca Pacini
dicembre 2007
Scrivere una metafora organizzativa
(913 KB)
di Roberta Buzzacchino
maggio 2007
Scrivere sogni
(269 KB)
di Barbara Parmeggiani
maggio 2007
Yoga e scrittura: scoperte ed emozioni della pratica
(815 KB)
di Luisa Carrada
maggio 2007
Scrivere in un'associazione di categoria
(333 KB)
di Saida Petrelli
gennaio 2007
Professione editor
(250 KB)
di Francesca Pacini
gennaio 2007
Scrittura professionale: dopo l'università, prima del lavoro
(321 KB)
di Luisa Carrada
gennaio 2007
La correzione di bozze
(807 KB)
di Francesca Pacini
giugno 2006
Organizzare i contenuti di un sito
(579 KB)
di Maria Cristina Lavazza
giugno 2006
Tre incontri sulla scrittura. Tra la scuola, la professione, la vita.
(807 KB)
di Luisa Carrada
febbraio 2006
Comunicare la scienza
(649 KB)
di Giovanni Carrada
luglio 2005
la traduzione inglese, Communicating Science, è disponibile sul sito della Commissione Europea
La porta dei desideri. La copertina
(334 KB)
di Alessia Rapone
aprile 2005
L'email per lavorare e vivere meglio in azienda
(625 KB)
di Luisa Carrada e Giuseppe Militello
febbraio 2005
Le mode lessicali dei media
(168 KB)
di Carmine Natale
ottobre 2004
E-learning e scrittura professionale
(325 KB)
di Alessandro Lucchini
gennaio 2004
Mappe mentali e scrittura
(619 KB)
di Umberto Santucci
novembre 2003
Web e produzione di testi all'università
(61 KB)
di Corrado de Francesco
settembre 2003
Il Plain Language: quando le istituzioni si fanno capire
(247 KB)
di Daniele Fortis
maggio 2003
guide e laboratori di scrittura
scrivere per il web
technical writing
presentazioni & slide
guide di stile
comunicazione
la forma delle parole
brand
reference
questioni di lingua
job
guide e laboratori di scrittura
LEO: Literacy Education Online
Sito della St. Cloud University, Minnesota. Ricchissimo, con un indice in forma di risposte alle più diverse domande ed esigenze relative alla scrittura. [inglese]
Paradigm
Un completo e approfondito "online writing assistant": vi trovate tutto sull'intero processo della scrittura, dalle motivazioni alla revisione. [inglese]
Gli esercizi di stile di Gianni Ventola
Alla Stazione di Milano invece che a St. Lazàre, ma gli esercizi proposti non sono meno interessanti di quelli di Queneau.
La corrispondenza italiana
Tutto sulla scrittura delle lettere e la corrispondenza in questo sito specialistico curato da due docenti di lingua italiana dell'Università di Toronto. C'è anche "un pensiero per ogni occasione", utile per telegrammi e biglietti di auguri.
Scrivere per il web
Ottima e molto ben strutturata la breve guida in italiano alla scrittura online di HTML.IT, redatta da Andrea Spila.
Intranet Management
L'unico blog italiano dedicato unicamente alla comunicazione su intranet. By Giacomo Mason.
Da Kandinsky al banner
Un seminario universitario diventato un sito web. Il docente Piero Polidoro ha realizzato un sito ricco e bellissimo, sempre aggiornato, dove parole, colori e segni si incontrano. Non siamo negli States, ma a Roma.
Gerry McGovern
Un punto di riferimento per chi si occupa di contenuti per il web. L'irlandese Gerry McGovern mette a disposizione di tutti noi articoli, opinioni, estratti dei suoi libri, la newsletter New Thinking, il blog Giraffe Forum. [inglese]
Redaction.be
Questo sito belga è sicuramente uno dei migliori sulla scrittura online: chiaro, documentatissimo, ricco di esempi, di idee e di punti di vista, molti niente affatto scontati. [francese]
Action-redaction
Ricco sito sulla redazione web in senso lato, con grande attenzione ai motori di ricerca e continuamente aggiornato. [francese]
Poynter Institute
"Tutto ciò di cui hai bisogno per diventare un giornalista migliore": c'è proprio di tutto, dai blog ai forum, nonché articoli di altissimo livello. [inglese]
Lawrence Ragan Communications
Il sito di una grande società di consulenza e formazione sulla comunicazione di Chicago. Non scoraggiatevi per la gran quantità di contenuti a pagamento. Ce ne sono anche tanti gratuiti. I temi: dalla comunicazione interna all'editing, allo speechwriting. [inglese]
I love typography
A ragione, il più famoso blog dedicato all'arte della tipografia. [inglese]
Virgilio Parole
Il portale offre alcuni servizi online per chi scrive: dizionari di lingue, sinonimi e contrari, acronimi, coniugatore di verbi, rimario.
RefDesk
Un megaportale per chi scrive e fa ricerche: fatti, giornali di tutto il mondo, dizionari di ogni tipo, fusi orari, classifiche, orari di treni e aerei, enciclopedie, elenchi telefonici .... e mi fermo qui. [inglese]
Merriam Webster Dictionary
Il celebre dizionario americano consultabile online. [inglese]
Your dictionary
Oltre 1000 dizionari in linea di oltre 150 lingue. [inglese]
Taccuino di traduzione
Raffinatissimo diario quotidiano della traduttrice italiana residente in Olanda Isabella Massardo. Quando non posta (ma posta moltissimo) ne sento subito la mancanza.
Una parola al giorno
Sul sito della casa editrice Zanichelli è possibile richiedere l'invio giornaliero della definizione di una parola tratta dallo Zingarelli (ma ci sono anche Word of the Day e Mot du Jour).
Spellweb
Se avete dubbi su come si scrive una parola, in qualsiasi lingua, o volete sapere quale è la versione più diffusa tra online e on-line, questo sito fa per voi. Introducete nella form le due parole e avete la risposta in pochi secondi, secondo i più diffusi motori di ricerca. Indispensabile per chi scrive. [inglese]
Ferpi
Anche il sito della Federazione Relazioni Pubbliche Italiana ha una sezione di annunci di lavoro.
a destra, a sinistra o al centro?
Prima della scrittura elettronica, le persone normali non si ponevano la questione dell'allineamento del testo. Faceva parte del mestiere di chi faceva i libri, e i libri erano (anzi sono) ordinatissimi: con l'allineamento giustificato, a destra e a sinistra ci sono due nitide colonnine di spazio bianco, senza sbavature e sconfinamenti di lettere.
Quanto alla scrittura a macchina, a fine riga si veniva bloccati e ci affrettavamo a sillabare. Tutta l'attenzione era sugli errori di battitura, l'eleganza non era così importante.
Oggi invece siamo completamente padroni della forma e della pagina, e sta a noi scegliere come allineare il testo.
I fan si dividono tra giustificato e allineato a sinistra, anche se tutte le ricerche sulla leggibilità ci dicono che sulle pagine web e i documenti di lavoro bisognerebbe sempre allineare a sinistra.
Vediamo le diverse possibilità.
Allineamento a sinistra o "a bandiera"
Qui, invece, gli spazi tra le parole sono sempre uguali, ma le righe di testo non sono mai della stessa lunghezza. Le parole non si sillabano, si va a capo.
All'ordine del lato sinistro si contrappone quello "sbrindellato" di destra, ragged come si dice in inglese, o più elegantemente soft. L'effetto è quello di una bandiera che sventola, o di un tappeto con le frange. L'importante è che le frange siano abbastanza uniformi.
L'allineamento a sinistra era raramente usato prima del novecento, mentre oggi trionfa, sul web e fuori. Più che alle leggi della scatola e della gabbia, obbedisce al flusso del linguaggio. Si usa nei testi poetici, nelle didascalie, nelle note ed è raccomandato sul web, dove è meglio non complicare la lettura con la sillabazione. Se il testo è allineato a sinistra, è bene allineare a sinistra anche il titolo, come raccomanda l'autorevole Web Style Guide.
Allineamento a destra o "a bandiera rovesciata"
Qui le frange del tappeto testuale sono a destra. È difficile da leggere perché a ogni riga l'occhio deve ricominciare da un punto diverso.
Per questo non viene usato per il corpo del testo e per i testi lunghi, ma per piccoli blocchi, quali didascalie, caption, citazioni o commenti a un'immagine o al testo principale.
Oppure per sorprendere.
Allineamento centrato o "a epigrafe"
Il testo centrato è simmetrico, come la facciata di un tempio classico.
È usato per gli inviti, i titoli, i certificati, le tombe.
Le righe possono essere cortissime o lunghissime, come in questo testo, ma l'effetto non è mai sgradevole.
Le parole non si sillabano, ed è bene che le righe non siano troppo lunghe.
Può essere statico e convenzionale, oppure rompere efficacemente un testo giustificato con un'informazione che richiede spazio e attenzione.
PS Siccome non sono un'esperta, mi sono rifatta a due fonti autorevoli:
Il Manuale di redazione di Mariuccia Teroni (Apogeo 2007)
Thinking with type di Ellen Lupton (Princeton Architectural Press 2004)
... dimenticavo: io impagino tutto a sinistra, sempre.
Made to stick, dei fratelli Chip e Dan Heath, è stato uno dei grandi successi editoriali del 2007 nel campo della comunicazione e del marketing. Sottotitolo: “Perché alcune idee sopravvivono e altre muoiono”.
Le idee vincenti devono avere alcune caratteristiche, che hanno a che fare soprattutto con il loro modo di comunicarle. Le caratteristiche sono sei e in inglese le loro iniziali formano la parola SUCCES. In italiano, il gioco non
regge più, ma la sostanza sì.
Dei due giovani autori, uno è professore di comportamento organizzativo all'università di Stanford, l'altro ha fondato una delle aziende più innovative di libri di testi formativi.
I tantissimi casi, esempi e racconti sono la vera sostanza del libro, dalle grandi aziende ai presidenti USA, da piccole realtà a persone comuni, come infermiere o insegnanti dalle fulminanti intuizioni.
Per questo è un bel libro di comunicazione utile a tutti, non solo a chi scrive. Ed è la migliore dimostrazione di quello che insegna: le sei caratteristiche di un messaggio efficace - semplicità, sorpresa, concretezza, credibilità, emozione, storie -, ci sono tutte.
I racconti vanno ascoltati dalla viva voce (anche scritta, come in questo caso) di chi li racconta, ma quello che io ho tratto dalla lettura del libro, i miei appunti insomma, li condivido volentieri.
Ecco quindi i sei elementi chiave per messaggi molto sticky, che si appiccichino bene addosso a chi li riceverà per non lasciarlo più.
SEMPLICITA'
Più di tot informazioni alla volta non riusciamo a elaborare, tantomeno a ricordare (è noto che più scelte abbiamo, più ci è difficile scegliere). È per questo che tutti i messaggi vincenti, dagli antichi proverbi ai payoff pubblicitari di oggi, sono semplici.
“Semplici” non vuol dire necessariamente brevi o poveri di informazioni, piuttosto selettivi e concentrati.
Selettivi, perché puntano non su mille vantaggi, ma su uno solo, quello che si immagina più importante per l'interlocutore. Compito difficilissimo, questo di andare all'essenza di un messaggio, soprattutto per chi il tema, il prodotto, il servizio, la politica, li conosce a fondo.
Entra qui infatti in gioco la Maledizione della Conoscenza: quando sappiamo troppo sembra impossibile riuscire a metterci nei panni di chi al contrario non sa nulla, condizione però indispensabile per elaborare e scrivere un messaggio che arrivi, resti, cambi un'opinione, convinca all'azione. Condizione più facile da raggiungere se invece del cosa ci domandiamo il perché di un'azione o di una scelta che chiediamo ai nostri interlocutori.
Concentrati, perché un testo può essere anche molto breve in superficie, ma molto profondo per ciò che fa immaginare ed evoca. I proverbi sono semplici e brevi, ma anche enciclopedie compatte di saggezza, guide nelle decisioni e nelle azioni della vita. Le loro immagini sono così universali che le ritroviamo pressoché identiche in tutte le culture, anche lontanissime.
Per chi scrive, uno dei modi classici per andare all'essenza è quello di adottare il modello della piramide rovesciata: prima la notizia, l'idea più importante, poi via via verso i dettagli e il contesto. Modello ottimo, che però va interpretato dalla parte di chi leggerà, non da quello della “realtà oggettiva”, dei fatti incontrovertibili.
La raccomandazione dei caporedattori anglosassoni “Don't bury the lead”, non allontanarti dal fatto più importante, può anche voler dire introdurre subito una domanda cruciale, creare aspettativa attraverso un dettaglio, capire quale è la rilevanza della notizia non dal punto di vista del giornalista, ma da quella del lettore (non “Per domani il servizio meteorologico ha previsto una terribile bufera di neve sul paese di Paesello e circondario, che prevedibilmente porterà a una chiusura delle scuole e delle strade principali”, ma “Quasi sicuramente domani le scuole e le principali strade che collegano Paesello con il circondario saranno chiuse per la bufera di neve prevista dal servizio meteorologico”). La migliore applicazione della piramide rovesciata è la scoperta di un punto di vista.
Un messaggio semplice è anche un messaggio che usa come punto di partenza uno schema noto e familiare, per esempio un'analogia, per sovrapporvi uno strato di maggiore astrazione e complessità (“un pomelo è il frutto più grande della famiglia degli agrumi” oppure “un pomelo è praticamente un super-pompelmo”?).
SORPRESA
“Se potessi richiamare la vostra attenzione solo per qualche momento, sono sicura che apprezzereste le caratteristiche di sicurezza di questo aereo. Se non siete saliti su una macchina dal lontano 1965, vi dirò che il modo migliore per allacciare la cintura è infilare la linguetta nella fibbia. Per slacciare, tirate su la fibbia.
Come dice la canzone, avete cinquanta modi per lasciare il vostro fidanzato, ma ne avete solo sei per lasciare questo aereo: due porte davanti, due finestre rimovibili sulle ali e altre due porte dietro.
Riconoscerete le uscite dalle insegne luminose: seguite le luci bianche e rosse da discoteca sul pavimento del corridoio."
La hostess che ha così giocato con l'annuncio sulle “caratteristiche di sicurezza di questo aereo” è riuscita sicuramente a farsi ascoltare, perché ha “rotto lo schema”.
Schemi cui ci adattiamo così facilmente, ma ai cui cambiamenti siamo terribilmente sensibili. Basta cambiare qualcosa nel già noto per farci alzare le antenne.
Cosa che succede per tutti i testi e i messaggi-schema: gli annunci in aereo, i saluti formali, gli auguri… la sorpresa genera automaticamente attenzione. Quindi, alla larga dal senso comune, sia dal punto di vista dei contenuti, sia da quelli della struttura e del lessico. Il senso comune e il già sentito si saltano a pie' pari, scivolano da un orecchio all'altro.
Se la sorpresa suscita attenzione, per mantenerla ci vogliono l'interesse e la curiosità di chi ci ascolta o ci legge. Due cose che si tengono ben deste quando l'interlocutore capisce di avere dei vuoti di conoscenza da colmare.
Piccoli, come in una soap opera o in giornale di gossip, grandi come il mistero degli anelli intorno a Saturno. Anelli che un divulgatore scientifico può raccontare con lo stesso meccanismo narrativo di un giallo, suscitando domande che tengono il lettore o l'ascoltatore incollato.
Per creare sorpresa e svegliare l'interesse, dobbiamo trasformare la domanda “Quali informazioni devo trasmettere?” in “Quali domande devo suscitare?”
CONCRETEZZA
“Una radio che deve stare in una tasca.”
Con questa immagine, nei primi anni cinquanta, quando le radio nelle case erano ancora dei pezzi di arredamento come i tavoli e i divani, il giovane capo di una piccola azienda giapponese chiamata Sony, riuscì a galvanizzare una piccola squadra di progettisti fino alla produzione della prima radiolina a transistor, un'impresa cui non credevano nemmeno i grandi Bell Labs, che i transistor li avevano inventati.
“Prima della fine di questo decennio riusciremo a portare un uomo sulla luna, e a riportarlo indietro sulla terra."
Con questa immagine nel 1961 JFK concluse un suo famoso discorso e galvanizzò un paese sull'obiettivo della conquista dello spazio, cosa che avvenne appunto prima della fine del decennio, nel 1969.
Due immagini semplici e concretissime, cose ambiziosissime che però sono alla portata dell'immaginazione.
Immagini di oggi.
Parole che arrivano da lontanissimo, ma trasmettono immagini che parlavano agli uomini di 2.500 anni fa e agli uomini di oggi: le Favole di Esopo, con le loro volpi, uva, lupi, cicale e formiche.
Gli esempi concreti e il lessico quotidiano aiutano tutti, non solo gli scrittori dell'antichità, i grandi manager e i presidenti degli Stati Uniti.
Più ci rivolgiamo a chi è completamente digiuno di un tema, più abbiamo bisogno di convincere, di portare l'interlocutore dalla nostra parte, più dovremmo rinunciare alle buzzword, ai gerghi, all'astrazione e avvicinarci invece all'esperienza comune.
L'astrazione è il lusso degli esperti, ma uccide sul nascere ogni interesse in chi ne sa di meno.
Una grande astrofisica come Margherita Hack lo sa perfettamente. Non dimenticherò mai la sua conferenza sotto il cielo stellato di una calda notte romana in cui rispondeva alla domanda “Che cos'è l'astrofisica?” davanti a un pubblico di migliaia di persone, grandi e piccole. Per spiegare l'espansione dell'universo cominciò a raccontare: “Avete presente quando si prepara un dolce con l'uvetta dentro? Si impasta, si impasta, e appena comincia a lievitare i chicchi di uvetta si allontanano l'uno dall'altro. E' quello che accade nell'universo dopo il big bang, astri e pianeti si allontanano l'uno dall'altro.”
Gli esempi concreti si ricordano con più facilità e la memoria funziona come l'effetto velcro: più gancetti afferriamo, più salda sarà la presa. Parole e cose concrete sono gancetti in più, anche in contesti teorici.
”Una radio con transistor al suo interno” o “Una radio che sta in una tasca?”
E avete notato che alle storie che si tramandano, siano leggende antiche o leggende metropolitane, vengono aggiunti sempre nuovi e inediti particolari?
Più parliamo ad esperti, più possiamo permetterci l'astrazione. Ma se esperti e non esperti devono parlarsi tra loro, allora la concretezza rimane un'ottima piattaforma di collaborazione e un ottimo terreno di intesa per tutti.
CREDIBILITA'
Naturalmente un messaggio può essere semplice, sorprendente e concreto, ma per funzionare deve essere credibile.
Credibilità che può avere molte fonti diverse, a parte la scontata autorità da parte di un famoso testimonial, cosa che solo le grandissime aziende possono permettersi:
Ma ben prima della rete, Ronald Reagan riuscì a sbaragliare Jimmy Carter chiedendo agli americani semplicemente “State meglio oggi o quattro anni fa?”
EMOZIONI
Senza emozioni, non c'è azione. E per elaborare e scrivere messaggi che smuovono bisogna togliersi dalla testa il “cappello analitico”, distogliere l'attenzione dal cervello e puntare al cuore.
Per quanto sembri strano, è difficile suscitare emozioni con le grandi teorie, i grandi numeri, anche quelli più impressionanti. È quello che gli autori di Made to Stick chiamano l'effetto “Madre Teresa”, la quale ripeteva spesso: “Se guardo la massa, non farò mai niente. Se guardo al singolo, mi metto in azione.”
Ed è il motivo per il quale possiamo leggere tutti i più dettagliati e attendibili rapporti sulla fame nel mondo, ma muoverci davvero solo quando ci raccontano la storia di un unico bambino e del piccolo ma concreto aiuto che possiamo dare.
Una lezione di cui tutte le associazioni no-profit hanno fatto tesoro, allontanandosi dagli studi, le statistiche, persino i famosi testimonial, per affidarsi piuttosto ai diari dei volontari e al racconto dei loro operatori, facendoci concretamente vedere sul web un progetto realizzato, o toccare con mano l'unico contatto con il mondo per un bambino sordocieco. Da persona a persona.
Naturalmente si suscitano emozioni anche facendo appello all'interesse del singolo o del suo gruppo di appartenenza. Interessi non necessariamente egoistici e di parte, ma anche interessi alti, nella sfera dei bisogni affettivi e spirituali.
Dei bisogni della famosa Piramide di Maslow, che li considera in rigoroso ordine gerarchico, i due autori di Made to stick, ci invitano a considerarli tutti insieme, come un insieme simultaneo. I bisogni di autorealizzazione e di libertà possono andare di pari passo con quelli più materiali.

Altro grande suscitatore di emozioni è il senso di identità, quello sul quale ha giocato l'agenzia pubblicitaria che ha realizzato la campagna di spot antirifiuti per lo stato del Texas. Come convincere il texano guidatore di pick-up a non buttare fuori dal finestrino qualsiasi cosa? Facendo appello alla sua texaneria e al suo linguaggio: “Non incasinare il Texas” è più o meno la traduzione italiana del payoff della campagna.
STORIE
Tutti i punti precedenti si trovano concentrati nella forma espressiva più antica ed efficace, la storia, il racconto.
Se una storia ci resta dentro meglio e più a lungo di un documentatissimo saggio o di una serie di istruzioni è perché leggere o ascoltare una storia, come ognuno di noi sa fin da piccolo, significa viverla dentro di noi anche a livello sensoriale ed emozionale.
Viverla, simularla dentro di noi, non è come agirla direttamente, ma è quanto di più vicino ci possa essere. Per questo le storie sono così efficaci per spingere all'azione.
Qualche volta è meglio la storia di un problema risolto, con i perché e la creatività del singolo che una serie di passi da compiere.
Meglio il racconto di chi è riuscito a perdere 100 chili di una brochure sul metodo della dieta rivoluzionaria.
Meglio la storia di una persona del suo curriculum professionale.
O meglio, meglio queste cose insieme, in un dosaggio e in un equilibrio che ogni volta va ricercato, aggiustato, ristabilito.
Perché le storie ovviamente non sostituiscono le altre forme comunicative ed espressive, ma sono quanto spesso può dare loro calore, compattezza, credibilità, emozione e sostanza.
Sono anche quelle che in certi ambienti e in certe culture vengono più snobbate per il loro appartenere alla cultura popolare, alla sfera personale e soggettiva.
Eppure, sono anche il materiale che più ci circonda. Non è necessario essere un grande creativo per inventare una grande storia. Le storie sono sotto i nostri occhi, continuamente. Nei discorsi che facciamo, nei racconti che ascoltiamo, sulla stampa, alla televisione, sui blog.
Basta tirare su le antenne e mettersi in ascolto.
Il sito del libro Made to stick.
Blog, blob, bubble?
Ho visto per la prima volta un blog nella primavera del 2000. Mi sembrò solo un sito un po’ diverso dagli altri, più aperto e amichevole, e lì per lì non ci feci un gran caso. Cominciai a incuriosirmi man mano che incontravo sempre più spesso quegli strani siti, tutti con la stessa struttura “a calendario”, e con i commenti.
Mi piacquero, credo complice quel nome, blog, che a noi italiani ricordava il frammento e il frullatore di stili del Blob televisivo. Ma anche bubble, la bolla, la speech bubble dei fumetti e anche la famosa bolla di internet che proprio in quel periodo si andava sgonfiando.
La bolla dei blog, invece, non sarebbe affatto scoppiata all’improvviso come una bolla di sapone. Rispondeva a un bisogno profondo delle persone e per questo non è volata via leggera verso il cielo, ma ha messo radici profonde nel web e nelle nostre vite, cambiando la fisionomia della rete, stravolgendo il mondo della comunicazione, sovvertendo gerarchie che sembravano fisse per sempre.
Per caso, e per fortuna.
Ho letto e osservato blog per più di tre anni, prima di aprirne uno. Mi sembrava qualcosa di inadatto alla mia natura schiva e del resto fino a quel momento avevo fatto del web un uso esclusivamente professionale. Avevo paura di mettermi in gioco su altri piani. E poi c’era la più classica delle preoccupazioni: cosa mai avrei avuto da scrivere, tutti i giorni o quasi? Mi rendevo conto che avrei preso un impegno e pensavo che non sarei mai riuscita a mantenerlo.
Oggi, a cinque anni e mille post di distanza, sorrido dei miei timori e delle mie ingenuità. Ma questo ci dice già molto sulla natura di un blog: scriverci dentro è una pratica quotidiana che si può conoscere e apprezzare davvero solo quando la svolgi e la approfondisci nel tempo. Il resto è teoria.
Difficile, quindi, parlare del blog in astratto.
Non è un nuovo genere letterario, anche se gli aspiranti scrittori ci si sono tuffati dentro, ma solo un semplice, versatile, economico e interattivo strumento di pubblicazione. Non poco, quindi.
Dentro, ognuno ci metterà ciò che vuole: segnalazioni di una sola riga, poesie, lettere, considerazioni e pensieri, raccontini compiuti, annunci, foto. Insomma, la sua vita, sia che abbia un blog personale, sia che scriva in un blog collettivo professionale, e persino in un blog aziendale.
Quindi, per ognuno un blog è qualcosa di diverso. Lo prova un famoso meme (una domanda lanciata in rete) che ha fatto il giro del web all’inizio del 2007: cos’è per te un blog, in 2000 battute. Le risposte sono state tantissime, ma nessuna uguale all’altra.
Anche io non ne ho una sola, ma parecchie, e altre si aggiungono nel tempo.
Decisi all’improvviso di aprire il blog, per giocare e senza troppe motivazioni. Ma quella decisione un po’ impulsiva e casuale si è rivelata tra le migliori che abbia preso nella mia vita professionale, e ne ha persino un po’ cambiato il destino. Di sicuro, e per fortuna, ha cambiato la mia scrittura.
Allora rispondo anch’io a quella domanda “che cos’è per te un blog”. Sulle pagine di una rivista posso andare ben oltre le 2000 battute, e le mie ragioni sono tante. Qualcuna la scoprirò sicuramente scrivendo, proprio come succede in un blog.
Un blog è un luogo dove solitudine e socialità si incontrano.
Chi scrive, per passione o, come me, per lavoro, ha bisogno di silenzio e di solitudine. A volte anche per lunghi periodi.
Il blog è un diario personale che ci accompagna in questo necessario isolamento ma, al contrario di quello tradizionale, non ha lucchetti, non lo nascondi in un cassetto o sotto la biancheria, non è intimo né segreto.
Gli consegniamo riflessioni, idee e pensieri del tutto personali, ma è aperto. Tutti possono non solo ficcarci il naso, ma anche dire la propria. Per di più protetti dall’anonimato, se vogliono.
Qualche volta – anzi spesso – non apprezzeremo i loro commenti e i toni ci infastidiranno. Altre, i contributi degli sconosciuti lettori ci faranno pensare o sorridere.
In ogni caso, dal nostro angoletto di casa o di ufficio, incontreremo un pubblico e inizieremo un dialogo. Ci confronteremo e, se abbiamo velleità di scrittori, metteremo alla prova l’impatto delle nostre parole sugli altri. Salvaguardando la nostra riservatezza, e se lo vorremo persino la nostra identità.
Un blog è un luogo per pensare.
Che scrivere sia uno dei modi migliori per chiarirsi le idee, per parlare con se stessi, prima ancora che per comunicare con gli altri, è cosa risaputa ma di solito poco praticata.
Ed è una delle ricadute più sorprendenti di un blog, anche perché all’inizio non ci si pensa affatto.
Almeno, io non ci pensavo proprio. Avevo già un sito, il Mestiere di Scrivere, dove affrontavo da qualche anno temi che riguardano il mio mestiere, la scrittura professionale. Dispensavo per lo più consigli che ritenevo utili per comunicatori di impresa come me, e che con me avevano funzionato. Ogni articolo che pubblicavo lo preparavo come un articolo o una piccola voce di enciclopedia: buttavo giù gli spunti, mi documentavo al meglio sulle fonti più autorevoli, intervistavo esperti, recensivo libri.
Il risultato era sicuramente dignitoso e utile, ma non molto diverso da quello di un buon manuale: preciso, ordinato, di buon senso, parecchio prescrittivo e comunque “a una sola via”, come dicono appunto i manuali di comunicazione.
Sul blog è stato subito tutto diverso. Non avevo più bisogno di aspettare un mese o due per pubblicare i miei impeccabili articoli sul sito. Magari una mattina mi sbattevo la testa con un problema molto pratico e concreto. Ci pensavo su, trovavo la soluzione e immediatamente sentivo il bisogno di scriverci un breve post, che non solo mi aiutava a chiarirmi ulteriormente le idee, ma conservava la freschezza del ragionamento appena fatto e la concretezza dell’esempio reale. Dopo averlo scritto, provavo un certo sollievo e sentivo di aver acquisito una nuova tecnica o un nuovo strumento per il solo fatto di averlo espresso in parole non solo per me, ma perché anche altri capissero e condividessero – dal punto di vista razionale ed emotivo insieme – i risultati o le considerazioni cui ero arrivata io.
Non solo. Il blog permette di esercitare una delle caratteristiche del nostro pensiero, quella associativa. Con i link ad altri blog o a nostri post passati, e con i tag che raggruppano i post per temi e idee. Tutte cose che naturalmente si possono fare in un normale sito e anche su carta, ma mai con quella velocità che è propria del blog e dello stesso pensiero associativo.
Capita di leggere nel giro di pochi minuti notizie, idee e pensieri disparati, su siti diversi, di collegarli poi a qualcosa che abbiamo letto e che improvvisamente ricordiamo. Insieme, producono una nuova idea – qualche volta originale – che sentiamo il bisogno di formulare e di scrivere subito, prima che svanisca.
Con il blog lo possiamo fare anche senza scrivere un saggio o un lungo articolo. Alla nostra piccola illuminazione basta un post di poche righe.
Un blog è un laboratorio personale di scrittura.
Si può decidere di aprire un blog per mille ragioni diverse, ma una delle migliori è che rappresenta un’ottima palestra e un laboratorio ineguagliabile di scrittura personale.
Tutto questo anche se non si hanno ambizioni letterarie, ma semplicemente il desiderio di migliorare con la pratica quotidiana la propria comunicazione scritta. Una cosa che serve a tutti, qualsiasi lavoro si faccia.
A me capita di scrivere un post di prima mattina semplicemente per scaldarmi un po’, perché mi aspettano compiti più lunghi e complessi che mi spaventano e non so come affrontare. Allora anche dieci righe riuscite di commento a un titolo di giornale servono a sentirsi meglio e avviarsi con più serenità verso un testo di molte cartelle.
A chi ha in mente di scrivere un libro, ma non ne ha il coraggio, la breve misura del post ricorda che anche il più lungo dei libri è fatto di capitoli, questi di paragrafi, i paragrafi di frasi e le frasi di parole.
A tutti, infine, avere un posto in cui scrivere quotidianamente e con una certa libertà ricorda che c’è anche una dimensione della scrittura che si fa e si scopre semplicemente scrivendo, senza troppi programmi, indici e scalette. Le parole portano sempre con sé altre parole.
In questo spazio spensierato, saltare di palo in frasca, giocare con il linguaggio, mescolare gli stili, passare con disinvoltura dalla dimensione personale a quella professionale, sperimentare con i registri stilistici, è molto più facile che altrove.
Il risultato, sui tempi medio-lunghi, è sempre una scrittura più ricca e più versatile.
Nel mio caso, il blog mi ha invitata ad abbandonarmi alla leggerezza e all’ironia, a prestare più attenzione al ritmo e alla musica del testo, a espormi di più con le mie opinioni, a essere più sincera.
Tutte cose che sono entrate a far parte del mio stile anche nelle scritture più professionali e più serie.
Un blog è una scuola di titolazioni.
Un post – o almeno la sua prima stesura - lo si scrive quasi sempre a gran velocità, perché nasce da una sollecitazione improvvisa, da qualcosa che abbiamo vissuto, letto o visto, che ci ha colpito o fatto pensare. Io lo chiamo “l’impulso a postare”.
Paradossalmente, molti di noi impiegano poi la maggior parte del tempo per scriverne la parte più breve: il titolo.
E facciamo benissimo, perché i titoli (e i sottotitoli) sul web sono tra i testi più importanti.
Sono il vero invito alla lettura in un luogo affollatissimo, in cui molti vanno di fretta. Il titolo di un sito o di un blog è come quello di un libro: deve colpire tra tanti e farsi ricordare a distanza. Il titolo di una pagina la deve “rappresentare”, senza il suo contenuto, nei lunghi risultati di un motore di ricerca. Il titolo di un post lo deve distinguere tra i tanti post della stessa pagina e parlare da solo nei titoli di un aggregatore di feed.
È soprattutto con i titoli che oggi i testi combattono la battaglia più difficile, quella per ottenere un po’ di tempo e di attenzione.
Ovunque, non solo sul web.
Un blog è il posto ideale per diventare dei bravi titolisti: dove ci potremmo sbizzarrire di più?
Un blog è un paio di occhiali speciali per guardare il mondo con occhi diversi.
Il solo sapere di avere un luogo per raccontare, un luogo che ci aspetta, con delle persone che aspettano, aguzza i sensi e la mente.
Diventa più facile “vedere” storie e racconti intorno a noi, fare attenzione alle parole che ascoltiamo in metropolitana o al mercato, alle immagini e alle persone che ci colpiscono.
Allora, cominciamo a scrivere mentalmente il nostro post, ovunque siamo. Ma il bello del blog è che sappiamo di non scrivere solo per noi, ma per essere letti.
Il post mentale deve prendere forma in parole che permettano anche agli altri di condividere i nostri pensieri e le nostre emozioni. Non importa più solo il “cosa” scriviamo, ma soprattutto il “come”. Dobbiamo rendere il nostro particolare un po’ universale. Nel nostro piccolo, fare quello che da sempre fa la letteratura.
Un blog è un luogo dove è più facile assomigliare a come si vorrebbe essere.
Un blog è un palcoscenico che sembra fatto apposta per il gioco delle identità. Si può essere se stessi anche – spesso più profondamente – indossando una maschera, chiamandosi con un altro nome, cambiando genere.
Con le sole parole, si può provare a essere quello che si vorrebbe e che non si riesce a essere nella vita reale.
Senza volto, senza età, senza abiti e senza la voce, che così facilmente ci connotano agli occhi degli altri, è più facile osare forse non un’altra identità, ma dei piccoli spostamenti dell’essere verso l’immagine migliore di noi stessi che abbiamo dentro ma non sempre riusciamo a tirar fuori.
Non fingiamo, ma proviamo e sperimentiamo su un terreno più protetto e più facile della quotidianità il gioco difficile delle aspirazioni.
Capita poi che all’improvviso abbiamo la sorpresa di ritrovare qualcosa di quegli esperimenti nella vita reale.
Un blog è un luogo dove essere generosi conviene.
Il blog non è un diario aperto solo perché tutti possono leggerlo. Lo è anche perché i link vi hanno un ruolo fondamentale, ne costituiscono le porte e le finestre verso il mondo.
Se introversione, avarizia ed egoismo sono pratiche disdicevoli e controproducenti anche su un sito, a maggior ragione lo sono su un blog, che non è fatto per tenere i lettori tutti per sé, ma per diventare una tappa piacevole di un più lungo viaggio di scoperta.
Più cose interessanti faremo conoscere ai nostri lettori, più ce ne saranno grati.
Le cose da condividere sono tante: i siti e i blog che amiamo, gli incontri nella navigazione quotidiana, quello che stiamo leggendo, vedendo, ascoltando. Senza mai lesinare sui link, fossero anche quelli dei nostri più temibili concorrenti.
Una politica aperta, sincera e generosa dei link è sul web tra le più remunerative: non solo ci porta altri link e attenzione continua, ma contribuisce come poche altre cose alla nostra reputazione, il patrimonio più prezioso per chi comunica e lavora in rete.
Questo naturalmente non significa “scambiare” i link e linkare semplicemente chi linka noi, anzi. Significa fare delle scelte di qualità, segnalare quello che ha valore per noi, condividere una scoperta, soprattutto quando siamo i primi a farla.
A premiarci non saranno solo i lettori, ma anche i giudici più inflessibili: i motori di ricerca, che valutano al massimo l’apertura e la generosità e la gratificano con un posizionamento alto nei loro risultati.
Un blog è un impegno, ma non impegna.
L’impegno con i lettori è un forte sprone e un antidoto alla pigrizia.
Nel delicato equilibrio tra dovere e piacere, un blog ci richiama alla scrittura molto più di un taccuino, di un testo di lavoro, di un sogno letterario.
L’informalità e la leggerezza vi hanno la loro parte. Sul blog si può osare, buttarsi, cancellare, ripensarci, scusarsi, ammettere senza troppi problemi di aver cambiato idea e perché, farsi scappare qualche refuso, smentirsi, essere incoerenti. Insomma, ci si può godere la libertà e la bellezza del lasciarsi andare.
Per gli errori, del resto, disponiamo di una schiera di editor: i nostri lettori.
.jpg)
Nel 2007 ho collaborato con diverse voci all'opera Scrivere di De Agostini, coordinata dalla Scuola Holden fondata da Alessandro Baricco.
Riproduco qui in formato pdf gli articoli già usciti per gentile concessione di De Agostini Editore.
Scrivere il brand
(fascicolo 8)
Dal diario al blog
(fascicolo 10)
Il blog aziendale
(fascicolo 19)
Brochure e case study
(fascicolo 21)
I generi brevi della scrittura professionale
(fascicolo 27)
Il naming
(fascicolo 28)
Scrivere le slide
(fascicolo 30)
Il comunicato stampa nell'epoca dei social media
(fascicolo 31)
Microcontent
(fascicolo 33)
Dalla carta al web
(fascicolo 34)
La revisione di un sito
(fascicolo 34)
Le paure del business writer
(fascicolo 57)
Il business writer non butta mai niente
(fascicolo 58)
La difficile arte di linkare
(fascicolo 59)
SCRIVERE, ©2007-2008 De Agostini Editore
Su internet c'è tutto: chi vede il web per la prima volta rimane colpito proprio da questo. È sorprendente trovare siti dedicati a qualsiasi argomento, non importa quanto strambo o di nicchia.
Ma in questo mare di informazioni è difficile navigare: trovare un sito, una persona, un'email, può diventare letteralmente un'impresa. Non è un caso che Google abbia fatto la sua fortuna "semplicemente" realizzando un motore di ricerca che funzionava meglio dei concorrenti.
Tuttavia, le informazioni sono in costante crescita, e i motori di ricerca tradizionali non sono abbastanza intelligenti da capirne il significato e poterle metterle in relazione tra loro.
L'avvento del cosiddetto Web 2.0 – con i (tanti) contenuti generati dagli utenti nei blog, wiki, forum, social network – ha ulteriormente complicato la situazione.
È in questo contesto che nascono i tag e il fenomeno del tagging: gli utenti di internet catalogano personalmente i singoli contenuti, applicando delle etichette (tag, in inglese) a siti, blog, post, video, foto, musiche. L'obiettivo è aggiungere alla rete quella intelligenza che un software ancora non può avere, dare un significato preciso ai contenuti e migliorare la ricerca delle informazioni.
Questo articolo spiega cosa sono e come si utilizzano i tag.
Cosa sono i tag
Un tag è un'etichetta (per esempio: jazz, amici, cucina e così via), che può essere applicata a un elemento, sia esso una pagina web o un file musicale. Può riguardare il genere, l'argomento, l'autore, e in generale qualsiasi parola chiave associata a quel contenuto.
I tag servono per ritrovare facilmente i contenuti. I siti e le applicazioni permettono infatti di “cercare per tag” (per esempio "elenca i siti con tag cucina") e ottenere un elenco filtrato di elementi che contengono quella etichetta.
Possono essere applicati diversi tag allo stesso contenuto, in modo da rappresentarne tutti i suoi aspetti e significati. Ad esempio, una pagina di ricette toscane potrebbe avere i tag cucina, toscana, ricette. Qualsiasi ricerca su uno di questi tag visualizzerà il sito.
Ecco un importante vantaggio dei tag: diversi percorsi di ricerca portano allo stesso risultato, e la probabilità di trovare esattamente quello che si sta cercando aumenta.
Cercare e navigare per tag
Facciamo un esempio: del.icio.us è un famoso sito nato esclusivamente per memorizzare e “taggare” (ormai si dice così) i siti preferiti. Inoltre, gli utenti possono scegliere di rendere pubbliche e condividere le liste personali: chiunque può accedere e sfruttare questo archivio “sociale” di siti già taggati in maniera certosina.
Il fenomeno della spontanea collaborazione tra utenti finali (e non di un gruppo chiuso di esperti) per taggare i contenuti, è conosciuto come folksonomy (tassonomia stabilita dalle persone).
Ecco come appaiono su del.icio.us alcuni siti segnalati dagli utenti:

Per ogni sito è visualizzata la lista dei tag associati. Il primo elemento della lista è un articolo che spiega come vincere la paura di parlare in pubblico: i suoi tag sono speaking, tips, presentation, presentations e public. Non è detto che queste parole compaiano esplicitamente nell'articolo, ma è evidente che sono tag indovinati.
Dato che raramente un tag genera equivoci, i contenuti sono estremamente correlabili.
I tag sono dei link, e basta un clic per accedere a una lista di altri siti simili che contengono quel tag.
Ecco l'elenco che appare cliccando su speaking:

Dove si usano i tag
Come accennato prima, ci sono molti siti che supportano i tag. Ad esempio Flickr, che permette di memorizzare e/o condividere le proprie fotografie digitali. Un utente di Flickr che sta osservando una foto taggata con Italia, panorama e Roma, può cliccare su Ie visualizzare una lista di altre immagini con quel tag:

Altri esempi? Si possono taggare i video con YouTube, i blog con Technorati, le email con GMail, i brani musicali con Last.fm. Ormai ci sono tag dappertutto. Con QualeTeatro si possono taggare gli spettacoli teatrali e con 2Spaghi i ristoranti italiani.
Molti siti permettono di “abbonarsi” a un tag, per essere avvertiti quando ci sono nuovi contenuti associati. Ad esempio, con Technorati si può essere aggiornati via RSS su tutti i blog taggati con Finanza, e con QualeTeatro si può ricevere un'email quando ci sono nuovi spettacoli con Shakespeare.
Chi applica l'etichetta può essere l'autore stesso (come succede nei blog o nei video YouTube) oppure i lettori/utenti (come succede per i siti preferiti o le email personali).
Spesso i tag sono creati da entrambi: l'autore crea i tag iniziali, e gli utenti possono estendere la lista migliorando la categorizzazione.
I browser e i sistemi operativi si stanno gradualmente adeguando: in Windows Vista è stata introdotta la possibilità di taggare file e foto del pc e alcuni lettori mp3 permettono di fare altrettanto con i file musicali.
Consigli per il tagging
Ci sono delle regole per scegliere i tag “giusti”?
Il tagging è ovviamente soggettivo, soprattutto quello dei contenuti personali. È anche un fenomeno piuttosto recente, le cui dinamiche devono ancora essere studiate e comprese. Tuttavia, con un po' di buon senso e i consigli dei top taggers (gli utenti che taggano molto frequentemente), si possono trarre alcune buone regole per la scelta dei termini:
L'uso del maiuscolo/minuscolo di solito non è importante: la maggior parte dei siti trasforma in minuscolo tutti i tag, per favorire la leggibilità ed evitare che qualche tag in maiuscolo sia maggiormente esposto.
Il tagging richiede esercizio: è normale che all'inizio ci sia una certa difficoltà nello scegliere le parole chiave. Col tempo e l'esperienza sarà tutto più semplice, perché la mente potrà velocemente attingere dal gruppo di tag abituali che ognuno di noi accumula e – soprattutto – si abituerà al processo di categorizzazione.
Tag cloud: un nuovo codice di comunicazione
Spesso i tag sono rappresentati in una tag cloud (nuvola di tag), ovvero un insieme di tag a grandezza variabile. Ecco una tag cloud sui ristoranti tratta dal già citato 2Spaghi:

La dimensione delle parole dipende dalla frequenza del tag all'interno del sito: più il tag è grande, più contenuti ci sono con quel tag. A colpo d'occhio l'utente può avere un'idea degli argomenti più trattati.
Ogni parola della nuvola di tag è un link, che visualizza la lista filtrata per quel tag.
Grazie all'interfaccia intuitiva, gli architetti dell'informazione stanno sempre più ricorrendo alle tag cloud nella progettazione dei siti.
Amazon sta sperimentando delle book cloud, ovvero delle tag cloud con i libri al posto dei tag!

Uno strumento di ricerca in più
I tag e le folksonomy possono contribuire significativamente a migliorare la ricerca delle informazioni. Il tagging ha i suoi limiti, è soggettivo e funziona solo se l'utente individua le giuste parole chiave: i tag quindi non sostituiscono la classica ricerca full text, ma la affiancano come strumento in più.
I tag non si trovano solo in internet, ma anche nei recenti sistemi operativi e nei lettori mp3: probabilmente col tempo saranno disponibili per qualsiasi contenuto digitale e influiranno sempre più nei nostri processi di ricerca. Ecco perchè è importante fin da adesso conoscerli e saperli sfruttare per le operazioni quotidiane.
Per approfondire
Voss, Jakob, Tagging, Folksonomy & Co - Renaissance of Manual Indexing?, Proceedings of the International Symposium of Information Science: 234–254, 2007.
Alberto Falossi è consulente informatico, esperto di Web 2.0 e nuovi media.
È professore a contratto alla facoltà di Economia dell'Università di Pisa. È il fondatore di QualeTeatro, il sito collaborativo con la mappa di tutti gli spettacoli teatrali in Italia.
Giornalista scientifico, dal 2001 al 2005 è stato il direttore tecnico di una rivista informatica di programmazione.
Il suo blog: www.albertofalossi.com.
Sono molto affezionata al libro Writing Tools, 50 essential strategies for every writer di Roy Peter Clark (Little, Brown and Company 2006).
I suoi attrezzi per scrivere bene mi accompagnano fin dal 2002, quando erano solo 30, pubblicati uno per uno sul sito del Poynter Institute. Nel tempo sono aumentati, sono diventati un libro, un blog, una serie di podcast.
Mi piacciono gli attrezzi, ma soprattutto mi piace lo spirito con il quale Clark li ha concepiti e continua ad aggiornarli.
La scrittura è un mestiere che assomiglia molto alla falegnameria: ogni autore ha bisogno del suo tavolo da lavoro con gli attrezzi, da scegliere e utilizzare a seconda del particolare lavoro da svolgere.
Gli attrezzi - non le regole! precisa Clark - possono e devono essere condivisi, come in una bottega artigiana. Ma, al contrario di chiodi, sega e martello, gli strumenti dello scrittore e del giornalista non vanno restituiti: passando di mano in mano non si rovinano, né si perdono, anzi diventano sempre più efficienti e precisi.
Il web è una grande officina collettiva. I primi 30 attrezzi li avevo liberamente tradotti cinque anni fa e pubblicati su questo sito.
Li ho rivisitati uno per uno e ho aggiunto gli altri 20.
In realtà, Writing Tools è un libro che mi sarebbe tanto piaciuto tradurre in italiano. Ma la traduzione è impossibile: per ogni attrezzo Clark chiama a raccolta una gran quantità di testi di famosi scrittori e giornalisti, contemporanei e del passato. Tutti in inglese. Gli esempi funzionano solo nella lingua originale.
Quindi i 50 attrezzi possono solo essere reinterpretati alla luce del nostro contesto e della nostra lingua. E, naturalmente, essere nuovamente condivisi.
Eccoli.
FERRI DEL MESTIERE
1. All'inizio erano il soggetto e il verbo.
Tutte le subordinate lasciamole alla nostra destra. Una frase può anche essere molto lunga, ma risulta comunque più chiara quando soggetto e verbo anticipano subito tema e significato.
Un attrezzo cui ricorrere quando siamo tentati di cominciare un periodo con una subordinata: non arrivare al dunque è come lasciare il lettore con il fiato sospeso. Un'operazione allettante, che però richiede la perizia di uno scrittore di gialli anche in siti e brochure.
2. L'enfasi che nasce dall'ordine.
Le parole più importanti è meglio metterle all'inizio della frase, oppure alla fine. Il punto fermo è come un segnale di stop: ogni parola che viene dopo è come se ci dicesse "guardami". Se invece è l'ultima di un capoverso o di un intero testo, il suo ricordo resterà più a lungo con noi.
3. I verbi, una concentrazione di energia.
Preferiamo sempre i verbi alle nominalizzazioni, usiamoli alla forma attiva e abbondiamo con gli infiniti, pieni di forza, di azione e di energia. Risparmieremo molte parole inutili e metteremo sempre in evidenza il soggetto, ovvero noi stessi, i nostri prodotti, la nostra azienda. Come scrive Alessandro Lucchini "un verbo vale più di due nomi, quattro aggettivi e otto avverbi messi insieme, perché sa esprimere in una sola parola i nostri pensieri e i nostri sentimenti".
4. La sindrome passivo-aggressiva.
Se invece scegliamo il passivo, facciamolo sempre a ragion veduta, cioè per evidenziare con chiarezza "chi è la vittima" dell'azione.
5. Diluilmente lunghi.
Attenzione agli avverbi. Troppo spesso diluiscono il significato del verbo e gli impediscono di sprigionare tutta la sua forza. "Il palazzo è stato completamente distrutto", "sono assolutamente d'accordo" vanno bene nella cronaca in diretta e nel contesto di una riunione, meno nel testo di un articolo o di un verbale.
6. Scrivendo scrivendo...
Il gerundio raramente serve davvero. Più spesso complica la sintassi, appiattisce il suono, introduce quel sapore di burocratese di cui anche gli uffici pubblici fanno ormai volentieri a meno.
7. Il fascino dei lunghi viaggi.
Anche se nella scrittura professionale si raccomanda di scrivere frasi brevi, non bisogna affatto temere quelle lunghe. Sono le frasi che fanno viaggiare il lettore, approfondire linguaggio e significato.
8. Svolte improvvise.
Creare parallelismi e simmetrie, nella sintassi e nel lessico, aiuta la comprensione, soprattutto per temi e ragionamenti complessi.
Ma il lettore, dopo le strade dritte e tracciate, ama anche essere sorpreso da una svolta improvvisa, un cambio di direzione.
9. I ritmi e gli spazi della punteggiatura.
La punteggiatura dà il ritmo e crea paesaggi per la lettura. Una lunga frase senza virgole che corre verso il punto è come un'autostrada, una con molti incisi è come una strada di montagna piena di tornanti. Ci affanniamo verso la cima, per goderci la sorpresa di quanto ci aspetta dopo il valico.
10. L'arte della potatura.
La revisione è soprattutto questione di tagli. Come nel giardinaggio, prima si tagliano i rami, poi si rifilano le siepi e si sgrullano via le foglie secche. Dal lavoro più grossolano a quello più sottile.
EFFETTI SPECIALI
11. Meno tecnici, più semplici.
Proprio dove il tema e i ragionamenti si fanno più complessi, ci aiuta ricorrere a parole, frasi, paragrafi semplici e brevi.
Usare gerghi e tecnicismi significa adagiarsi sul già noto; sforzarsi di trovare una parola semplice, ma ugualmente efficace, è un esercizio che ci costringe anche a pensare, a far chiarezza prima di tutto nella nostra testa.
12. Repetita iuvant.
La ripetizione dà fastidio solo quando non è intenzionale. Scegliere invece di ripetere le parole chiave lungo un testo aiuta a "incatenarne" le diverse parti/frasi, ad attirare continuamente l'attenzione sugli elementi e le informazioni più importanti.
13. Giochi di parole.
Proviamo a giocare con le parole, anche in testi molto seri.
I luoghi migliori per giocare sono i titoli e i sottotitoli, dove è lecito e raccomandabile sbizzarrirsi, andando ad attingere fin nei recessi del nostro vocabolario. Perché quando leggiamo è vasto come il mare e quando scriviamo si restringe a una pozzanghera?
14. Qual è il nome del cane?
Cerchiamo sempre di essere concreti e specifici: in un articolo di cronaca, il nome del cane che ha morso il bambino, in una brochure il nome del prodotto che stiamo illustrando.
E se il nome del cane ci aiuta a immaginare e vedere la storia, il nome del prodotto è bene ripeterlo fino alla nausea, senza sinonimi e senza scorciatoie.
15. I nomi sono importanti.
Nomen est omen, dicevano i romani: il nome è un presagio, un destino. Non trascuriamo il suono e il significato dei nomi. Sia quando citiamo dei nomi veri - di aziende, persone, prodotti -, sia quando sta a noi crearli e inventarli. Nominare, in tutte le culture, è come infondere la vita.
16. Questa l'ho già sentita.
Abbasso i cliché, viva le immagini e le espressioni originali. Se ci capita di scrivere in un articolo "una valanga di voti" e nella intranet aziendale "la squadra vincente", è ora di correre ai ripari: facciamo una lista di parole e sinonimi, lasciamoci andare alle libere associazioni, scartabelliamo dizionari, facciamo qualche bel giochetto linguistico.
17. Ripartiamo dalla creatività altrui.
Per giocare con il linguaggio, leggiamo con gusto e curiosità quanto scrivono gli altri. Annotiamo quanto ci piace e ci stimola: liste di parole, neologismi, assonanze, soluzioni testuali sorprendenti da reinterpretare e riproporre anche nei nostri testi.
18. La chiarezza imposta dal ritmo.
Se la frase è breve, il lettore si muove più piano. E si prende tutto il tempo necessario per pensare, assimilare, confrontare, imparare.
Anche le frasi lunghe portano chiarezza, perché trascinano rapidamente il lettore verso la comprensione, ma devono essere perfette in quanto a scorrevolezza e fluidità.
19. Pause per la mente e per gli occhi.
Anche la lunghezza dei paragrafi è importante e non va lasciata al caso. Un paragrafo è una unità narrativa a sé: può essere molto lunga, ma anche brevissima per inchiodare il lettore.
Senza dimenticare l'effetto visivo di pause e spazi: la forma e l'equilibrio di testo e bianco non è solo della poesia, ma anche della prosa.
20. Uno, due, tre... quattro!
Il numero degli esempi e degli aggettivi che utilizziamo fa la differenza: uno spiega, due divide, tre contestualizza, e a quattro siamo all'inventario.
21. Sul palcoscenico, dietro le quinte.
Quanto e quando deve apparire la voce narrante, la personalità dell'autore nel giornalismo e nella scrittura professionale? Meglio scomparire e lasciare che la storia si dipani da sé se il tema è serio, il racconto drammatico e ricco di colpi di scena (un reportage, un case study), meglio fare capolino e strizzare personalmente l'occhio al lettore se il tema è leggero e giocoso.
22. Su e giù per le scale.
Descrivere e raccontare non basta, bisogna anche mostrare.
Per questo c'è la "scala dell'astrazione", che va percorsa rapidamente in su e in giù. In basso ci sono gli oggetti e le cose, in cima le idee e i concetti. In mezzo c'è il regno del gergo e della burocrazia, delle "monete divisionali", delle "ampie gamme di prodotti", delle "firme in calce". Da saltare a pie' pari, per mescolare invece con sapienza le cose e le idee.
23. In viva voce.
Date ai vostri siti, brochure, newsletter - insomma alla vostra azienda - una vera "voce", vivace e inconfondibile. Chi legge deve avere la sensazione che state parlando proprio a lui, con un linguaggio che gli è vicino. Rileggete tutto ad alta voce per convincervene.
Se poi avete un blog aziendale, la voce è d'obbligo: i mercati sono conversazioni.
METODI
24. L'indice di un buon progetto.
Ogni buona storia ha un indice, che ne riassume l'andamento capitolo per capitolo. Titoli e sottotitoli: tracciare il nostro indice ancor prima di scrivere ci aiuterà a tenere la rotta. Dopo, servirà al lettore, sia sulla carta sia sul web.
25. La differenza tra un report e una storia.
Da una parte le informazioni, dall'altra un'esperienza. Il report per sapere, la storia per vivere e rivivere.
Se riusciamo a mescolare i due generi, arriviamo alla testa e al cuore. E allora possiamo sciogliere così le 5 W del giornalismo:
Who diventa il Personaggio
What diventa l'Azione
Where diventa l'Ambientazione
When diventa i Tempi
Why diventa la Motivazione del Personaggio.
26. Il dialogo, forma di azione e fonte di informazione.
Come nei romanzi, anche nella scrittura professionale il dialogo, il discorso diretto, fa progredire la storia, e in più può:
> aggiungere credibilità attraverso una voce umana
> spiegare meglio qualcosa di importante
> contestualizzare un problema
> aggiungere informazioni
> rivelare il carattere di una persona
> annunciare cosa viene dopo.
27. Show, don't tell!
Dettagli, dialoghi, scene, definiscono un carattere o una situazione meglio di tanti astratti aggettivi. Così è per il racconto di un progetto di successo sull'intranet aziendale, per la lettera dell'amministratore delegato in apertura della relazione di bilancio, per un botta e risposta sul blog aziendale.
28. Illuminanti contrasti.
Serio e faceto, passato e futuro, astratto e concreto: i contrasti - di linguaggio, suoni, immagini - sono uno degli strumenti migliori per aiutare il lettore a capire e a ricordare.
29. Un antipasto di conclusioni.
I giornalisti anglosassoni lo chiamano il modello della "piramide rovesciata", che significa anticipare subito la notizia, la conclusione, per poi dare via via maggiori dettagli. Anche senza svelare tutto subito, disseminare il testo di indizi fin dall'inizio e far intuire dove stiamo andando è uno dei segreti per tenere viva l'attenzione del lettore.
30. Col fiato sospeso.
I meccanismi di attesa possono essere inseriti lungo tutto il testo. Possono scandirlo di capitolo in capitolo, come le puntate di una soap opera. La storia di una soluzione felice per un cliente, senza svelare subito il nome del prodotto. La corsa contro il tempo per partecipare a una gara raccontata sull'intranet. In una presentazione powerpoint, lo scenario futuro... se l'azienda prenderà una certa decisione piuttosto che un'altra.
31. Una domanda come chiave di accensione.
Tutte le storie hanno bisogno di un motore, una domanda chiave. Nella scrittura professionale la domanda può essere esplicita, diventare un titolo, campeggiare sulla prima slide di una presentazione, diventare la prima frase del discorso del presidente.
32. Monete d'oro.
Il sentiero narrativo va lastricato di monete d'oro, ovvero non giochiamoci all'inizio tutte le carte migliori, né lasciamole tutte alla fine. Dosiamo effetti, aneddoti e informazioni importanti lungo tutto il testo, così che il lettore non sia tentato di saltare nemmeno un capoverso.
33. Il ritmo della parola che ritorna.
La poesia ce lo mostra, la retorica ce lo insegna: la ripetizione di una parola nei punti cruciali di un testo è uno dei principali elementi del ritmo, e quindi della memoria. Da Dante a Martin Luther King.
34. Scrivo, dunque filmo.
La varietà crea sorpresa, assicura attenzione e fedeltà da parte del lettore. Meglio farlo da subito, con un incipit che cattura.
Per esempio, facendo "vedere" un problema, un prodotto o un'azienda da un diverso punto di vista, come attraverso una cinepresa. Invece che dalle frasi di rito, si può cominciare con un dettaglio, una panoramica, uno zoom, un protagonista che parla.
35. Come a teatro.
In un buon racconto, personaggi, ma anche aziende e prodotti, non vanno meramente descritti, magari con una bella dose di aggettivi e avverbi. E' meglio farli agire come su un palcoscenico. Più facile per un giornalista, meno per uno scrittore di impresa. Eppure, basta non elargire al potenziale cliente solo la solita lista di prodotti e servizi, ma accompagnarla con un caso molto concreto, con problema già risolto, la faccia simpatica e la viva voce di un professionista aziendale che si affaccia sul sito o racconta la sua esperienza sul blog.
36. Frullatore di stili.
Un verso che apre una brochure, un bilancio che racconta l'anno come un reportage, un sito che si sfoglia come un album, tutto foto e didascalie, la lettera aperta del presidente sul blog aziendale. Titoli calembour sugli articoli dell'intranet. Mescolare gli stili diverte chi scrive e sorprende chi legge.
37. Neanche una sillaba di spreco.
I testi brevi, si sa, sono tra i più difficili da scrivere. E anche da rivedere. In tutti i microcontenuti - titoli, sottotitoli, parole chiave, abstract, alt text, didascalie - ogni parola deve avere la sua funzione ed essere proprio quella giusta. Se serve, la lucidiamo con cura. Se non serve la tagliamo via.
38. Meglio gli archetipi degli stereotipi.
Anche nella scrittura professionale, non dimentichiamo mai il mito, il simbolo, la poesia, profondamente radicati in ognuno di noi.
I temi del ritorno a casa, del superamento degli ostacoli, della perdita e del ritrovamento, sono comuni anche al giornalismo e in qualche misura anche alla scrittura di impresa. Acquisire un importante contratto non è molto diverso dall'uscire vivi dalla fossa dei leoni e anche un gelido "case history" può diventare una bella storia a lieto fine.
39. Tutte le strade portano alla fine.
Che la fine sia annunciata, anticipata, lasciata intravedere o assolutamente sorprendente, ogni testo deve chiudere in modo naturale, senza sbrodolare o lasciare qualcosa in sospeso. Si può chiudere con: un payoff, una soluzione a un problema, una citazione, uno sguardo al futuro, una call to action.
BUONE ABITUDINI
40. A ogni progetto, la sua mission.
Per le aziende scriviamo spesso inutili mission. Molto più utile scriverla per noi qaundo iniziamo un nuovo progetto di scrittura, soprattutto se lungo e complesso. Ci aiuterà a tenere la rotta e a non dimenticare mai - tra mille stesure e ripensamenti - l'obiettivo che dobbiamo raggiungere.
41. La prova generale.
Mentre stiamo ancora pensando al nostro testo, cincischiando con scalette e mappe mentali, lottando con parole che non vogliono saperne di uscire, proviamo intanto a "rappresentarlo" a metterlo in scena nella nostra testa. È la prima maniera di scriverlo.
42. Presto e bene.
Il processo e i tempi della scrittura sono diversi per ciascuno di noi. C'è chi ama scrivere un testo con molto anticipo per avere tutto il tempo per una revisione di fino e chi invece produce i testi migliori quando ha il fiato della scadenza sul collo. Trovare un equilibrio tra queste due strade ci preserva dagli imprevisti, sempre in agguato.
43. Lettori consapevoli.
Abituiamoci a leggere (e a rileggere) tutti i testi in maniera consapevole. I nostri, ma soprattutto quelli degli altri. Se un libro o un articolo ci piacciono particolarmente, cerchiamo di capire il perché. Isoliamo ed esaminiamo quella soluzione testuale, smontiamola ben bene in modo da farla anche nostra.
44. Lo scrittore professionale non butta via niente.
Tutto può tornare utile, soprattutto nei momenti difficili: le mille revisioni di una brochure, un testo che non è piaciuto, un progetto di comunicazione troppo audace, un titolo scartato, la versione lunga di un discorso. Quando il tempo stringe e l'ispirazione non arriva, nel nostro magazzino di testi riusciamo sempre a recuperare e a riconfezionare qualcosa di buono.
45. Le tante piccole parti del grande.
Ogni grande progetto testuale fa paura quando è ancora un progetto. 10 capitoli? 400.000 battute? Un set di 8 brochure? Non ce la farò mai. Il segreto è dividere ogni progetto in tanti progetti più piccoli, da abbordare e completare uno per uno, anche in ordine sparso, a cominciare da quello che conosciamo meglio o ci piace di più.
46. Materie di confine, che passione!
Le parole non vivono da sole: chi scrive per lavoro collabora inevitabilmente con grafici, web designer, correttori di bozze, traduttori, esperti di marketing. Senza cambiare mestiere, appassioniamoci anche al mestiere degli altri, per trovare nuove fonti di idee e creatività.
47. Un editor per amico.
Una rete di familiari, amici e colleghi disposti a rileggere, discutere e criticare i nostri testi è un vero tesoro. Scegliamo i nostri editor con molta cura, preferibilmente sulla base della disponibilità e della pignoleria.
48. Rimandare le autocritiche.
Essere iperautocritici è una buona cosa, ma solo prima di metterci al lavoro o subito dopo, a prima stesura conclusa. Mentre si scrive, bisogna lasciarsi andare, altrimenti diventa impossibile anche buttare giù una sola riga.
49. Le critiche insegnano.
Non ci piaceranno, ma ogni critica va accettata o almeno tollerata, anche la più feroce. Contiene sempre un nucleo di verità da cui imparare qualcosa.
50. I tuoi attrezzi sul bancone.
Ora disponiamo i 49 attrezzi sul nostro personale bancone da lavoro e cominciamo a metterli nello scaffale giusto per poterli ritrovare appena ci servono.
A partire dalle etichette di base:
> sniffare (il tema giusto)
> esplorare (le idee)
> raccogliere (i materiali)
> trovare (un focus, un taglio)
> selezionare (il meglio)
> mettere in ordine (informazioni, dati, idee)
> scrivere (la prima stesura)
> rifinire (il testo finale).
Tutte le email di aggiornamento del MdS si chiudono con una citazione di uno scrittore, di un giornalista, di un docente, di un pubblicitario, sul "mestiere di scrivere".
Qui le trovate tutte insieme.
"Tutti gli usi della parola a tutti" mi sembra un buon motto, dal bel suono democratico. Non perché tutti siano artisti, ma perché nessuno sia schiavo.
Gianni Rodari, Grammatica della fantasia
A un tratto, come per subito richiamo, Lily si volse al cavalletto. Eccolo là, il suo quadro. Eccolo là con i suoi verdi e i suoi turchini, col suo intreccio di righe, con la sua ambizione d'esser qualcosa. "Finirà in soffitta," ella pensò, "sarà distrutto." Eppoi, riprendendo il pennello: "Che importa?" si chiese. Guardò i gradini: erano deserti. Guardò la tela: era confusa. Con intensità repente, quasi che le fosse dato di veder chiaro per un attimo solo, tirò una linea là, nel mezzo. Il quadro era finito, compiuto. "Sì," pensò la ragazza, posando il pennello, "ho avuto anch'io una visione."
Virginia Woolf, Gita al faro
Penna
E prima di prendere carta
prendi penna.
Penna di falco o di cigno
penna di pollo, penna
con pancia piena
di inchiostri azzurri e neri
e di ogni colore tranne quello
della carta su cui scriverai.
Prendi penna che punga
la carta e la mano e che lasci
un segno netto e lungo e sottile
che non vi inciampi la formica
ma cada
proprio nel punto dove il mondo
ride. Dunque
un segno che sfiori
che tiri
che tenga.
Roberto Piumini, Calicanto
Einaudi, 1988
Bella copia
Poter domani
il Foglio di Bella
della vita cominciare
correggere la brutta cancellare
togliere gli errori (modi e tempi
sbagliati, nomi) ritoccare.
Che bello il bianco foglio nella mano
luccica il pennino, cominciamo.
Vivian Lamarque
Poesie 1972-2002
"Sono un'arma quando nasco dalla strada, quando sono parola di emergenza, parola nuova che sgorga immediata dai comportamenti, sono un'arma quando entro nel dettaglio affilata come una lama (Dio abita nei dettagli, si diceva un tempo), sono un'arma quando sono etica e mi attengo al veritiero, sono un'arma quando piego quel che accade mentre accade, parlata da un poeta oppure, perché no, da un generale... E soprattutto sono un'arma quando chi mi parla si rivolge agli altri come a se stesso, in trasparente intimità, c'è una regola d'oro anche per la parola, sa, giovanotto, non solo amare gli altri come se stessi, ma parlare agli altri come a se stessi, un complemento non da poco, mi creda. Perché non parlano tutti così? E' tanto difficile, poi?"
Daniele Del Giudice, L'arma della parola
(da Nel segno della parola, Rizzoli, 2005)
"Sono un cattivo copywriter, ma un buon editor. Così riesco a correggere quello che scrivo. Dopo quattro o cinque revisioni, il testo è abbastanza decente da poter essere mostrato al cliente."
David Ogilvy, The unpublished David Ogilvy.
"Il linguaggio è come una pianta viva che di continuo butta foglie nuove, senza fine. Ha un'energia tremenda, che ci sfugge. E la poesia, provocandolo fino a fargli produrre sempre nuovi significati, e a volte nuove parole, cerca di salire sempre più in alto su questo albero che cresce senza che nessuno di noi l'abbia piantato e i cui rami non avremo mai finito di esplorare."
Donatella Bisutti, La poesia salva la vita.
"Come gli stessi pensieri possono dare un altro tipo di discorso se disposti in modo diverso, allo stesso modo le stesse parole formano altri pensieri se disposte in modo diverso".
Blaise Pascal, Pensieri.
"Lettere,
continuate a cadere
come indispensabile pioggia
sulla mia strada.
Lettere di tutto
ciò che vive
e che muore,
lettere di luce, di luna,
di silenzio,
di acqua,
io vi amo,
e in voi
raccolgo
non soltanto il pensiero
e la lotta,
ma anche i vostri vestiti,
i vostri sensi
e i vostri suoni:
A
della gloriosa avena,
T
di terra e di torre
ed
M
come il tuo nome di mela."
Pablo Neruda , Ode alla tipografia
"Non c'è nessun vascello che come un libro
possa portarci in paesi lontani,
né corsiere che superi al galoppo
la pagina di una poesia".
Emily Dickinson
Poesie
"Scrivere significa farsi trascinare una seconda volta dall'esperienza; significa anche assaporarla. In una ripetizione di questo tipo c'è il tempo di gustare la vita in tutta la sua complessità e impegnarsi in essa".
Hanif Kureishi, Da dove vengono le storie?
"E' da incoscienti viaggiare e persino vivere senza fare annotazioni."
Franz Kafka, Diario
"Se uno vuole ricordare, allora ha bisogno dell'immagine; se uno invece vuole capire, allora ha bisogno della parola, della scrittura."
Susan Sontag, La mia America e l'Impero (intervista a La Repubblica, 16 giugno 2003)
"A Barbiana avevo imparato che le regole dello scrivere sono:
Aver qualcosa di importante da dire e che sia utile a tutti o a molti.
Sapere a chi si scrive.
Raccogliere tutto quello che serve.
Trovare una logica su cui ordinarlo.
Eliminare ogni parola che non serve.
Eliminare ogni parola che non usiamo parlando.
Non porsi limiti di tempo.
Così scrivo coi miei compagni questa lettera.
Così spero che scriveranno i miei scolari quando sarò maestro."
Scuola di Barbiana, Lettera a una professoressa
"Controllare la verbosità,
mantenere l'ordine; altrimenti
rivedere e ancora rivedere."
Lu Ji, L'arte della scrittura (III secolo d.C.)
"Scrivere è cercare la calma, e qualche volta trovarla. E' tornare a casa. Lo stesso che leggere. Chi scrive e legge realmente, cioè solo per sé, rientra a casa; sta bene."
Anna Maria Ortese, Intervista a se stessa.
"Le parole a volte guardano
in su
sfidandomi beffarde
perché scrivo,
mettendomi dei dubbi
che dentro non avevo."
Bruno Lauzi, I mari interni
"E' impossibile scrivere in pace se quello che si scrive vale qualcosa."
Charles Bukowski, L'ubriacone (Barfly)
"A volte, scrivendo, dici cose diverse da quelle che pensi. Spesso sono le cose migliori."
Giuseppe Pontiggia, Album di Maggio, Il Sole 24 Ore, 2002
"Un copywriter ama scrivere. Riscrive in cento differenti maniere. Cerca l'equilibrio del significato come un poeta. Ama la parola che provoca una reazione."
Gabriella Ambrosio, Siamo quel che diciamo
"Un buon lettore deve saper recepire mille modi diversi di scrivere, deve saper assorbire le varie potenzialità narrative. Invece un buono scrittore deve saper fortemente selezionare, escludere le altre varie possibilità, se no non sarà mai un vero narratore. Lo stile nasce dall'esclusione."
Giovanni Raboni
"Ogni volta che usiamo le parole, anche se non ne siamo ben consapevoli, siamo, per dir così, costretti a fare delle scelte. Siamo costretti a essere liberi."
Tullio De Mauro, Guida all'uso delle parole
"La rete non è fatta di macchine, connessioni, software e protocolli. E' fatta di persone.
Che cosa incontriamo, se esploriamo la rete? O una persona, o l'opera di una persona che ha scritto qualcosa e ce lo offre."
Giancarlo Livraghi, L'umanità dell'internet
"Qualunque cosa vogliate dire c'è un solo nome per esprimerla, un solo verbo per darle vita, un solo aggettivo per descriverla."
Gustave Flaubert
"Le parole sono innocenti. Siamo noi che, usandole senza fantasia, le rendiamo odiose."
Umberto Eco, La Bustina di Minerva
"I testi elaborati come si conviene sono come ragnatele: fitti, concentrici, trasparenti, solidi e ben connessi."
Theodor W. Adorno
"Scrivere o parlare difficile è facilissimo.
Basta pescare dal dizionario qualcosa di misterioso, greve e magari un po' ammuffito, scaraventare quanto si è pescato in faccia all'interlocutore, tramortirlo, e battersi i pugni sul petto lanciando urli di vittoria."
Annamaria Testa, Farsi capire
"Scrivere libri è un lavoro da professionisti, come fare orologi."
Jean de la Bruyère
"Il tempo per leggere è sempre tempo rubato. (Come il tempo per scrivere, d'altronde, o il tempo per amare.)
Daniel Pennac ome un romanzo
"... to write is human, to edit is divine"
Stephen King, On Writing
"Ogni testo è una macchina pigra che chiede al lettore di fare parte del proprio lavoro. Guai se un testo dicesse tutto quello che il suo destinatario dovrebbe capire: non finirebbe più."
Umberto Eco, Sei passeggiate nei boschi narrativi
"Provate a ricordare che le parole, quelle giuste, quelle vere, possono avere lo stesso potere delle azioni."
Raymond Carver
"La scrittura è progetto, scienza, costruzione, non ha niente a che vedere con la natura, ma semmai con la sapienza e con la professionalità."
Dacia Maraini, Amata scrittura
"Io credo, sinceramente credo, che non c'è miglior via per arrivare a scrivere sul serio che di scribacchiare giornalmente."
Italo Svevo
blurb, letteralmente "fascetta pubblicitaria di un libro", sul web è una riga o un brevissimo paragrafo (20-50 parole) che accompagna un link e che sintetizza il contenuto della pagina o del sito verso il quale si sta cliccando.
business writing, impossibile da tradurre in italiano con una sola espressione, indica il complesso delle attività di scrittura necessarie alla promozione e alla vendita di servizi e di prodotti, ma anche dell'immagine stessa di un'azienda: manuali, brochure, pieghevoli, presentazioni, siti web.
caption è una didascalia, un sottotitolo, ma anche il brevissimo testo che accompagna o si insinua nel corpo del testo principale o in'immagine per evidenziare i messaggi più importanti.
content editing (detto anche heavy editing o substantive editing) è l'editing che va oltre gli aspetti puramente formali per investire lo stile vero e proprio, l'organizzazione e la logica dei contenuti. Il content editor è un vero collaboratore dell'autore: la sua revisione mira ad arrivare a un testo ben costruito, scritto con chiarezza, capace di comunicare con efficacia a quel particolare tipo di pubblico. Il suo compito è quindi quello di indicare e migliorare le carenze di logica, sottolineare ed eliminare le parole gergali che possono non venire capite, rimettere mano ai periodi, ai titoli e alle caption per rendere il testo più chiaro, più leggibile e, nei casi migliori, più accattivante.
copyediting, detto anche "line editing", è la revisione di un testo per controllare che sia privo di errori. Errori di varia natura: errori di grammatica, refusi, punteggiatura, aderenza a determinati standard di comunicazione, concordanza tra numeri e note, correttezza dei nomi propri, numerazioni (tabelle, cifre, note, che siano in sequenza e che nessuna manchi), acronimi (sciolti per la prima volta e poi ripetuti correttamente lungo tutto il testo). Un buon copyeditor sa asciugare il testo, eliminando le parole inutili, e indicare all'autore possibili miglioramenti di tipo formale.
copywriting è l'attività di scrivere i testi promozionali in senso lato. Testi che devono informare, convincere, persuadere, vendere. Il copywriter scrive quindi per una pluralità di strumenti di comunicazione: annunci pubblicitari, spot, slogan, brochure, cataloghi, bilanci, rapporti annuali, articoli, discorsi, newsletter, intranet e siti internet.
editing l'attività di revisione di un testo. L'editor è il partner dello scrittore e l'avvocato del lettore: aiuta il primo a migliorare i suoi testi per renderli comprensibili e piacevoli al secondo. Se nel mondo dell'editoria l'editor è il consigliere - non sempre amato - dell'artista, quello che gli ricorda continuamente che esistono anche il mercato e i gusti del pubblico, nel mondo delle imprese il suo compito è molto diverso ma non meno ingrato. In un'azienda, l'editor usa le parole per raccontare, divulgare e promuovere le attività, i prodotti, le persone e i valori aziendali verso il mondo esterno. E i suoi compiti sono quindi i più vari perché deve "tradurre", riadattare e riscrivere i testi per gli strumenti di comunicazione più diversi: dalle presentazioni tecniche ai documenti di marketing, dai discorsi alle pagine web.
executive summary come qualcuno l'ha felicemente definito, è o dovrebbe essere un "business plan in miniatura". Lungo da una minimo di mezza cartella a un massimo di due e scritto al presente, l'executive summary dovrebbe contenere tutti i punti importanti del business plan, dagli obiettivi ai contenuti, dalle soluzioni proposte alle raccomandazioni/warning. Per informare di corsa gli executive troppo occupati, ma anche per convincerli a leggere il business plan per intero.
e-zine , o webzine, è un "electronic magazine", cioè una rivista pubblicata e distribuita solo sul web.
ghost writer, letteralmente lo "scrittore fantasma", è chi nasconde il suo nome ma presta la sua penna e il suo talento letterario a qualcun altro. Qualcun altro che il talento non lo ha però ha un nome famoso e molti soldi per pagarsi un ghost. Quindi il presidente degli Stati Uniti, un importante top manager, un'attrice famosa che vuole scrivere la propria autobiografia o un libro di ricette.
international editing è l'editing che si esegue sui testi tradotti. Tradurre bene e correttamente i contenuti è infatti solo il primo passo per rendere un testo credibile, scorrevole e piacevole da leggere. Di fronte a una traduzione il buon editor deve essere capace di riscriverne anche delle parti, senza tradire contenuti e informazioni. Se la traduzione è dall'inglese, per esempio, potrà prendersi la libertà di costruire nella versione italiana periodi un po' più complessi e articolati, dovrà controllare che tutto sia in british english o in american english, farà attenzione a non tradurre "attractive" con "attrattivo", "monitoring" con "monitorizzando". Se invece si tratta di una lingua latina, massima attenzione alle insidie dei "falsi amici" e alle preposizioni rette dai verbi: sono quasi sempre diverse dall'italiano.
ipertesto questa la definizione del più celebre studioso degli ipertesti, George Paul Landow: "Definirei l'ipertesto come qualsiasi forma di testualità - parole, immagini, suoni - che si presenti in blocchi o unità di lettura collegati da link. Si tratta, essenzialmente, di una forma di testo che permette al lettore di abbracciare o di percorrere una grande quantità di informazione in modi scelti dal lettore stesso e, nel contempo, in modi previsti dall'autore. Se dovessi definire l'ipertesto con una o due frasi, direi che è una forma di testo composta da blocchi di "scrittura" e immagini collegati da link, che permette una lettura multilineare: non una lettura non lineare o non sequenziale, ma una lettura multisequenziale" (da un'intervista rilasciata alla trasmissione televisiva Mediamente).
metadata, i "dati sui dati" sono sempre più indispensabili per indicizzare i documenti web e soprattutto per farli trovare e quindi leggere. I principali, da inserire nell'HTML: titolo della pagina, abstract, autore, parole chiave.
microcontent è un termine coniato dal guru della scrittura online Jakob Nielsen. Indica i titoli, i sottotitoli, i link, le voci di indice di una pagina web, cioè tutte quelle "perle di chiarezza" di 50 caratteri al massimo che devono contenere e spiegare al lettore il "macrocontent" di intere pagine e quindi attrarlo e guidarlo all'interno di un sito. Esercitarsi sul microcontent è naturalmente una delle sfide più difficili per il talento editoriale dello scrittore online.
piramide rovesciata da sempre tra i primi rudimenti appresi da ogni aspirante giornalista anglosassone, è il modello di organizzazione dei contenuti che parte dalle conclusioni per scendere via verso una maggiore complessità e ulteriori dettagli. Un modello particolarmente adatto e raccomandato anche sul web, dove è lo "strillo", il titolo, quello che attira subito l'attenzione del lettore.
proofreading è l'ultimo controllo di un testo, quello che si fa alla ricerca dei refusi e degli errori di formattazione.
refuso è quello che nel linguaggio di tutti i giorni chiamiamo "errore di stampa": una lettera che manca, una lettera al posto di un'altra. In realtà l'errore non è frutto della stampa, ma di una revisione affrettata e mal fatta.
style guide, l'indispensabile vademecum di ogni editor - soprattutto all'interno di grandi organizzazioni, aziende, giornali - per assicurare correttezza e coerenza editoriale e stilistica a tutta la comunicazione scritta, sia on che offline. Pochissimo usata in Italia, è considerata una sorta di Bibbia in tutti i grandi quotidiani e magazine del mondo anglosassone. Un esempio per tutti: quella dell'Economist.
usability una definizione che mi piace è "ciò che chiede all'utente di un sito di pensare il meno possibile", fornendogli un ambiente nel quale può muoversi a suo agio, trovando senza sforzo ciò che gli serve. Quindi l'usabilità è un insieme di chiarezza, qualità estetiche, capacità comunicativa e interattiva, velocità della fruizione e della consultazione. Il web editor, che scrive e organizza i contenuti dei siti, è uno dei massimi responsabili della "web usability".
white paper il "libro bianco" è una pubblicazione che nasce da una ricerca effettuata da un'organizzazione, un'amministrazione, un'azienda su un determinato tema o problema, riflettendone quindi le opinioni e gli orientamenti. Per un'azienda, un libro bianco può riguardare un prodotto, una tecnologia emergente, un particolare settore di mercato. Per un'amministrazione pubblica o un'agenzia governativa, un tema sociale od economico. Perché "bianco"? Perché in Gran Bretagna, negli anni cinquanta, il governo volle distinguere con la copertina bianca le ricerche più brevi e sintetiche da quelle più dettagliate che avevano invece la copertina blu.
XML l'Extensible Markup Language è l'erede dell'HTML. Mentre quest'ultimo descrive semplicemente come il testo deve essere presentato sulla pagina web, l'XML riguarda direttamente la classificazione e la strutturazione del contenuto.
Ho sempre pensato che in questo sito mancasse una sezione dedicata a esempi concreti di scrittura professionale. È inutile dare mille indicazioni e consigli se poi non ci si confronta direttamente con i testi.
Io nel mio lavoro quotidiano non solo scrivo, ma riscrivo moltissimo. Posso anzi dire di avere imparato soprattutto correggendo e riscrivendo i testi altrui. Di tutti i tipi: lettere, siti web, presentazioni powerpoint, brochure.
Lo faccio sempre su carta, con le penne Pilot colorate. Solo dopo correggo sul formato elettronico.
Da un po' di tempo, invece di buttare tutta la carta con un gesto liberatorio a lavoro finito, conservo le bozze corrette in una cartellina.
Ma mi capita anche di salvare dei testi sul web e poi di riscriverli, per proporli come esercizi in corsi di formazione.
Di qui l'idea di proporre dei testi "prima e dopo la cura".
Testi possibilmente brevi, ma esemplificativi.
Comincio io, ma mi piacerebbe che questa sezione del MdS diventasse una sorta di eserciziario con il contributo di tutti.
Perché siamo ormai tanti e lavoriamo nei settori di mercato più diversi: tecnologie, banche, assicurazioni, manifatturiero, servizi e, sempre più, pubblica amministrazione.
Se ognuno di noi mandasse un testo, con la riscrittura e un breve commento, sarebbe utile per tutti.
Se siete in difficoltà, cambiate pure il nome dell'azienda o dell'amministrazione.
Naturalmente, possiamo proporre riscritture anche di testi inviati da altri: non c'è un solo modo di riscrivere un testo e sarebbe anzi interessante proporre soluzioni diverse per uno stesso testo.
Riproduzione testi e articoli
Ricevo spesso richieste di riproduzione di testi del MdS su altri siti o altri media. Questa è la mia "politica": tutto quello che penso, elaboro e scrivo lo metto a disposizione di tutti e mi fa piacere che circoli il più possibile: sotto forma di link, stampe, o anche l'intero sito scaricato e messo su un cd per poterlo consultare meglio. La proprietà intellettuale però è mia, secondo le buone regole del copyright, per cui ogni riproduzione va autorizzata da me.
Sono contraria alla riproduzione su altri siti, perché su internet quello che ci piace non lo si copia o riproduce, ma lo si linka; io faccio così con i siti degli altri (facendoli conoscere), per cui chiedo che lo stesso venga fatto con il mio. In genere, nessun problema per la riproduzione su altri media: libri, riviste, cdrom o prodotti per la formazione, purché non a scopo commerciale e naturalmente anche qui vorrei essere avvertita (basta una mail) e correttamente citata.
Aggiornamenti
Il Mestiere di Scrivere è un sito personale e artigianale, gestito da una sola persona: me stessa. Non costituisce il mio lavoro, perché non è un sito commerciale, ma la mia "palestra" di scrittura personale, che aggiorno quando posso, compatibilmente con il mio lavoro e i miei impegni di vita. Ha inoltre dieci anni - un'era geologica per i tempi del web -, per cui non tutti gli articoli sono aggiornatissimi. Non riesco sempre a fare il prezioso content gardening raccomandato da Jakob Nielsen. Quando ho un po' di tempo privilegio sempre i contenuti e preferisco proporre nuove pagine piuttosto che mettermi a sforbiciare e a controllare se tutti i link funzionano (ma se mi segnalate quelli "rotti" mi fate un gran favore).
Un sito è un lavoro che cresce nel tempo e io in questi anni ho anche cambiato idea su parecchie cose. Che ne resti traccia non mi dispiace, anzi. E poi alla fine della pagina c'è sempre la data dell'ultimo aggiornamento, che vi dà delle indicazioni sulla "freschezza" e quindi l'affidabilità dei contenuti.
Viviamo un momento particolare della comunicazione aziendale, in cui le organizzazioni, pubbliche e private, sembrano alla ricerca continua di nuovi linguaggi capaci di rappresentarne le aspirazioni profonde, di trovare soluzioni creative a problemi inediti.
Si attinge molto all’arte, e tra le arti soprattutto alla letteratura. Si sono scritti libri interi sulla forza dello storytelling e ci sono aziende tradizionali e serissime che hanno introdotto al loro interno persino workshop di poesia.
Ce ne sono altre, anche in Italia, che puntano invece sulla forza del linguaggio delle fiabe.
Ne parliamo con Piera Giacconi, arteterapeuta, autrice del sito La voce delle fiabe.
Piera, tu nelle organizzazioni porti qualcosa di apparentemente lontanissimo dal mondo della competizione e della produzione: le fiabe tradizionali di Perrault e dei fratelli Grimm, quelle che introducono i bambini alla dimensione narrativa, che li aiutano a superare le loro paure. Perché le fiabe possono essere così importanti per gli adulti, nel mondo del lavoro per giunta?
Le fiabe sono un manuale di istruzioni antichissimo, che da molti millenni viene trasmesso sul pianeta, in tutte le culture, in tutti i continenti. Un manuale che ci insegna come fare per diventare uomini e donne consapevoli.
Non sono storie per addormentare i bambini. Sono storie piene di sangue, di morti ammazzati, di tradimenti, di fratelli che vogliono uccidere i fratelli, di padri che vogliono ammazzare o esiliare i propri figli. Ne i Dodici Fratelli dei Grimm, per esempio, il re annuncia che se il tredicesimo figlio sarà femmina, tutto il regno andrà a lei e che sono già pronte le dodici bare per i dodici figli maschi… una fiaba terribile.
Eppure proprio questi terribili racconti appartenenti al mondo meraviglioso ci insegnano come superare le nostre paure, scoprire una soluzione, trasformarci da cenerentola o mendicante in re, regine o marchesi di Carabas, esattamente come il figlio del mugnaio rimasto orfano nel Gatto con gli stivali.
Le fiabe sono una struttura viva, simboli viventi che ci mettono in risonanza con l’infinito che abbiamo dentro.
Perché infinito è il nostro potenziale: coraggio, libertà, onestà, lealtà, creatività, fiducia, gioia, dinamismo, entusiasmo, pazienza, disponibilità, apertura, ascolto. Quando ci sembra di aver raschiato in fondo al barile, è invece giunto il momento di scoprire la porticina, o la botolina verso questo magazzino segreto di qualità positive, come accade nella fiaba delle Tre piume, in cui il povero principe – al quale è stato chiesto dal padre di portare le cose più straordinarie - viene soccorso dalla regina rospo.
Quindi le fiabe sono uno strumento prezioso, anche in contesti difficili quali sono spesso quelli lavorativi…
Sì, soprattutto perché ci consentono il contatto immediato con la risposta che cerchiamo. Viviamo un periodo in cui non sempre possiamo applicare regole certe o ricette precostituite. È necessario essere veloci, prendere dei ritmi, saper scegliere con responsabilità. La fiaba ci fa attingere a quelle risorse personali che da sole ci indicano come procedere nel corso della vita, senza remare contro, senza forzare, facendo piuttosto maturare gli eventi, in modo da allinearci con il cambiamento. La libertà creativa non può essere vincolata a degli schemi, richiede un capovolgimento mentale: e questo è il millenario messaggio delle fiabe.
Cosa si aspetta un’azienda o un’amministrazione quando decide di aprire le sue porte a una moderna cantastorie? A quali problemi cerca una risposta?
Quasi sempre le aziende mi chiamano quando hanno problemi di identità. Aziende che diventano più grandi, aziende che vengono assorbite o incorporate.
Cercano quindi risposte creative a problemi di comunicazione interna, di lavoro di gruppo, di rimotivazione delle persone, di resistenze al cambiamento.
Per esempio, ho lavorato con le fiabe con un imprenditore di allestimenti museali e teatrali, che in un momento di crisi temeva di dover fare dei licenziamenti.
Si è rivolto a me perché “sapeva di non saper dire di no”. Nel corso dell’atelier creativo, si è man mano reso conto di quanti talenti avesse dentro di sé e ha imparato a rimanere saldo di fronte al suo problema.
Non ha poi dovuto licenziare nessuno, perché ha ricevuto una commessa per un importante allestimento museale a livello europeo, ma la scoperta dei suoi talenti lo sta aiutando anche ora che è in lotta contro una malattia e si immagina come un cavaliere con una spada, quella dell’arte, e un grosso mantello sulle spalle: l’infinito.
E aziende più tradizionali, per esempio le amministrazioni pubbliche?
A Natale 2006 le Poste della provincia di Udine hanno organizzato una grande festa per ringraziare il personale per aver conseguito il più importante risultato dell’Italia del nord. Dopo la lettura dei risultati e dei numeri del bilancio, a 124 dirigenti ho raccontato una fiaba per capire insieme con quali strumenti e quali risorse avessero raggiunto un tale risultato, e come preservare e condividere questo patrimonio così prezioso.
Immagino che ogni volta che entri in un’azienda sia una “storia” diversa. Ci puoi spiegare il tipo di lavoro che fai… lettura, racconto, scrittura, interpretazione… cosa succede?
Lavoro sia con la narrazione, sia con la scrittura.
Nel primo caso racconto una fiaba e il gruppo la commenta insieme, in maniera del tutto libera, senza ruoli, senza culture, così come fanno i bambini. Solo in base alle emozioni che la fiaba ha suscitato.
La fiaba è un bacino ricchissimo su come parlare e trasmettere insegnamenti. Ogni fiaba fornisce moltissime immagini e dettagli, viene ricordata pezzo per pezzo. Un bambino non dimentica il colore della piuma del gatto, un dettaglio infinitesimale, eppure così importante.
Si parla tanto oggi in azienda di intelligenza emotiva, di uso intelligente delle emozioni. Queste emozioni, tra le persone che hanno ascoltato la fiaba, possono essere diversissime, e tutte hanno diritto di cittadinanza. La fiaba permette di essere totalmente liberi e totalmente in ascolto.
Per lavorare bene insieme è necessario prima di tutto ascoltare se stessi e oggi le persone non si prendono abbastanza tempo per questo genere di ascolto, e poi si stupiscono che ci siano tanti malintesi nella comunicazione.
Nel secondo caso utilizzo la scrittura, ispirata talvolta da un ascolto musicale legato alla fiaba, oppure da un pezzo di fiaba scelto anche a caso – dove le coincidenze casuali sono in realtà parte di un linguaggio più vasto che ci mette in comunicazione con il Tutto-Possibile.
E’ come dare una penna al cuore, lasciare che il nostro mondo interiore così infinitamente ricco, possa comunicare con noi attraverso la scrittura libera e creativa, visionaria. “Andare in creatività” diventa immergerci in quello spazio infinito di risonanze per metterci in ascolto, diventare un buon vaso e raccogliere messaggi ispirati, e finalmente entrare in contatto diretto con le risposte cercate.
In un gruppo di colleghi, abituati a confrontarsi su numeri, scenari, a comunicare per email senza guardarsi, con un linguaggio stringato, o a colpi di slide, cosa succede quando si trovano tutti insieme, in un cerchio, ad ascoltare e scrivere fiabe? Non ci sono imbarazzi a uscire dal proprio ruolo?
Come no! Un imbarazzo che si supera lavorando con il corpo che è la casa del nostro infinito, una casa di cui troppo spesso ci dimentichiamo.
Io faccio muovere i piedi, ballare, mimare degli animali, soprattutto respirare, lo strumento più adatto e delicato per affrontare e sciogliere le nostre resistenze.
Il respiro riporta le cose a una naturalezza straordinaria nel giro di pochi minuti.
Ti ricordi della pubblicità dell’Enel con Giancarlo Giannini nei panni di moderno cantastorie? Mi ha molto colpita che un’azienda moderna, in un momento di forte espansione e ridefinizione del brand, della sua identità verso il mercato, avesse deciso di ricorrere in maniera così esplicita al mondo delle fiabe. Per parlare ai grandi, non ai bambini.
Una pubblicità che ha colpito anche me. In realtà, è una pubblicità che parla sì ai grandi, ma al bambino che è dentro ognuno di noi. Una parte emotiva, legata ai sensi così come un bambino li percepisce: come sente il vento tra i capelli, la sabbia umida sotto i piedi, le gocce di pioggia su una mano. Tutte le nostre risorse creative sono fortemente legate al sentire del nostro corpo.
È la dimensione “bambina” alla quale attingiamo. Anche dentro un importante dirigente c’è questo bambino, con i suoi lati ombrosi, le sue paure, le sue ritrosie, le sue ferite.
Parlare al bambino in senso creativo significa parlare alla parte più viva che c’è dentro di noi. Una parte innocente, fragile, debole, che nelle fiabe è spesso rappresentata dal terzogenito. Eppure è quella che da sola riesce a vincere gli orchi e a riportare ordine in tutto il regno.
La dimensione narrativa nella mia attività professionale è sempre stata importante, e lo diventa sempre di più. Ricorrere a modelli narrativi mi porta a scoprire storie di aziende, persone, progetti, mi aiuta a uscire dagli schemi, a individuare idee di comunicazione nuove, soluzioni testuali originali. Per molte aziende riscoprire e raccontare il loro “mito di fondazione” serve a dare senso e forza al presente. Basta guardare il “profilo aziendale” nei siti di due grandi aziende italiane: Illy racconta la storia romantica di un ufficiale dell’esercito asburgico, Mandarina Duck la storia di un’amicizia e di un’anatra cinese… E il bisogno di raccontare e ascoltare storie è anche uno dei principali motivi del successo dei blog, personali e aziendali.
Le persone hanno bisogno di incontrarsi realmente, parlare e sentirsi parlare, raccontare di sé. Farlo in forma metaforica, attraverso una fiaba, può essere ancora più semplice, perché ci permette di assumere di volta in volta tanti punti di vista diversi, con infinita libertà.
Mi viene in mente il caso di un promotore finanziario che scrisse una bellissima fiaba per riuscire a mettere insieme “un bastimento di 500.000 euro”. Per leggerla ci fece spegnere le luci e accese una candela: la fiaba cominciava proprio in una stanza buia, a lume di candela, dove lui apriva una scatola piena di vecchie fotografie, ricordi da cui attingere la forza per compiere questa grande impresa.
Oggi, soprattutto in certi ambienti lavorativi, abbiamo perso il concetto che la vita è pura abbondanza. Viviamo in una dimensione mentale di mancanza, una dimensione votata assolutamente alla sofferenza.
Tutte le leggende, i miti, le fiabe, le storie legate agli essere fatati ci parlano invece di abbondanza, ci aiutano a concepire di nuovo “in volume” e ad attingere alle infinite risorse che sono dentro di noi.
Un infinito che ci è precluso quando ci affidiamo solo al funzionamento binario della nostra mente (bianco-nero, giorno-notte, più-meno, uomo-donna, buono-cattivo), che si apre invece con le chiavi della metafora, del simbolo e dell’immaginazione.
Quando abbiamo un problema, ci mettiamo in cammino alla ricerca della risposta come gli eroi delle fiabe. E le fiabe ci indicano come diventare re, cioè consapevoli del nostro potenziale. Il risultato – soprattutto nel mondo del lavoro – è che riesco a fare del bene non solo a me e al mio regno, ma magari anche ai regni vicini come nella fiaba L’Acqua della vita… per ringraziarmi di averli sfamati e liberati dal nemico, gli altri re mi mandano degli asini carichi d’oro.
Anche per chi in azienda e per le aziende scrive il concetto di sovrabbondanza è importante. Io leggo storie, e anche fiabe, per alimentare il mio magazzino di parole, espressioni, immagini, metafore, storie, modelli testuali. Mi sembra di non averne mai abbastanza.
Anche di consigli non ne abbiamo mai abbastanza, per cui concluderei chiedendotene alcuni “fiabeschi”.
Per esempio, quale fiaba consiglieresti a chi si sente stretto nel suo lavoro e cerca nuovi orizzonti e possibilità?
Una fiaba per far risalire l’autostima in un momento difficile, per esempio quando il nostro superiore ci ha fatto una lavata di capo?
Un inno alla gioia è Il coraggioso piccolo sarto dei fratelli Grimm. Il piccolo sarto ammazza sette mosche e subito si cuce una bella cintura a lettere d’oro con su scritto “Sette in un colpo”. Pensa in grande e desidera che tutta la città conosca la sua grandezza e la sua bravura, così si mette in cammino verso l’ignoto. Di successo in successo, da piccolo sarto diventa re e le contraddizioni si annientano da sole.
E per un manager che deve prendere una decisione difficile, che può avere conseguenze serie su altre persone?
I tre capelli d’oro del diavolo, sempre dei fratelli Grimm. Qui la salvezza arriva da una vecchina, che come la volpe, la strega o il corvo, rappresenta l’alleanza con la vita, il suggerimento da cogliere per uscire da una situazione apparentemente senza via di scampo. E solo il nostro determinato desiderio di vivere felici ce l’ha fatta incontrare.
Infine, una fiaba per lo scrittore sconsolato, il copy che si sente vuoto e non riesce a scrivere nemmeno una riga?
Sicuramente Il leprotto marino, la storia di una principessa molto superba che vuole regnare senza marito, perché così sarà veramente libera per tutta la vita. In realtà è molto sola e triste, perché davanti al portone del suo castello ha le 97 teste mozzate di tutti i pretendenti che ha fatto decapitare. È una fiaba che ci insegna a uscire dal blocco e dalla solitudine della razionalità.
PS
Due libri che parlano di poesia in azienda:
David Whyte, Il risveglio del cuore in azienda, Galgano 2000
Whyte è un poeta inglese,formatore negli USA presso Boeing, Honeywell, Kodak, AT&T.
John Simmons, Dark Angels. How writing releases creativity at work, CYAN 2004
Simmons è un famoso business writer londinese, a capo dell’agenzia The Writer e per molti anni del settore Verbal Identity di Interbrand. In Dark Angels, il diario dei suoi seminari poetici ai comunicatori di grandi aziende britanniche.
***
un'intervista a Luisa Mattia
All'esperienza di scrittura creativa con i bambini che si fa da parecchi anni in una scuola pubblica romana avevo già dedicato un post sul blog. Mi ero ripromessa di
tornarci su, e di condividere questo approfondimento con i lettori di questo sito. Lo faccio con un'intervista a Luisa Mattia – insegnante, pedagogista, scrittrice per bambini, autrice di Melevisione - che coordina e anima questo progetto fin dagli inizi. Per chi poi voglia conoscere meglio Luisa, rimando al suo sito, completo di blog. Insieme a Janna Carioli, Luisa ha da poco pubblicato il libro Scrivere con i bambini, ricchissimo di idee, spunti ed esercizi per gli insegnanti che desiderano inventare e scrivere storie con i loro alunni.
I bambini adorano ascoltare le storie, anche le stesse per infinite volte. Si appassionano altrettanto facilmente quando sono chiamati loro a inventarle e a scriverle?
Sicuramente no. Se ascoltano così volentieri è perché c'è un adulto che attraverso il suo corpo e la sua voce li fa entrare in un mondo immaginario. Tra loro si stabilisce allora una complicità, un canale di comunicazione diretto, incantato. È un fatto quasi ancestrale.
Con la scrittura c'è invece un filtro, inevitabile. Un filtro legato all'atteggiamento degli adulti nei confronti della scrittura infantile, che le danno priorità solo in funzione di un apprendimento. Quando un adulto propone ai bambini di scrivere, la disponibilità dei bambini è sempre accompagnata dalla cautela: i bambini sospettano sempre un possibile trabocchetto, pieno di seconde intenzioni.
Quello che pensano è: “Tu mi stai dicendo ‘scriviamo questa storia, ma in realtà sei un furbacchione, perché chissà che cosa vuoi ottenere da me: l'ortografia, gli approfondimenti, più fatica…'” Si mette insomma in discussione l'aspetto di piacere che invece è inequivocabile con la lettura da parte di un adulto.
Sta agli adulti superare quel filtro e quella diffidenza, entrare in una dimensione in cui si scrive “con i bambini”, in cui la scrittura è anche gioco, invenzione. Basta pensare ai bambini piccoli, che ancora non sanno scrivere. Sostengono di scrivere, attraverso dei geroglifici incomprensibili che loro però leggono. Per loro la storia c'è, e la leggono su dei segni che nessuno ha mai codificato.
Quando si scrive insieme ai bambini bisogna quindi recuperare il puro piacere dell'invenzione e della narrazione, mettendo da parte preoccupazioni lessicali o ortografiche, strutturali, che certamente ci saranno, ma su altri piani e con altre esercitazioni.
Quando è che scatta quindi il piacere di scrivere?
Quando prende forza la storia. Mentre per un adulto che scrive c'è anche il gusto linguistico dello stile, il senso della scelta di una parola, dell'eleganza di una frase, per un bambino fino ai dieci anni questo aspetto meramente linguistico è molto secondario. Quello che domina è la storia. La voglia di andare avanti scatta nel momento in cui scoprono che la storia sta crescendo nella loro testa: un'emozione pari a quella che prova uno scrittore, un'emozione fisica, che senti dentro.
Il libro che avete scritto tu e Janna è ricchissimo di giochi linguistici, spunti, suggerimenti per gli insegnanti. Quasi tutti partono da un piccolo scarto dalla norma, da un errore. Qual è il ruolo dell'errore nell'educazione linguistica in un contesto scolastico in cui comunque i bambini devono imparare a parlare e a scrivere in modo corretto?
L'errore è parte integrante della lingua e soprattutto dell'apprendimento di una lingua. Far finta che l'errore non esista se non per essere corretto è un approccio sbagliato. Questo i nostri grandi autori e pedagogisti l'avevano capito benissimo: Gianni Rodari, Loris Malaguzzi, Bruno Ciari ci hanno costruito sopra una pedagogia.
Una pedagogia che non giustifica l'errore, ma che lo considera un aspetto fondamentale della costruzione e della crescita di un linguaggio. Procedere per errori è in sintesi la storia della lingua e della comunicazione.
L'errore è occasione di spiazzamento del punto di vista: basta cambiare una vocale e la zuppa diventa la zappa, un'altra cosa. Con gli errori i bambini giocano e si divertono, considerandoli una scoperta, che si porta dietro narrazioni, suggestioni, assonanze… Spesso i bambini inventano parole inesistenti che in una scuola tradizionale vengono regolarmente cassate. Invece il mondo linguistico di un bambino contempla anche le parole inventate a partire da un errore.
In questo senso lavorare con l'errore non significa mettere in conflitto errore e correzione, anzi se io sbaglio tra zuppa e zappa , è sicuro che quell'errore non me lo scordo più. Ci ho giocato, ho riso, ho costruito con la fantasia, ho immaginato, ho scritto altre parole, mi sono divertito. In una lunga catena associativa che è il requisito essenziale di ogni apprendimento, lingua compresa.
Però voi insegnanti ogni anno producete con i bambini un vero libro, che va in libreria, pubblicato da Fazi Editore. Quindi arriva comunque il momento della correzione necessaria, quando il libro si deve fare e prendere forma…
A quel punto la correzione funziona perché i bambini sanno benissimo di stare scrivendo un libro che verrà stampato, quindi sono già in una dimensione di comunicazione verso l'esterno che invece quando lavorano in classe può anche non essere contemplata.
È come presentarsi puliti e stirati, ma mantenendo le proprie scelte di abbigliamento, per cui il lavoro che si fa è sì di controllo dell'ortografia e della punteggiatura – prezioso dal punto di vista dell'apprendimento –, ma non di correzione delle forme e dello stile di scrittura dei bambini.
Anche gli insegnanti imparano molto in questa fase, soprattutto a superare l'idea standard della lingua italiana per cui le frasi si scrivono in un certo modo, una descrizione si fa in un certo modo e non in un altro, il punto si usa in un certo momento e non in un altro.
I bambini, naturalmente creativi e anarchici, queste regole le mettono in discussione in continuazione. Sanno perfettamente che esistono delle regole, però nella modalità di narrazione si mantengono liberi, facendo crescere anche la consapevolezza degli insegnanti.
Insieme, insegnanti e bambini praticano dei modelli, e insieme imparano che sono infiniti, per cui ogni anno si aggiungono delle nuove possibilità espressive.
Quest'anno, per esempio, le insegnanti hanno scoperto quanto sia fulminante l'espressività dei bambini quando utilizzano i dialoghi. Modalità sofisticata e difficile per gli adulti che scrivono, assolutamente naturale per loro.
Da sette anni, producete un libro che appartiene a un diverso genere letterario, dal racconto breve al giallo. Come avvicinate i bambini ai generi e quali prediligono, quando scrivono e quando leggono?
A dire il vero i generi letterari li pratichiamo noi insegnanti, perché ai bambini non li proponiamo in maniera esplicita, anche per evitare catalogazioni che forse sono forzate. Il primo anno abbiamo sperimentato tutti i generi come il catalogo del Don Giovanni di Mozart.
Vari gruppi hanno lavorato e si sono sbizzarriti su diversi generi: romanzo, racconto breve, biografia. Solo dal secondo anno ci siamo focalizzati: racconto breve, riscrittura delle fiabe popolari (Il cane che apriva le porte è la riscrittura di Cenerentola), autobiografia dei bambini, biografia, romanzo giallo e quest'anno il romanzo di fantascienza.
Nella scrittura è importante soprattutto che la storia li prenda e che si divertano, senza dimenticare mai di inserire un elemento di comicità, essenziale per i bambini. Invece quando leggono amano soprattutto le avventure, le storie dove succede qualcosa, le avventure in cui si ride.
Adorano i romanzi horror, come se fossero una medicina da contrapporre agli adulti che invece li detestano.
Amano anche i romanzi fantasy, dal Signore degli anelli in giù, dove si svolgono battaglie tra le forze del bene e forze del male. Inutile dire che neanche il fantasy spesso piace gli adulti.
Attraverso queste predilezioni, è come se i bambini anticipassero una ribellione generazionale praticandola attraverso i libri. O più semplicemente sono quei libri che, ripetendo gli schemi della fiaba popolare e della narrazione, rispondono ai bisogni più profondi dei bambini, che hanno una visione cosmogonia delle cose… bene male, buono cattivo, una drastica separazione che li conforta e che cercano anche nei libri.
Queste esperienze di scrittura creativa coinvolgono i bambini delle elementari e delle medie. Alle scuole superiori tutto cambia. Secondo te cosa resta loro, cosa resta di incancellabile, che porteranno con sé anche nella vita adulta?
Credo che rimanga loro moltissimo, anche se non in forma consapevole.
Sono sicura che restano la sorpresa e lo stupore di scoprire che scrivere, inventare, usare la lingua, offrano loro delle continue opportunità. Che inventare e scrivere non è una cosa che finisce, ma che ricomincia sempre, come le fiabe, come le storie.
La seconda cosa che resta è che scrivere storie è un passaggio, un pezzo del grande mondo del linguaggio e della lingua. Che quindi, quando si entra in una storia, si dilata il mondo, si moltiplicano le possibilità interpretative, che è la stessa dimensione che si vive quando si legge. Sperimentano che scrivere una storia significa entrare in una cornice di piacevolezza, di ampliamento delle opportunità. Penso che una volta provata questa dimensione sia un po' difficile dimenticarsene definitivamente o lasciare che venga rapinata da altre situazioni di censura o di bon ton linguistico.
Forse c'è anche una terza cosa che i bambini si portano dietro come possibilità, e cioè l'idea che scrivere storie non sia superfluo, e soprattutto che non sia un comportamento “bambino”. Spererei molto in questo, perché in genere nella percezione del mondo adulto scrivere storie è un po' prendersi il lusso di perdere tempo.
Credo che da un punto di vista educativo sia essenziale scoprire quanto è bello perdere tempo con la creatività. E sarebbe bello che i bambini se lo portassero dietro come un elemento di disobbedienza in senso positivo, che li aiuti a rinnovarsi la vita.
E a loro volta, cosa imparano gli insegnanti scrivendo con i bambini? Sui bambini, ma anche su se stessi?
Gli insegnanti imparano moltissimo. Intanto imparano che hanno già imparato molte cose, perché in genere hanno la memoria corta o, in alternativa, una sicurezza un po' monolitica.
Creare storie con i bambini significa attingere a quello che sai già fare, scoprire che non te lo sei scordato, capire che è perfettibile e che può evolvere ancora.
Essere in una situazione di reciprocità con i bambini è una dimensione irripetibile dell'essere insegnante, un privilegio straordinario che non sempre gli insegnanti riescono a vivere. Scrivendo con i bambini, complici con loro, scopriamo la libertà di scoprire i nostri errori e di correggerci. Attraverso i nostri errori scopriamo noi stessi, che è un grande regalo e una grande opportunità di autoformazione.
Laureata in Pedagogia, Luisa Mattia è insegnante, giornalista e scrittrice. Collabora a riviste specializzate nel settore educativo e svolge corsi di formazione su Tv, cinema, arte e bambini diretti agli insegnanti.
Scrive romanzi. Nel 2005 è uscito Merlino, il cerchio del futuro per le Edizioni e/o. Nel 2006 sono usciti i romanzi La scelta per le Edizioni Sinnos (Premio PIPPI 2006) e I jeans di Garibaldi per Carthusia Edizioni.
Per La Meridiana ha scritto insieme a Janna Carioli, Scrivere con i bambini. Percorsi di scrittura creativa per la scuola.
E' coautrice dei testi per la trasmissione di Raitre Melevisione. Ha ideato e coordina, in collaborazione con le insegnanti dell'Istituto Comprensivo “Parco di Veio” di Roma, il progetto “Edizioni dei bambini” che finora ha portato alla pubblicazione di 14 libri di narrativa scritti e illustrati dai bambini stessi (Fazi Editore).
Il sito di Luisa Mattia.
La persona giusta, non la più importante
Ascoltiamoci parlare. E allora l’Urlo di Munch o il sorriso enigmatico della Gioconda potrebbero essere la reazione alle parole appena udite. Le nostre e quelle degli altri.
Dentro l’azienda c’è una struttura che ha il compito di comunicare, promuovere e favorire la cultura interna attraverso l’ascolto delle voci che parlano dentro le mura aziendali – durante le riunioni e alla macchinetta del caffè, attraverso slide power point e nelle email di ogni giorno – e la loro elaborazione in un’unica voce con cui l’azienda parla alle sue persone.
Questa è la Comunicazione Interna e questa è la sua mission. Che qualcuno traduce in “missione”, ricordando l’origine latina mittere, inviare, mandare e il participio passato missu, mandato, commissione. Incarico. Da quello dato da Gesù agli apostoli, e da qui alla Chiesa tutta, a quello laico che in italiano e in francese designa un compito, meglio se delicato e importante, e un attribuzione di ruolo.
È proprio mission la prima parola con cui la Comunicazione Interna si confronta, ormai consapevole che nelle aziende far partecipare è meglio che informare e che per rispondere al mandato ricevuto dall’alto deve ascoltare e comprendere i linguaggi che attorno a essa si muovono. A cominciare da quelli provenienti dalle sue fonti interne: gruppi professionali stabili, temporanei gruppi di lavoro, vecchie e nuove strutture aziendali. Una fra tutte, la struttura cui la Comunicazione Interna appartiene, spesso le Risorse Umane.
Dalle Risorse Umane, intesa sia come comunità organizzativa sia come comunità professionale, alla Comunicazione Interna arrivano le parole manovra, squadra, mettere in campo, strategia, leva, direttrice. Si tratta di un linguaggio specialistico, che trae molte espressioni dal settore militare e dal lessico calcistico, soprattutto. Proviene dal francese ressource il termine risorsa, che indicava all’inizio una qualsiasi sorgente cui attingere e dal Settecento in poi un elemento che risorge, rinasce, si sviluppa e si trasforma.
“Attraverso oltre un secolo di ri-forme e re-impasti arriviamo ai giorni nostri, a chiederci se le nostre politiche di gestione vedono le risorse umane, nazionali e aziendali, come 'source' – una fonte non rinnovabile, che rischia l’esaurimento -, o le vedono invece come 'ressource': una fonte che costantemente si rinnova”.
Francesco Varanini, Le parole del manager (Milano, Guerini e Associati, 2006).
E la Gioconda se la ride. E la Comunicazione Interna parla e scrive di persone.
Prepotenti entrano nella Comunicazione Interna le parole dell’informatica che, come sempre accade quando un linguaggio scientifico si diffonde nel linguaggio comune, perdono la precisione di significato e ampliano le possibilità di adattamento. Come implementare, interfaccia, che da connessione fra due parti di un’apparecchiatura diventa persona in carne e ossa nell’espressione “Loredana è la mia interfaccia per i contenuti del portale”. Ma Loredana non dovrebbe esserne fiera. E la Comunicazione Interna spiega, cerca sinonimi, torna all’origine della parola. E ricorda che severity è parola che inganna chi la scrive, se la traduce in “severità” e non in “gravità di un errore”, come invece è corretto.
Se dai professionisti della pubblicità la Comunicazione Interna riceve le parole layout, draft, claim, pay off, da quelli del giornalismo provengono occhiello, strillo, spalla.
E grazie a entrambi fa attenzione all’uso di citazioni, formule, figure retoriche, adattamenti. Sigle, che accorciando la parola lunga permettono di ottenere spazio e facilitano la memorizzazione. A patto che se ne conosca il significato. A patto che non si usino i termini inglesi e quelli del gergo giornalistico tutti insieme, per comunicazioni indistinte, come prassi abituale. L’Urlo di Munch. 
Si apre e si chiude, il linguaggio della Comunicazione Interna che ascolta e rielabora i linguaggi di settore, di comunità professionali e geografiche e che insegna a parlare e scrivere chiaro, contro gli abusi di parole troppo formali, troppo burocratiche. Troppe parole.
La Comunicazione Interna, struttura aziendale definita negli scopi e nelle azioni quotidiane, ricorda la radio servizio pubblico nell’Italia degli anni Trenta fino a quella di oggi: un contenitore e miscelatore di linguaggio, un luogo serio dove si sperimenta e ci si diverte.
Non viene meno, per questo, la sua funzione quasi pedagogica e di promozione culturale, proprio come la prima radio in Italia. Solo attraverso l’ascolto, la riflessione e il confronto delle parole che si usano in azienda la Comunicazione Interna può diventare voce radiofonica. Solo attraverso il mixer continuo di suoni e stimoli diversi la radio riesce a creare uno stile e a conversare con tutti.
"La radio potrebbe essere per la vita pubblica il più grandioso mezzo di comunicazione che si possa immaginare, uno straordinario sistema di canali, cioè potrebbe esserlo se fosse in grado non solo di trasmettere ma anche di ricevere, non solo di far sentire qualcosa all'ascoltatore ma anche di farlo parlare, non di isolarlo ma di metterlo in relazione con altri”.
Bertolt Brecht, Discorso sulla funzione della radio.
Come la radio, la Comunicazione Interna parla a un pubblico differenziato, quella “popolazione aziendale” - espressione che sa di geografia, di usi e costumi, di masse in movimento – composta da competenze linguistiche, abitudini d’ascolto e di narrazione diverse. Per raggiungere il grande pubblico con cui si confronta ogni giorno, la Comunicazione Interna prende come riferimento proprio le caratteristiche del linguaggio radiofonico, che spezza la frase lunga in frasi brevi, non usa incisi, ricorre ad esempi, dosa le informazioni.
E nel fare un continuo lavoro di editing formale e contenutistico incorre nelle perplessità, critiche o complimenti dei suoi ascoltatori. Ma così deve essere, vuol dire che il programma funziona.
“La lingua è un bene pubblico, che soddisfa il bisogno primario di scambio e condivisione”.
Gian Luigi Beccaria, Per difesa e per amore. La lingua italiana oggi (Milano, Garzanti, 2006).
Non esistono, allora, le parole della Comunicazione Interna, ma le parole di ogni tipo di comunicazione interna. E non esiste un unico linguaggio di comunicazione interna, riconosciuto e riconoscibile, perché sempre uguale, immobile nel tempo e nello spazio. Esistono norme che diventano pratiche da far vivere ogni giorno perché necessarie alla comprensione reciproca, lontane dai luoghi comuni e dagli steccati gergali del proprio settore professionale, recuperando espressioni della vita fuori azienda, leggendo poesie.
Alessia Rapone, giornalista e copywriter nella Comunicazione Interna di Poste Italiane.
Laurea in Scienze della Comunicazione, collaborazioni giornalistiche, scrittura in azienda.
Ha lavorato in Didagroup su progetti di comunicazione e formazione online. Per la provincia di Macerata ha tenuto il corso Il linguaggio del web. Scrivere un sito e scoprire una passione, per la rimotivazione dei ragazzi delle scuole superiori. Esperienza bellissima.
È ideatrice e autrice di http://www.raccontolavoro.com – il progetto web che racconta il mondo del lavoro attraverso la cronaca trasformata in storie, esperienze, idee.
Sul Mestiere di Scrivere ha pubblicato anche il quaderno La porta dei desideri. La copertina
Nata nel 1975, è “romana innamorata di Roma” la città dove vive e lavora e in cui si sente sempre un po' turista.
Ho sempre seguito e segnalato i libri utili a chi scrive per mestiere, però sono sparsi per tutto il sito e il blog, e inoltre alla fine non tutti si sono rivelati validi. Ho preparato quindi una lista in una sola pagina, suddivisa per temi e commentata. Una lista del tutto personale, naturalmente: libri che io ho trovato interessanti e cui ricorro spesso. E poiché i libri ora costano parecchio, ho escluso quelli dal rapporto sfavorevole qualità-prezzo e segnalato invece quelli accessibili gratuitamente sul web.
Scrivere nella pubblica amministrazione
Scrivere la scienza e la tecnologia
Non strettamente indispensabili, ma... bellissimi
M. Emanuela Piemontese, Capire e farsi capire (Teorie e tecniche di scrittura controllata), Tecnodid 1996.
Il manuale per imparare a scrivere in maniera chiara e comprensibile da tutti, frutto di anni di insegnamento e di scrittura per i "lettori dimenticati" da parte di una delle maggiori esperte italiane di semplificazione del linguaggio amministrativo, docente di Sociolinguistica all'Università La Sapienza di Roma e curatrice del mensile dueparole.
Domenico Fiormonte e Ferdinanda Cremascoli, Manuale di scrittura, Bollati Boringhieri 1998.
Non dimostra i suoi dieci anni questo manuale di scrittura professionale che ha il pregio di non partire dalle regole, ma dai testi. Testi commentati, analizzati e riscritti. Molte le tipologie di testi prese in considerazione: lettere commerciali, relazioni, verbali, curriculum, circolari, regolamenti, istruzioni, articoli, recensioni, pubblicità elettorali, fino al public speaking e alla scrittura elettronica. Utilissima la "lista della spesa" per organizzare i tempi della scrittura, dall'idea alla revisione finale.
Sheryl Lindsell-Roberts, Business writing for dummies, IDG Books 1999.
Gli insegnanti "seri" di scrittura professionali storceranno il naso di fronte alla copertina chiassosa, gialla e nera, del volume dedicato al business writing nella celebre collana "for dummies". Invece è un libro utilissimo, ben organizzato, facile da consultare. Particolare attenzione è dedicata alle lettere, alle presentazioni, alle relazioni, alle offerte commerciali, agli aspetti visivi dei documenti.
Alessandro Lucchini, Business writing, Sperling & Kupfer 2006.
Un libro piccolo, denso, dal costo contenuto e dal taglio originale. Un manuale che insegna intrattenendo, scritto con un ritmo molto vicino alla conversazione, che si ispira alla divulgazione anglosassone attingendo però alla ricchezza della nostra tradizione letteraria.
Annamaria Testa, Farsi capire (Comunicare con efficacia e creatività nel lavoro e nella vita), Rizzoli 2000.
Un libro ricco, un po' ineguale, ma indispensabile sullo scaffale di chiunque si occupi di comunicazione. Rispecchia il carattere e le passioni dell'autrice, una signora della pubblicità italiana. C'è tutto: teoria e pratica della comunicazione - soprattutto quella scritta - esempi, rimandi ad altri testi, e tante idee. Un libro che mette in moto il pensiero e la penna.
Roberto Lesina, Il nuovo manuale di stile, Zanichelli 2000.
L'unico vero manuale di stile italiano, di cui nessun redattore può fare a meno.
Umberto Santucci, Mappe mentali e scrittura, I Quaderni del MdS 2003. Un aiuto teorico e pratico per la fase importante che precede la redazione vera e propria, quella della progettazione: stimolare la creatività, organizzare i pensieri, trasformarli in struttura logica e poi in parole. Scaricabile online da questo sito.
Annamaria Testa, Le vie del senso, Carocci 2004.
Esile e denso, serio e giocoso. Variando sul tema "Bella giornata oggi", il libro ci insegna a "dire cose opposte con le stesse parole", smontando, rimontando e colorando i nostri testi.
Alessandro Lucchini (a cura di), La magia della scrittura, Sperling & Kupfer 2005.
Scrivere per farsi leggere: neurolinguistica e stile efficace. 40 autori raccontano in maniera divulgativa come applicare concretamente i modelli neurolingusitici nel lavoro quotidiano di scrittori professionali. Dalla A di Advertising alla Z di Zitti tutti!
Matteo Rampin, Al gusto di cioccolato, Ponte alle Grazie 2005.
Un libro utile e divertentissimo, che ci aiuta a smascherare le manipolazioni linguistiche, quelle che ci passano sotto il naso tutti i giorni senza che ce ne accorgiamo. Prima che al contenuto, occhio alla forma!
Vito Maistrello, Anatomia dello scrivere, Unipress 2006.
Un docente universitario pubblica per intero il suo corso di italiano scritto. Quasi 400 pagine di riflessioni, bibliografia, ma soprattutto esempi concreti e reali di esercizi di riscrittura, completi di osservazioni.
Tullio De Mauro, Guida all'uso delle parole (Parlare e scrivere semplice e preciso per capire e farsi capire), Editori Riuniti 1989.
Ripubblicato da poco, questo straordinario e fortunato libretto è un esempio di come un grande studioso riesca a esporre concetti difficili facendosi capire da tutti. Interessante e un gran piacere da leggere.
Serena Fornasiero e Silvana Tamiozzo Goldmann, Scrivere l'italiano (Galateo della comunicazione scritta), 1999 Il Mulino.
Serena Fornasiero e Silvana Tamiozzo Goldmann, Leggere (Come capire, studiare, apprezzare un testo), 1999 Il Mulino.
Edoardo Lombardi Vallauri, Parlare l'italiano (Come usare bene la nostra lingua), Il Mulino 1999.
Tre libri piccoli, scritti con amore e attenzione, dedicati agli studenti universitari. Per insegnare loro a scrivere, a parlare e a leggere meglio, ma utili e piacevoli per tutti.
Luca Serianni, Grammatica italiana, UTET 1991.
La preziosa grammatica scritta dall'Accademico della Crusca Luca Serianni, cui faccio ricorso in tutti i casi di dubbi e incertezze.
Luca Serianni, Italiano (le Garzantine), Garzanti 1997.
La versione più pratica e facile da consultare del libro precedente. È organizzata in due parti: la prima come una grammatica tradizionale, dalla fonologia alla sintassi; la seconda è un glossario con tutti i dubbi linguistici.
Leila Corsi, Aldo Pecoraro, Elena Virgili, Grammatica creativa, Sansoni 1998.
"Creativa, perché gli autori hanno cercato di calare dal sogno alla realtà itinerari tanto meditati quanto imprevedibili, arricchiti dalle voci dei grandi maestri della scrittura (da Dante alla Yourcenar), che si svolgessero per incantesimi di lettura." Tentativo riuscitissimo di arrivare alla grammatica partendo dalla letteratura.
Valeria Della Valle, Giuseppe Patota, Il Salvaitaliano, Sperling & Kupfer 2000.
Davvero un salvagente per redattori e giornalisti: tutti gli errori e i dubbi linguistici più comuni: amplissimo o ampissimo? se stesso o sé stesso? sia... sia o sia... che? insieme a o insieme con? Agli autori pare non essere sfuggito proprio niente.
Bice Mortara Garavelli, Prontuario di punteggiatura, Laterza 2003.
Un libro esile ma impegnativo. Più per chi ama interrogarsi che per chi cerca certezze assolute: come dimostra l'autrice con l'aiuto di esempi tratti soprattutto dalla letteratura, nulla è più mobile del "sistema punteggiatura". Molto dipende dal nostro "progetto testuale", cioè dagli obiettivi comunicativi del testo e dal pubblico di lettori cui ci rivolgiamo.
Scrivere nella pubblica amministrazione
Presidenza del Consiglio dei Ministri - Dipartimento per la Funzione Pubblica, Codice di stile delle comunicazioni scritte ad uso delle amministrazioni pubbliche, Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato 1993.
Questo librone giallo mi colpì molto quando uscì, ormai molti anni fa. Parlava di cose che mi stavano a cuore, come lo scrivere semplice e chiaro. Mi sembrava che fossero cose che non riguardavano solo la pubblica amministrazione, ma anche le aziende.
Alfredo Fioritto (a cura di), Manuale di stile (Strumenti per semplificare il linguaggio delle amministrazioni pubbliche), il Mulino 1997.
Un classico, la bibbia della scrittura nelle amministrazioni pubbliche, esemplare per chiarezza e capacità comunicativa.
M. Cortelazzo e F. Pellegrino, Guida alla scrittura istituzionale, Laterza 2003.
Una guida pratica alla scrittura nelle istituzioni pubbliche, ricca di esempi. I temi: organizzazione del testo, organizzazione grafica, sintassi e lessico. Ottimi i box di sintesi alla fine delle diverse sezioni.
Agenzia delle Entrate, Manuale di scrittura amministrativa, 2003.
Il bellissimo manuale curato dai docenti del Dipartimento di Studi Italianistici dell'Università di Pisa. Interamente e gratuitamente scaricabile online.
Daniele Fortis, Il Plain Language: quando le istituzioni si fanno capire, I Quaderni del MdS.
Storia del linguaggio semplice e chiaro, in Italia e nel mondo, perché usarlo, più una ricchissima sitografia ragionata e commentata. Scaricabile online da questo sito.
Michele A. Cortelazzo (a cura di), Il Comune scrive chiaro, Maggioli 2005.
Cosa succede quando un Comune affida un corso di scrittura efficace per i propri dipendenti a un professore di linguistica? A Schio sono state prodotte 24 riscritture di diverse tipologie di testi amministrativi: versione originale, versione rielaborata e interessantissimi commenti.
Annamaria Testa, La parola immaginata, Pratiche Editrice 1988.
Uno splendido libro, che racconta una carriera, un mondo e tre decenni di pubblicità italiana. E intanto, a suo modo, insegna. A pensare, oltre che a scrivere.
Michelangelo Coviello, Il mestiere del copy, FrancoAngeli 2003.
Molto manualistico, ma una buona introduzione e un primo orientamento alla professione di copywriter.
Geppi De Liso, Creatività & Pubblicità, FrancoAngeli 1997.
Un buon "manuale di metodologie e tecniche creative" in un settore in cui di didattico e divulgativo c'è davvero molto poco. Ci sono anche un glossario e un'antologia di interventi di pubblicitari italiani.
Emanuele Pirella, Il copywriter, mestiere d'arte, Il Saggiatore 2001.
Per il re dei copywriter italiani non ci sono ricette e regole da applicare, piuttosto voglia di rischiare e una inesauribile curiosità da esercitare verso il mondo che ci circonda. Utile l'elenco delle scuole di formazione per copy alla fine del libro.
Gabriella Ambrosio, Siamo quel che diciamo, Meltemi 2002.
A metà tra il manuale e il racconto, anche questo bel libro fa riflettere. Sulla creatività, sulle proprie capacità e anche sul futuro e il senso della pubblicità in un mondo dominato dalle immagini e in cui sembra che tutto sia già stato detto e scritto.
Rachel McAlpine, Web Word Wizardry (A guide to writing for the web and intranet), Ten Speed Press 2001.
Molto piacevole e ben scritto il libro di questa insegnante e copy neozelandese: scrivere e pubblicare un'e-zine, scrivere per un'intranet, conquistare la fiducia del lettore, scrivere i metadati, scrivere gli alt text, più una serie di utilissime checklist di uso immediato.
Gerry McGovern, Rob Norton and Catherine O'Dowd, The web content style guide, Pearson Education 2002.
Gerry McGovern e Rob Norton, Content critical, Pearson Education 2002.
Due libri dedicati soprattutto allo sviluppo, alla gestione e alla manutenzione dei contenuti nei siti di grandi organizzazioni.
Irene Hammerich e Claire Harrison, Developing online content (The principles of writing and editing for the web), Wiley 2002.
Un voluminoso, ma molto ben organizzato trattato che affronta il lavoro del web editor in tutti i suoi aspetti, da quello stilistico a quello dell'organizzazione di una redazione, dalla nuova retorica testuale a quella visuale, dall'organizzazione delle informazioni al business, fino alle nuove frontiere della comunicazione.
Jonathan e Lisa Price, Hot text. Web writing that works, New Riders 2002.
Il libro è bellissimo e molto denso: quasi 700 pagine in cui c'è di tutto, ma la parte più interessante è quella dedicata ai "generi" della scrittura online, completata da moltissimi esempi (faq, help, privacy policy, risposte e-mail ai clienti, testi di marketing, comunicati stampa, newsletter, weblog, webzine, curriculum e molto altro). Pubblicato anche in versione italiana da McGraw-Hill.
Giacomo Mason, Intranet (Come si struttura una rete interna che funziona), Tecniche Nuove 2003.
Il primo libro italiano dedicato alle intranet dal punto di vista della comunicazione e dei contenuti, nato dall'esperienza concreta e quotidiana dell'editor di una delle maggiori intranet italiane.
Franco Carlini, Parole di carta e di web. Ecologia della comunicazione. Einaudi 2004.
Dopo Lo stile del web, Carlini torna a raccontarci il futuro del web, qualche promessa non mantenuta la sorprendente rivincita del testo.
Fabio Lo Savio e Luca Lorenzetti, Comunicare ai media. L'ufficio stampa nell'era del web 2.0. Campus 2008.
Un manuale pratico e ricco di esempi per scrivere comunicati stampa e allestire press room per tutti e non solo per i giornalisti.
John Simmons, We, me, them & me, Texere 2000.
Un titolo di pronomi personali per dire l'organizzazione, l'autore, il pubblico, il contenuto. E tra loro, relazioni di parole.
John Simmons, The invisible grail, Texere 2003.
Il Santo Graal - invisibile ma potentissimo - è il brand, quello capace di creare connessioni emotive tra prodotto e pubblico. Per vederlo e trovarlo, le vie migliori sono le parole e le storie.
John Simmons, Dark Angels. How writing releases creativity at work, Cyanbooks 2004.
Un libro sul business writing che sembra un libro d'arte: cosa tutte le arti - dalla letteratura, la musica, la scultura, la pittura - hanno da insegnare allo scrittore professionale.
Kevin Roberts, Lovemarks, il futuro oltre i brand, Mondadori 2005.
Il futuro, secondo l'amministratore delegato di Saatchi&Saatchi, è dei brand che sapranno creare legami d'amore con i consumatori.
Scrivere la scienza e la tecnologia
Emilio Matricciani, Fondamenti di comunicazione tecnico-scientifica, Apogeo 2003.
Libro corposo e specialistico, dedicato agli studenti delle facoltà tecnico-scientifiche: aspetti metodologici, sviluppo storico della scrittura scientifica, aspetti operativi, quali l'organizzazione del testo, l'uso di figure e tabelle, la revisione.
Giovanni Carrada, Comunicare la scienza. Kit di sopravvivenza per ricercatori, Sironi 2005.
Il mondo della comunicazione spiegato dall'interno ai ricercatori, perché imparino a comunicare con il grande pubblico. Attraverso i giornalisti, o in prima persona, mettendosi dalla parte e nella testa di tutti noi. Scaricabile anche gratuitamente tra i Quaderni di questo sito.
Italo Calvino, Lezioni americane, Garzanti 1988.
Imperdibili le lezioni di Calvino. Lezioni di scrittura, di lettura, e anche un po' di vita.
Francesco Piccolo, Scrivere è un tic (I metodi degli scrittori), Minimum Fax 1994.
Un libro minuscolo con riti, abitudini, luoghi, piccole fissazioni dei grandi scrittori. Ovvero: metodo, costanza e applicazione sono più importanti dell'ispirazione.
Raymond Carver, Il mestiere di scrivere, Einaudi 1997.
Raymond Carver, Niente trucchi da quattro soldi (Consigli per scrivere onestamente), Minimum Fax 2002.
Le memorie di Carver nel libro da cui ho tratto il titolo di questo sito e una raccolta di pensieri sulla scrittura tratti da libri e conferenze (belle citazioni, ma la decontestualizzazione non aiuta la comprensione).
Hanif Kureishi, Da dove vengono le storie?, Bompiani 1999.
Il breve racconto dell'infanzia e della vocazione letteraria di Kureishi.
Dacia Maraini, Amata scrittura, Rizzoli 2000.
Un libro piacevolissimo, sul quale mi piace tornare ogni tanto. Letture, passioni, brani, interviste, pensieri, ricordi familiari in un libro organizzato per grandi temi: leggere, scrivere, perché si scrive, linguaggi, ritmo, stile, poesia e narrativa. Per ognuno, i libri più amati, le prove di scrittura, gli esercizi, le riletture.
Stephen King, On Writing (Autobiografia di un mestiere), Sperling & Kupfer 2000.
Si scrive come si può. Carver si è abituato a scrivere racconti brevi anche per mancanza di tempo e perché i bambini piccoli lo interrompevano in continuazione. King racconta di come ha iniziato a scrivere anche per bisogno, inseguito dai debiti, e di come sia riuscito a fare della scrittura un mestiere ad altissimo livello (e molto remunerativo).
Luis Sepúlveda, Raccontare, resistere, TEA 2003.
Libro-intervista ad uno scrittore simpatico e impegnato, che racconta con semplicità e onestà la sua vita di viaggiatore, di letterato e di uomo.
Abraham B. Yehoshua, Il lettore allo specchio, Einaudi 2003.
Anche questo è un libro-intervista. Lo scrittore israeliano più famoso in Italia parla di Israele, della sua famiglia, della nascita dei suoi grandi romanzi.
Non strettamente indispensabili, ma... bellissimi
Donatella Bisutti, La poesia salva la vita (Capire noi stessi e il mondo attraverso le parole), Mondadori 1992.
Un libro che mi ha fatto amare ancora di più la poesia e che mi ha insegnato quanto le parole possano aiutarci a lavorare e a vivere meglio. Semplice e profondo.
Bianca Pitzorno, Storia delle mie storie (Come e perché scrivere per i bambini), Pratiche Editrice 1995.
Il racconto di un'infanzia, di una passione e di una vita dedicata a scrivere per i più piccoli.
Stefano Brugnolo e Giulio Mozzi, Ricettario di scrittura creativa, Zanichelli 2000.
Belle, divertenti e utili le ricette di scrittura di Brugnolo e Mozzi. Da tenere sempre a portata di mano, mentre cucinate i vostri testi.
Lu Ji, L'arte della scrittura, Guanda 2002.
Un breve poema cinese del III secolo. 16 sezioni in cui c'è veramente tutto ciò di cui ha bisogno lo scrittore di oggi, professionale e non: cominciare a scrivere, scegliere le parole, i generi, la revisione, l'originalità, l'ispirazione, il ritmo.
***
***
Intervista a Giovanni Carrada.
Questa intervista l'ho fatta in famiglia, "sfruttando" per il Mestiere di Scrivere le competenze di mio fratello Giovanni.
Lo spunto è il suo ultimo libro, dedicato alla comunicazione della scienza e della tecnologia, Comunicare la scienza. Kit di sopravvivenza per ricercatori.
Il libro è pubblicato da Sironi, oltre che scaricabile gratuitamente da questo sito, nella sezione Quaderni.
La traduzione inglese, Communicating Science, è disponibile sul sito della Commissione Europea.
Vuoi spiegare il sottotitolo “Kit di sopravvivenza per ricercatori”?
Il libro è una introduzione alle basi della comunicazione della scienza e della tecnologia pensata non tanto per i comunicatori, o aspiranti tali, quanto per lo stesso mondo scientifico, e in primo luogo per i ricercatori.
L'idea è di metterli in condizione di comunicare la scienza al grande pubblico in modo corretto, ma anche efficace. In prima persona o attraverso i giornalisti o altri professionisti della comunicazione.
La comunicazione della scienza, infatti, non può che partire proprio dai ricercatori, dagli esperti. Se parte col piede sbagliato, anche il comunicatore professionista, il giornalista che parla con l'esperto, non potrà che aggiungere errori a errori, per arrivare a una comunicazione distorta, che non soddisfa nessuno e che soprattutto non interessa il grande pubblico.
La comunicazione di temi complessi non può insomma essere completamente delegata.
Quasi mai i giornalisti hanno il tempo o le competenze per documentarsi a fondo, e i ricercatori possono aiutarli dando loro informazioni utili, precise, ma soprattutto motivazioni e spunti per interessare il pubblico, trovare la chiave giusta per raccontare la scienza e la tecnologia, facendone temi anche affascinanti.
Tu come hai imparato queste cose?
Lavorando “a bottega” per 11 anni da un grande maestro, Piero Angela, sotto l'occhio implacabile dell'Auditel. E poi con quotidiani, periodici, libri, mostre, opere multimediali, eventi, consulenze. Sempre parlando di scienza e tecnologia.
Cosa c'è dentro il kit?
Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, il kit non è un prontuario di strumenti pratici, né un pronto soccorso per le situazioni di emergenza. Il libro si propone piuttosto di aiutare il ricercatore a “pensare” come un comunicatore.
Il volume si apre con un breve inquadramento dei rapporti tra scienza e società oggi, per capire la differenza e il rapporto tra comunicazione al grande pubblico e sapere esperto.
Il ricercatore è abituato a comunicare con i propri simili, con i quali già condivide concetti, informazioni, linguaggio,interessi. Tutte cose su cui non si può far leva nella comunicazione al grande pubblico. Il ricercatore deve quindi imparare a entrare nella testa delle persone “normali” e capirne le conoscenze e gli interessi, prevederne le emozioni e le difficoltà. A questo è dedicata la seconda parte del libro.
La terza parte è una vera novità perché si occupa di una fase tanto importante quanto trascurata della comunicazione: la progettazione.
Per un ricercatore o un esperto di un tema complesso e specialistico, è facilissimo cadere e rimanere imprigionato nei propri pregiudizi. Può sbagliare perché non si rivolge al pubblico giusto, perché non sceglie il mezzo giusto, ma soprattutto perché non fa leva sugli interessi e sulle emozioni giuste.
Un esempio tratto da una mia esperienza recente: un progetto di comunicazione per un grosso centro di vulcanologia. I ricercatori volevano far conoscere i loro strumenti, i loro progetti… le cose che conoscono meglio e di cui sono orgogliosi.
L'interesse del pubblico, invece, può essere diverso: vuole sapere cos'è un vulcano, come è fatto dentro, se si possono prevedere le eruzioni, vuole conoscere per emozionarsi. Se progetto un centro di visita per il pubblico, devo raccontare queste cose. Se devo comunicare con le autorità cittadine per convincerle a finanziare le mie ricerche, devo mostrare come l'attività del cenrtro consente di prevedere le caratteristiche di un'eruzione, quindi di prendere le decisioni giuste per la protezione civile. Se parlo a una fondazione locale, devo dimostrare quanti cittadini riesco a coinvolgere.
Diverso il pubblico, diverse le motivazioni, diversi gli strumenti, diversi i contenuti. Mai fermarci alla prima idea che ci viene in mente.
Hai usato il verbo “raccontare” in un campo in cui si pensa che la comunicazione debba essere precisa, sistematica, oggettiva…
Precisa e chiara deve esserlo senz'altro. Sistematica secondo l'accezione tradizionale invece no.
L'esperto tende sempre a spiegare le cose come lui le ha imparate: in maniera sistematica, appunto, partendo dalle premesse e poi via via verso le conclusioni. Ma lui aveva una motivazione speciale a impararle, che non può pretendere dagli altri.
Il suo punto di ingresso è la premessa, mentre in tutta la divulgazione della scienza e della tecnologia al grande pubblico il punto di ingresso è ciò che il pubblico già conosce, o ciò che al pubblico già interessa. Può essere anche poco, pochissimo, anche solo un pregiudizio, una paura, un'emozione, ma non si può partire da zero.
Se parlo di squali, ad esempio, cercherò di partire dall'immagine dello squalo assassino, quella che è nell'immaginario popolare, anche se in realtà voglio arrivare a concludere che si tratta animali quasi innocui e anzi da proteggere.
Nel libro c'è una check-list che aiuta il ricercatore lungo tutta la fase di progettazione di un intervento di comunicazione: perché comunico, chi è il mio pubblico, quali i suoi valori, le convinzioni, le conoscenze, cosa fa, cosa sa, cosa pensa, qual è il mio punto di ingresso e dove voglio portarlo, cosa esattamente gli voglio comunicare.
Il risultato di questa fase, come nella pianificazione di una campagna pubblicitaria o di un qualsiasi prodotto editoriale, è il concept : mezza cartella, molto chiara, in cui scrivo cosa voglio fare, perché, qual è il mio messaggio. Venti righe essenziali per non commettere grossi errori dopo.
Torniamo al racconto, allora.
Sì, il capitolo seguente è dedicato appunto a raccontare la scienza, cioè alla comunicazione in prima persona.
La storia è la forma più naturale in cui noi apprendiamo e vogliamo apprendere le cose. Tutto il resto è una forzatura, a volte inevitabile. E il segreto della comunicazione scientifica è farsi ascoltare per piacere, non per dovere.
Come si costruisce una storia su un argomento difficile?
Un bellissimo esempio letterario ce lo ha offerto Primo Levi, quando si è cimentato con un tema non proprio esaltante come i cicli bio-geo-chimici della biosfera, cioè come viaggiano gli elementi chimici sul nostro pianeta.
Il ciclo del carbonio – ora di grande attualità per via dell'effetto serra – gli ha ispirato un racconto affascinante, Carbonio, che si trova nel volume Il sistema periodico. Vi si racconta la storia di un atomo di carbonio, da quando viene liberato da una roccia a quando gira nella biosfera, finisce nel vino, diventa parte di un albero, poi di un animale, finché alla fine delle sue straordinarie avventure non ritorna sul fondo del mare e si ritrasforma in una roccia.
L'esempio che hai portato è di un grande scrittore. Come fa invece un giornalista, un divulgatore, a trarre una storia da un argomento complesso?
Le prime 72 ore della nostra vita, dal momento della fecondazione all'impianto nella parete uterina, sono diventate ad esempio una “traversata del deserto”, un difficile viaggio nella tuba di Fallopio in cui abbiamo potuto contare solo sulle nostre microscopiche forze, nel quale avevamo solo una possibilità su due di farcela.
In una serata per Telethon, invece, dovevamo parlare della sperimentazione clinica di una cura: dall'individuazione del gene responsabile alla sperimentazione in vitro, a quella sugli animali, fino all'uomo. Quattro fasi molto astratte.
Le abbiamo raccontate, aiutati anche dalle immagini, ricorrendo alla metafora della staffetta 4x100 di nuoto. Ogni stile rappresentava una diversa fase della sperimentazione. Solo la cura che le ha superate tutte e quattro riesce a tagliare il traguardo.
Per trovare la metafora giusta bisogna avere molta sensibilità per la cultura popolare. Non rimanere arroccati nel proprio linguaggio specialistico e nei propri schemi. Se mi occupo di un certo tema, devo fare uno sforzo per leggere riviste, rotocalchi, femminili, vedere la televisione, ascoltare la radio, esplorare l'immaginario intorno al quel tema, individuare metafore che fanno parte della cultura di tutti.
Il giornalista queste cose le sa o le fa d'istinto, il ricercatore no. Ma rispetto al giornalista, che ogni volta si occupa di un tema diverso, il ricercatore ha il vantaggio di doverlo fare una volta sola.
Mettersi nei panni di un non esperto è comunque meno difficile di quanto sembra. Ognuno di noi – ricercatori compresi – lo è in moltissimi campi. Un grande biologo è un non esperto di finanza o di informatica.
Dalla metafora, quindi alla storia…
E dalla storia all'emozione.
Quando per Superquark ho realizzato un servizio sul prossimo arrivo dell'euro, ho impostato la storia sull'emozione della memoria: se la lira aveva accompagnato l'Italia da paese povero e agricolo fino ad essere uno dei paesi più industrializzati del mondo, l'euro sarebbe stata la moneta degli “Stati Uniti d'Europa”. L'emozione era legata alla memoria e all'orgoglio nazionale, oltre alle grandi aspettative che nutrivamo per quell'evento.
Per un tema complesso quali le nanotecnologie ho puntato invece sull'imitazione della natura, delle sue prodezze tecnologiche, frutto di miliardi di anni di evoluzione, tentativi ed errori.
Una volta suscitati interesse ed emozioni, come si riesce a “tenere” con noi il lettore o lo spettatore?
Bisogna resistere alla tentazione di raccontare tutto, in modo sistematico, ma piuttosto capire qual è la chiave di lettura del nostro racconto e finalizzarlo a quell'unica chiave, senza digressioni.
L'obiettivo è trovare una storia che incorpori un ragionamento – o se vogliamo un ragionamento “travestito” da storia - che conduca il lettore da quello che già sa a quello che non sa ancora e che vogliamo comunicargli.
Comunicazione diretta o comunicazione mediata?
Il ricercatore può scrivere lui stesso un articolo per una rivista di divulgazione scientifica o può essere la migliore fonte del giornalista, il suo alleato. Se avrà riflettuto sul suo tema dal punto di vista del grande pubblico, sarà in grado non solo di convincere il giornalista del potenziale interesse dell'argomento, ma gli fornirà anche battute, citazioni, spunti, metafore, ragionamenti, dati precisi, persone da intervistare. È anche il modo migliore per evitare che il giornalista gli metta in bocca cose che non ha detto.
Quali sono i media più adatti per la comunicazione della scienza e della tecnologia?
Dipende, e il libro contiene anche un excursus sui principali media, per capire caratteristiche e potenzialità di ciascuno.
Per esempio, è inutile puntare sui grandi quotidiani se l'istituzione scientifica non dispone di un ufficio stampa ben attrezzato. O sulla televisione se il tema non può essere raccontato anche per immagini. Una mostra deve contestualizzare degli oggetti e farli parlare. Per fare divulgazione via internet è necessario avere le risorse per tenerlo vivo e aggiornato.
Perché è così importante oggi la comunicazione tra mondo della scienza e della tecnologia e grande pubblico?
Tutti i giorni i cittadini devono prendere decisioni che chiedono loro di conoscere l'abc di temi scientifici o tecnologici. Per prendersi cura della propria salute, per scegliere fra un termovalorizzatore o una discarica, per votare sì o no a un referendum su un tema scientifico che tocca i propri valori o il futuro dei figli.
I modi della lettura
Se si intende fare ricerca seriamente non bisogna tralasciare nessuna pista, né disprezzare alcuna fonte.
Anche il più insignificante articolo, citazione o passaggio occasionale sul nostro argomento di ricerca può fornirci, se non grandi chiarimenti o posizioni fondamentali, spunti per un'idea da sviluppare, suggerimenti per la titolazione di un paragrafo, di un capitolo, notizie occasionali che ci informano su un particolare aspetto legato al nostro tema.
Tutto viene filtrato dalla lettura, da quell'attività mentale che consente di assimilare dati, informazioni, valutazioni; di far nascere connessioni, collegamenti, fusioni.
Sulla lettura si fonda l'avvio della riflessione sul tema di ricerca; attraverso letture di qualità ci appassioniamo al tema.
Possiamo provare a delineare tre diversi livelli o modalità di approccio all'atto mentale della lettura (anche se è evidente che essi agiscono, possono agire, contestualmente) per mettere in evidenza l'importanza fondamentale della fase dello studio all'intern dell'intero processo di scrittura di un lavoro di ricerca.
1. Lettura "passiva" o "compilativa"
Finalizzata prevalentemente all'acquisizione, alla raccolta dei dati, di informazioni messi a disposizione dalle nostre fonti (scritte o iconografiche) con un processo di selezione e di trasferimento "perimetrato", "analogico" dai documenti di ricerca raccolti all'interno della nostra elaborazione.
Un approccio indispensabile, ma che da solo non produce originalità se non accompagnato da uno sforzo di "criticità" e di "creatività".
2. Lettura critica
La lettura critica impone un atteggiamento più maturo, più esperto e distaccato da parte del lettore che desidera sì essere informato, ma anche esprimere le sue valutazioni circa adeguatezza e interesse/originalità dell'informazione in relazione ai propri obiettivi di ricerca, soppesando le conclusioni raggiunte da chi scrive, sforzandosi eventualmente di prolungare, di allargare i risultati già acquisiti in vista di una personale elaborazione, un maggiore perfezionamento, una sistematizzazione dell'argomento.
La capacità di cogliere la debolezza o la forza, la novità o la ripetitività delle informazioni, delle interpretazioni espresse da altri consente di fare scelte su "cosa trattenere" e "cosa scartare", "cestinare" nella fase di rielaborazione successiva.
"La lettura critica e valutativa — afferma F. De Bartolomeis — è un precedente necessario di ogni tipo di ricerca, anche sperimentale. Chi non ha imparato ad utilizzare libri non potrà orientarsi sullo stato delle conoscenze nel settore che gli interessa e quindi non sarà in grado di dare un contributo originale.
I libri sono congegni che hanno delle parti; esse sono in relazione e devono funzionare. Possono esserci cattivi o insufficienti raccordi e allora il congegno funziona male. La lettura critica e valutativa implica la capacità di giudicare un libro come congegno, ossia nella sua struttura e nel suo funzionamento.
Su quale piano un certo libro è fondato? Quali problemi affronta e risolve? Con quali mezzi? Qual è la rilevanza delle soluzioni ? Sono originali? Come modificano le nostre conoscenze precedenti ? Quale tipo di risposta personale diamo? È su questa risposta che si misura l'apprendimento: occorre una risposta produttiva appunto in termini di critica e valutazione."
F. De Bartolomeis, La ricerca come antipedagogia , Milano, Feltrinelli, 1969)
3. Lettura creativa
Il lettore legge e usa le parole, le frasi, le immagini destrutturandole e reimpiegandole con forza creativa e d'azzardo come materiale-stimolo per sviluppare nuove ipotesi interpretative, nuovi pensieri e valutazioni.
Si "deformano", in questo caso, i concetti tratti dalle letture per sviluppare idee "altre", inedite interpretazioni o descrizioni.
In questa operazione di "innesto creativo" possono giocare un ruolo importante anche letture esterne al campo specifico di ricerca.
Si tratta in questo caso di trasferimenti più o meno felici, più o meno sensati.
L'avanzamento della ricerca, la proposizione di nuove prospettive interpretative e/o valutative passa spesso attraverso questi trapianti di idee, di atteggiamenti inediti da un campo all'altro del sapere.
Sottolineature, segnature, titolazioni
La sottolineatura in rosso; la segnatura laterale dei testi; l'individuazione di collegamenti, di rimandi; l'appunto a penna di un'idea inattesa; di una ipotesi di ulteriore approfondimento che si forma durante la lettura, possono sembrare aspetti ovvi ma, in realtà, sono fondamentali per ritornare facilmente sugli argomenti in un secondo momento, rintracciare ciò che si è ricevuto “in dono” dagli altri autori, smuovere il campo di indagine in vista di inediti sviluppi.
Durante la lettura è importante soprattutto dare una brevissima titolazione tematica ai singoli brani (o gruppi di brani) che si leggono in modo da poter, poi, velocemente, procedere al "sezionamento" e all'enucleazione dei tematismi, degli argomenti ritenuti utili per la ricerca.
A conclusione del lavoro di lettura deve essere stato prodotto un fitto lavoro di scomposizione, di segnatura, di rinvii, di brevi annotazioni; sul testo che si legge deve essersi sedimentata una griglia interpretativa personale.
Le schede di lettura
Obiettivo strettamente collegato alla lettura/studio della documentazione raccolta è il passaggio alla fase successiva, che potremmo definire di "smontaggio", di "destrutturazione" dei singoli congegni documentali (saggi, articoli, recensioni, dossier, depliant, libri, ma anche interviste, repertori iconografici, indirizzi) in singole schede (o, più semplicemente, fogli di carta formato A4) fortemente tematizzate, utili ad accogliere su supporti distinti le parti, i passaggi, le immagini ritenute importanti ai fini del taglio che intendiamo dare alla ricerca.
Con semplicità possiamo attuare questo "sezionamento" dei documenti attraverso schede di lettura organizzate su fogli mobili in cui sarà posta in bella mostra la titolazione dell'argomento affrontato, la citazione di alcuni passaggi chiave, l'annotazione di frasi significative che colgono con sinteticità alcuni aspetti essenziali dell'oggetto di trattazione, o più semplicemente una evocazione letteraria, testuale.
Le tematiche e le titolazioni delle schede (legate ai contenuti, agli argomenti che ci vengono incontro, e spesso ci investono con forza, attraverso la lettura) sono in alcuni casi legate o inquadrabili nelle voci del nostro indice, altre volte agiranno in direzione dell'ampliamento, della specializzazione ulteriore della struttura dell'indice stesso che costituirà dall'inizio alla fine del lavoro di ricerca e di scrittura un palinsesto in continuo aggiornamento, perfezionamento, ri-scrittura.
Questo lavoro di lettura, selezione, disaggregazione — che si effettua sui documenti nella loro interezza di partenza — consente di "cestinare" le parti ritenute non interessanti (o quantomeno non interessanti in questa fase della ricerca), di mantenere in vita o enfatizzare ciò che appare vitale e importante.
È questo il momento in cui si prendono delle decisioni, si effettuano delle scelte rispetto ai documenti raccolti. I documenti originali e integrali (dopo essere stati esaminati ed utilizzati attraverso estrapolazioni, riduzioni, riproduzioni di singole parti) possono ora essere messi da parte. Ci si potrà tornare sopra in fasi successive della ricerca per recuperare argomenti, passaggi, informazioni sottovalutate che — nell'affinamento del lavoro di ricerca o di scrittura — hanno recuperato dignità, se non interesse specifico.
Per questo motivo è importante lavorare sempre su una fotocopia rispetto a ciò che rappresenta, per il nostro archivio di ricerca, l'originale di partenza.
Pur rappresentando una tappa importante - che possiamo valutare come intermedia rispetto al lavoro finale di scrittura - l'organizzazione delle schede di lettura può rimanere sterile e improduttiva se non è accompagnata dalla capacità di ri-conferire ordine e senso alle parti estrapolate durante la fase di "smontaggio".
In questa ricomposizione/ridistribuzione degli argomenti, delle immagini, delle tabelle, ci viene incontro l'Indice — posto sempre davanti ai nostri occhi — che ci aiuta ad individuare dove quelle schede saranno conservate, in che sequenza saranno classificate, quale importanza acquistano per il nostro tema.
Ai margini, a piè di pagina, di queste schede di lettura è fondamentale che facciano capolino — con delicatezza e timidezza o, a volte, con la temerarietà e l'impudenza dell'azzardo — annotazioni, appunti, ipotesi personali in forma di problematizzazione critica, di sviluppi da imprimere alla prosecuzione, alla precisazione del lavoro.
Possono essere semplici collegamenti o una ricucitura tra una nostra tesi e un argomento sviluppato da un diverso autore in un altro documento, "labili" congetture o "robuste" nuove ipotesi capaci di spingere molto avanti quanto già acquisito.
In altri termini si tratta di assorbire e "manipolare" all'interno della nostra esperienza intellettuale gli argomenti, le valutazioni, i dati, le sottigliezze - anche quelle squisitamente legate al fascino descrittivo o interpretativo del testo scritto - via via incontrate.
È importante - durante la fase riflessiva della lettura - porsi delle domande, fare congetture per spingersi oltre l'opinione data senza eccessivo timore reverenziale rispetto a quanto è stato già argomentato per formulare nuove ipotesi interpretative, inediti scenari e orizzonti da esplorare, da sottoporre ad analisi.
Nell'assimilazione e nel "sezionamento" dei diversi congegni documentali (saggi, articoli, recensioni, notizie, libri ma che possono riguardare anche documenti di diversa natura: dossier di cantiere, repertori fotografici, interviste appositamente effettuate ) è molto produttivo porsi domande circa l'individuazione dell'orizzonte delle fonti a cui l'autore in esame è ricorso per valutare eventualmente piste non percorse o non esaurientemente esplorate.
Il buon ricercatore è colui che si insinua negli spazi aperti in cui ci sono ancora margini per sviluppare o per far emergere aspetti e tematiche sommerse; per effettuare raccordi ancora non esplicitati fra posizioni ed esperienze note; per avanzare anche qualche coraggiosa nuova posizione là dove — e ciò è particolarmente possibile nel campo dell'innovazione — fatti nuovi, dispositivi inediti possono essere portati in primo piano dalla zona d'ombra degli esperti, degli specialisti, delle aziende di produzione.
Schede di lettura: fotocopie o trascrizione manuale?
Può sembrare una domanda di poco conto ai fini contenutistici del lavoro di schedatura.
Pur non disdegnando e, spesso, praticando la suddivisione e l'estrapolazione di ciò che mi interessa a mezzo di fotocopie (sistema indubbiamente più veloce, quasi istantaneo) mi ritrovo spesso a trascorrere intere ore — se non intere giornate — a trascrivere con l'inchiostro rosso lunghi brani integralmente citati, frasi spezzate senza un'origine e una fine, singole parole.
Trascrivendo si ha l'impressione - nella lentezza dell'operazione - di avvicinarsi, di intrudersi, di impossessarsi del testo, della scrittura, dei contenuti di ciò che si trasferisce dal corpo tipografico nella propria calligrafia.
La lentezza della scrittura manuale, appena "accelerata" da una penna inchiostrante, offre spazi di riflessione sui contenuti offerti dall'autore che stiamo schedando, occasioni di sedimentazione di pensieri, idee, collegamenti, di apparizioni di idee creative.
Trascrivendo si impara anche a valutare il carattere del testo, la qualità della scrittura in sé. Ciò ci aiuta, in qualche modo, ad imparare a scrivere o quantomeno a riflettere sulla scrittura praticata da altri.
Il tempo, la fatica che comporta l'atto della copiatura ci obbliga a fare delle scelte tra ciò che è fondamentale e ciò che è superfluo nel testo che stiamo schedando.
La trascrizione dei testi di altri autori è per me sempre a inchiostratura rossa, segnale ottico-cromatico di avvertenza, di passaggio intermedio rispetto alla personale rielaborazione di scrittura che sarà a inchiostratura nera. Il passaggio dal rosso al nero è segnale di arrivo, di conclusione, di piacere, di appagatezza.
Trascrivendo, scrivendo, ho sempre sotto il foglio bianco un altro foglio a righe che mi aiuta a mantenere un certo ordine alla scrittura.
"Sezionamento" delle informazioni e dei documenti
Come si possono immagazzinare, organizzare provvisoriamente in vista di una futura rielaborazione, le informazioni trovate durante le fasi di ricerca?
Chi fa ricerca finisce per formarsi, col tempo, un proprio metodo. È lo sforzo che dovete fare voi stessi nell'organizzare la vostra ricerca.
Personalmente non posso che illustrare il mio metodo di lavoro che ritengo sicuramente né unico, né il migliore, anche se mi ha consentito di portare a conclusione lavori di ricerca molto ampi e di una qualche ambizione.
Il processo parte chiaramente dalla documentazione raccolta (volumi fotocopiati insieme ad articoli, immagini, disegni) per indirizzarsi verso lo "smembramento", la suddivisione degli argomenti ricollegandoli alle voci dell'indice per poterli ridistribuire "fisicamente" in cartelle distinte.
L'operazione che consente tale procedimento è la loro lettura con selezione, scarto, suddivisione in forma di schede (di fogli) abbastanza enucleati con titolazione e sottotitolazione tematica.
L'utilizzo di fogli mobili, di colla removibile, di forbici, consente - lungo le fasi di questo lavoro - di procedere a progressivi affinamenti della disaggregazione tematica dei dati, delle informazioni, delle immagini che abbiamo selezionato come importanti e utili all'avanzamento della ricerca.
L'archiviazione di questi fogli mobili (bucati) in contenitori a scaffale con titolazioni di capitoli, di sezioni consente, lungo le fasi di lavoro, di avere velocemente sotto gli occhi il materiale raccolto attinente a ogni specifico tema dal quale partire per la scrittura.
La magica sigla, PNL, la incontrai circa due anni fa leggendo il Quaderno di Alessandro Lucchini dedicato all'e-learning. Pensai a un refuso, scoprii invece che era l'acronimo di Programmazione Neuro Linguistica.
Me ne dimenticai presto: l'espressione non mi attraeva, a cominciare proprio da quella "programmazione". Fu lo stesso Alessandro a farmici nuovamente pensare quando qualche mese più tardi mi raccontò il suo progetto di dedicare un libro collettivo all'applicazione dei modelli neurolinguistici alla scrittura e mi chiese di collaborare con una voce. Mi propose la M di marketing.
Mi sono messa a studiare qualcosa cui forse spontaneamente non mi sarei avvicinata. Ho letto La struttura della magia di Bandler e Grinder, mi sono appassionata alle storie terapeutiche di Milton Erickson, ho seguito corsi interessanti, ma il mio capitolo stentava a prendere forma.
Poi, in un giorno di agosto del 2004 ho "magicamente" scritto di filato il mio testo. Avevo trovato la chiave proprio osservandomi scrivere da lontano, "modellando" e poi raccontando il mio metodo di lavoro.
Tutto rientrava in gioco: il rapporto con il lettore, le sue conoscenze e le sue aspettative, la forma, la concretezza e il suono delle parole, la loro capacità evocativa, la razionalità e l'intuizione, la fisicità della scrittura, il mio rapporto con lei.
Ho scritto il testo, l'ho mandato ad Alessandro, me ne sono anche un po' dimenticata finché non l'ho riletto sul libro.
Quello che invece fortunatamente è rimasto con me è proprio quel modellino di "laboratorio luisa" che mi sono costruita nella testa, che ho applicato e arricchito - spesso inconsapevolmente - moltissime volte da allora. Ci ricorro spesso e ne creo altri, ogni volta che mi trovo davanti a un problema nuovo. Stacco, osservo, rimodello, scrivo con nuova consapevolezza.
Di questi personali modellini ne La magia della scrittura ce ne sono altre decine, tutti diversi per taglio e per stile, quanti sono gli autori. Dalla A di Advertising alla Z di Zitti tutti! passando per l'email, il giornalismo, internet, le lettere d'amore, la politica...
Ma non finisce qui: il libro si espande in rete con il suo blog e con i capitoli che alcuni autori hanno messo online:
Email. Scrivere o parlare? di Alessandro Lucchini
Marketing, di Luisa Carrada
Technical writing, di Fabrizio Comolli
Intervista
Alessandro, partiamo dalla "magia" del titolo, una parola che evoca facilità, incanto e bacchetta magica. Dov'è la magia?
Se evoca questo, vuol dire che il titolo funziona, ma in realtà il libro non parla della magia intesa come risparmio di fatica per l'autore, piuttosto come attenzione e risposta da parte del lettore. Non la bacchetta magica, quindi, ma una serie di tecniche per costruire una buona relazione con il lettore, per imparare a entrare nella sua percezione, nella sua comprensione. "Comprendere" in senso etimologico: prendere insieme, chi scrive e chi legge.
Nel sottotitolo invece c'è una parola un po' più difficile, "neurolinguistica". Puoi spiegare in maniera semplice di che si tratta?
Ci provo... anche se si fanno master di anni e anni per capire che cos'è.
In realtà la definizione più in uso è Programmazione Neurolinguistica - PNL. Si tratta di quel modello di comportamento elaborato negli anni Settanta dai due studiosi americani Richard Bandler e John Grinder e che viene definito come lo studio della struttura dell'esperienza soggettiva.
In parole più semplici, si tratta di studiare come le persone apprendono, come si rappresentano la loro realtà, come la rielaborano.
Per la scrittura, significa studiare come funzionano i meccanismi percettivi da parte del lettore, quali schemi attiva per comprendere un testo. Schemi di diversa natura: logici, psicologici, emotivi.
Per l'autore, capire come l'esperienza soggettiva diventa pensiero, il pensiero diventa parola e la parola scrittura.
Per il lettore, il processo è inverso: dalla scrittura alla parola, dalla parola al pensiero.
Il pensiero (neuro) si relaziona con la linguistica, ma quest'ultima influenza a sua volta il pensiero.
Tutta la scrittura professionale è una "scrittura di relazione". Negli ultimi anni il web ha reso questa dimensione ancora più evidente. Il Cluetrain Manifesto l'aveva detto già un po' di anni fa: "I mercati sono conversazioni". Quali sono i principali elementi di attenzione nella gestione di queste conversazioni scritte? Conversazioni almeno apparentemente più difficili di quelle verbali.
È vero che tutti abbiamo molta più esperienza nella parola parlata. La impariamo prima e la usiamo molto di più.
Il principale ostacolo è la distanza tra lo stile del linguaggio parlato e quello del linguaggio scritto.
A scuola parlavamo di "registri"... "il registro linguistico scritto è più elevato". Si dice "dire", ma si scrive "afferire", "dichiarare", "affermare". Si dice "fare", ma si scrive "effettuare" o "realizzare".
Questa distanza la portiamo con noi anche nella scrittura di lavoro. Quindi gli elementi di attenzione sono in parte logici, in parte emotivi.
Quelli logici nei corsi li riassumo nelle 5 S della scrittura professionale: semplicità, sintesi, struttura, stile, seduzione.
Semplicità vuol dire scrivere chiaro, sintesi utilizzare la lunghezza giusta, struttura organizzare i pensieri, stile saper scegliere la forma e il tono adeguati, seduzione saper cogliere l'attenzione del lettore.
E con la seduzione siamo già nella sfera delle emozioni. La scrittura professionale oggi è molto influenzata dagli stati d'animo.
Pensiamo solo alla quantità di email che riceviamo ogni giorno, a come questa quantità si riflette sulla qualità. Pensiamo al flaming, alle litigate, alle intemperanze online.
L'email è il caso più eclatante, perché la parola sta a metà tra scritto e parlato. Ciò dà vivacità alla comunicazione, ma può creare molti problemi nei rapporti interpersonali.
È anche per questo che trovo la parola "conversazione" particolarmente adatta a descrivere la "relazione scritta". Conversare è parlare in maniera riflessiva ed educata, con rispetto per l'interlocutore e i suoi argomenti, con attenzione alla sua sensibilità e anche alle scelte lessicali...
Rispetto ed educazione sono dei begli obiettivi, ma spesso disattesi. E non parlo solo del rispetto per l'interlocutore, ma anche del rispetto per la stessa scrittura, per le regole.
Sono dell'idea che dobbiamo imparare a dimenticarci delle regole, ma per farlo dobbiamo digerirle prima ben bene.
Tra le buone regole ci sono la punteggiatura, la chiarezza del messaggio, la lunghezza giusta del testo. Quando scriviamo per lavoro, soprattutto online, spesso ce ne dimentichiamo.
Secondo te, dopo tanto parlare (e scrivere) anche in Italia di scrittura professionale, le aziende e le amministrazioni scrivono effettivamente meglio? C'è una maggiore consapevolezza dell'importanza della scrittura che si traduce anche in qualità?
Sicuramente. Io mi occupo di formazione ormai da una decina d'anni e ho visto dei forti cambiamenti. In meglio, perché si apprezza e si pratica una scrittura più snella ed essenziale, e al tempo stesso più vivace. Ma vedo anche dei segnali di involuzione, soprattutto nel senso della trasandatezza.
Una volta c'erano le forche caudine del "visto si stampi", oggi la possibilità di correggere un testo online diventa facilmente un alibi per una minore attenzione. Si perde la sacralità, e anche un po' il rispetto per la scrittura.
Il bilancio però è pienamente positivo. Tra aziende private e pubbliche amministrazioni, devo dire che dal mio personale punto di vista vedo cambiamenti più interessanti nel pubblico. Forse perché partivano da una situazione più arretrata, le amministrazioni hanno sviluppato una spinta e un interesse maggiore verso il cambiamento. A partire dal web, che li ha messi a diretto contatto con il cittadino, ma poi via via in tutti gli altri strumenti di comunicazione.
Un'ultima domanda, Alessandro. Questo è il terzo libro collettivo che progetti e coordini. Perché questa preferenza per i libri corali? È una preferenza personale o pensi che siano anche libri più utili?
Entrambe le cose. Amo i libri corali, forse perché amo molto la musica, il canto, il coro. L'idea di una polifonia, di un'armonia che nasce da più voci per me è molto più affascinante del bel canto singolo.
Penso anche che siano libri molto utili quando il tema è nuovo, ancora un oggetto di ricerca. È stato così per il web content management e per l'intranet, lo è ancora di più per i modelli neurolinguistici applicati alla scrittura.
Io sono soprattutto un appassionato della scrittura e ho cercato di trasferire questa passione ad altre persone - maestri, colleghi, amici, allievi -, di coinvolgerli nello studio di un tema nuovo.
Questi tre libri non sono dei manuali, ma delle raccolte di esperienze. Il manuale lo scrive chi è molto esperto di un argomento, ne conosce le sfumature, la macro-impalcatura come i dettagli.
Noi invece siamo degli artigiani, delle persone che lavorano, che fanno ricerca ed elaborano delle prime sistemazioni. Per questo penso che la pluralità delle voci abbia un particolare valore.
Per quanto riguarda La magia della scrittura, vorrei ricordare che è il primo libro al mondo sul tema della neurolinguistica applicata alla scrittura. Lo dico con orgoglio, ma anche con molta umiltà. Spero anzi che questo libro apra la strada a nuovi confronti, e ad altri libri, magari molto migliori.
Il libro La Magia della scrittura. Scrivere per farsi leggere neurolinguistica e stile efficace, coordinato da Alessandro Lucchini, è pubblicato da Sperling & Kupfer e costa 22 euro. Tutti i diritti d'autore sono devoluti a Emergency.
In questo articolo vorrei presentare due strumenti di Word e Writer di OpenOffice.org poco conosciuti, ma che possono essere molto utili: si tratta delle revisioni e delle versioni.
Molti ignorano addirittura l'esistenza di questi strumenti, oppure pensano che siano utili solo a chi scrive nell'ambito di un gruppo di lavoro, ma anche lo “scrittore solitario” può trarne grande vantaggio.
Vi ricordate quando facevamo i temi a scuola? Sul foglio di brutta, scrivevamo, cancellavamo, riscrivevamo, aggiungevamo, tagliavamo, recuperavamo un pezzo cancellato… fino alla versione definitiva che copiavamo in bella.
Su quel foglio di brutta c'era una stratificazione di pensieri e parole che potevano raccontare la storia di quel testo, potevano dirci come eravamo arrivati alla versione definitiva. Se avevamo depennato qualcosa, ma poi ci sembrava utile, potevamo sempre recuperarlo, nulla era perduto.
Pensate come sarebbe utile poter ricostruire la storia dei nostri scritti. Chi scrive per mestiere sa che un testo nasce poco per volta, con riletture e correzioni stratificate.
Certo, ci sono delle giornate in cui ci sentiamo “illuminati”, capaci, quasi per magia, di scrivere fiumi di parole, di trasformare in frasi scorrevoli i nostri pensieri, ma non è sempre così, anzi. Molte volte buttiamo giù le nostre idee, poi le rileggiamo, cambiamo qualcosa, poi torniamo a rileggerle e cambiamo qualcos'altro o non siamo del tutto sicuri di come cambiare o ci sembra che come era prima suonava meglio: già, ma come era prima? Quando cancelliamo qualcosa al computer, la perdiamo (a meno che non sia una modifica appena effettuata e ci basta fare Annulla per recuperarla).
Come possiamo fare, allora? Le revisioni e le versioni ci vengono in aiuto, perché ci permettono di tenere traccia di tutto quello che facciamo.
Non è detto che una modifica fatta da noi debba necessariamente essere ben fatta e azzeccata. La possibilità di vedere la storia di un documento ci aiuta molto, anche se non lavoriamo in team.
Le revisioni e le versioni sono molto utili, a patto di utilizzarle bene e con parsimonia.
Vi racconto come faccio io. Innanzi tutto, stendo tutto il testo, ne creo una sorta di "versione zero", senza usare le revisioni. Una volta pronta una versione di massima, attivo le revisioni (con Word XP scegliete Strumenti > Revisioni).
A questo punto, ogni modifica effettuata appare evidenziata in rosso e marcata a bordo pagina. Passando con il mouse su una revisione, potremo vedere la data e l'ora in cui abbiamo effettuato quella modifica. In questo modo, potremo tenere traccia di tutte le modifiche che abbiamo effettuato in un documento.
A qualcuno potrebbe apparire un po' confusa la pagina con le revisioni e potrebbe trovare scomodo lavorare in questo modo. Anche per queste persone esiste una soluzione. Invece di usare lo strumento Revisioni, potete ricorrere alle Versioni. Ecco come fare.
Scrivete prima una versione zero del vostro documento. Quando siete pronti a correggerlo, scegliete File > Versioni. Word vi mostra la finestra Versioni:

Premete Salva versione. Word visualizzerà la finestra Salva versione, nella quale poterete inserire un commento per la versione che state salvando.
Word vi permette anche di creare una nuova versione ogni volta che salvate il lavoro (basta spuntare l'opzione Salva automaticamente una versione in chiusura nella finestra Versioni della Figura 1 ), ma forse è un po' eccessivo, anche perché è buona norma salvare molto spesso il proprio lavoro.
La cosa migliore è salvare una versione ogni volta che si apporta qualche modifica sostanziosa, come il cambiamento di qualche frase, aggiunte o cancellazioni “corpose”.
Quando aprite un file “versionato”, Word apre sempre la versione più recente, ma potete, in ogni momento, aprire una versione precedente. Basta scegliere File > Versioni e, dalla finestra Versioni, selezionare la versione che volete vedere.
Word vi mostra la versione che avete scelto e la più recente in due finestre affiancate.
Quando avete una versione aperta, potete salvarla come file autonomo.
Visto che è così facile, è meglio non perdere la storia di un documento.
un'intervista a Franco Amicucci
Il 17 settembre 2004 è stato un giorno un po' speciale per me e per le mie colleghe. Un'azienda del mio gruppo, Tele Sistemi Ferroviari, ci invitava in un grande teatro romano per un evento di comunicazione davvero inedito: un
musical, interamente scritto e realizzato dai dipendenti. Realizzato senza consulenti, in tempi impossibili. Il tema: l'azienda stessa, ma raccontata con musica, parole e immagini invece che con le brochure e con le pagine dell'intranet.
La curiosità era tanta, e francamente lo scetticismo pure. Soprattutto per una come me, che ha sempre avuto con l'azienda un rapporto molto professionale ma distaccato e poco emotivo. Che tanti colleghi avessero perso sonno e domeniche per fare insieme un musical mi sembrò un'idea bislacca, ma sicuramente da conoscere.
Ma quel giorno il Teatro Brancaccio di Roma era gremito, il musical godibilissimo, le canzoni decisamente belle, l'atmosfera coinvolgente, il morale di tutti alle stelle. Anche quello di noi spettatori.
Ho ritrovato questa esperienza in un bel libro uscito da poco, La formazione fa spettacolo di Franco Amicucci (Edizioni Sole 24 Ore, 262 pagine, 25 euro), dedicato al nuovo modo di fare formazione che si sta affermando in molte aziende italiane, piccole e grandi. Una formazione che esce dalle aule per andare in conventi, enoteche, campeggi, librerie e teatri. E che soprattutto, sperimenta nuovi linguaggi.
Un tema da approfondire insieme all'autore, Franco Amicucci.
Negli ultimi dieci anni, da quando internet è con noi, la consapevolezza dell'importanza della scrittura nelle organizzazioni - pubbliche e private - è andata crescendo e affinandosi. Soprattutto sul modello americano, che ha predicato la precisione, la brevità e la semplicità dei testi. Testi a volte fin troppo semplici… "l'omogeneizzata voce del business", come l'hanno chiamata gli autori del Cluetrain Manifesto. Non trovi che questo modello stia mostrando i suoi limiti?
Non vedo una diretta conseguenza tra la chiarezza e la sintesi e l'attuale tendenza a testi omologati. L'omologazione la fa in realtà l'habitus mentale e culturale delle nostre organizzazioni. Il linguaggio della sintesi è anzi il linguaggio della creatività, ma la sintesi non è tutta uguale. Un testo sintetico può esprimere anche una visione, una pennellata.
L'assenza di creatività non è dovuta tanto ai modelli che ci arrivano da oltreoceano, ma dalla cultura burocratica, da una cultura organizzativa che porta all'appiattimento, alla paura di esprimersi. Il risultato della chiarezza e della sintesi è spesso la leggerezza della scrittura, che non esclude ma esalta componenti di soggettività e creatività molto forti.
È vero, e la poesia ce lo insegna. Però nelle aziende si scrive sempre di più e soprattutto si scrivono testi lunghi e sovrabbondanti.
Sì, indubbiamente nelle organizzazioni c'è una sovrabbondanza di comunicazione scritta, una tendenza dovuta soprattutto alla diffusione dell'email. Tutto sembra debba essere scritto e depositato.
Ma se ci riflettiamo bene, anche l'oralità è a volte sovrabbondante. Pensiamo solo a certe riunioni…
Tutti questi "eccessi" sono a volte patologici, perché accanto ad essi c'è una carenza di riflessione sui flussi di comunicazione, verbale e scritta.
Dietro tutto questo c'è il modello organizzativo: se non c'è fiducia interna e condivisione di obiettivi, la comunicazione può diventare uno strumento di autoconservazione, di autoprotezione.
"L'ho detto e l'ho scritto" spesso lo si afferma solo per proteggersi, per pararsi le spalle, mentre in un'organizzazione che funziona, la comunicazione è fluida e non ha bisogno di formalizzare tutto.
Nella mia esperienza la comunicazione è molto voluminosa e ridondante proprio nelle organizzazioni dove c'è poca fiducia e una conflittualità latente. E' come nelle relazioni personali: quando una coppia funziona, non c'è bisogno di parlare continuamente, perché ci si capisce al volo.
Nelle organizzazioni, quando non ci si intende al volo, si scrive molto. Questo è sempre un sintomo di qualcosa che non funziona, a livello cognitivo o a livello emozionale.
Per far questo, ci sono oggi aziende che vanno "in ritiro", in spazi diversi: conventi, campeggi, centri di recupero, dove è più facile cambiare linguaggio, intrecciare il proprio vissuto e la propria voce con quelle degli altri.
C'è quindi anche un recupero di una dimensione individuale?
Be', la dimensione individuale e di concreto vissuto nelle aziende c'è sempre stata, ma a livello informale e più orale: storie, aneddoti, miti, ricordi.
E' diverso quando un'organizzazione, con consapevolezza, decide di riflettere insieme su alcuni valori. Lo si può fare raccontando storie, oppure riflettendo su un libro, leggendolo alla luce della propria realtà lavorativa. E così arrivare velocemente, anche a livello simbolico, al cuore del problema. Mentre la formazione classica, con il suo linguaggio formale, permette ai singoli e ai gruppi di attivare molte più difese.
I nuovi linguaggi si creano dal basso o c'è sempre anche una volontà di cambiamento, una spinta da parte del management?
È la domanda che ci si fa sempre anche nella moda… i nuovi stili li creano gli stilisti o nascono nelle città, nei quartieri, tra i giovani, e poi gli stilisti li interpretano e li affermano?
Credo che le due cose avvengano insieme, anche in un'organizzazione. I segnali vengono da più parti e si incontrano. Sono anzi convinto che i nuovi linguaggi della comunicazione aziendale nascano fuori, nella società. L'azienda li fa propri, sia osservando con attenzione cosa succede fuori, sia attraverso i propri dipendenti: nello sport, nella moda, nello spettacolo, nei gruppi di minoranza.
I nuovi linguaggi nascono quando i segnali deboli, i bisogni latenti, si incontrano con la sincerità e la reale volontà di cambiare le cose da parte del management. Altrimenti cambiare linguaggio è solo un'inutile scorciatoia.
Ci puoi fare qualche esempio, tratto dalla tua esperienza?
In Telecom Italia la compilazione di un questionario da parte dei dipendenti - cosa ormai difficilissima da ottenere - è stata legata alla partecipazione a un concorso in cui si vincevano biglietti per il concerto degli U2. Hanno risposto in 10.000 su 48.000.
La compilazione del questionario è stata legata a uno stimolo esterno forte, al mondo della musica.
Gli incentivi tradizionali non funzionano più e a volte sono percepiti anche come offensivi. Quelli ottimali puntano invece al potenziale delle persone.
Per tutta l'era industriale, l'azienda ha richiesto alle persone di utilizzare la loro capacità esecutiva, l'intelligenza linguistico-verbale, unicamente finalizzata alla performance del ruolo. Ruolo a volte molto specifico e parcellizzato.
Invece ogni persona è ricca di talenti e passioni, anche extralavorative: sport, pittura, letteratura, ballo… ma all'azienda di queste cose non è mai importato granché.
Ora tutto sta cambiando rapidamente e radicalmente. Perché il mondo sta cambiando ed è difficile, spesso impossibile, prevedere quali competenze un professionista debba sviluppare per il futuro, su cosa investire. L'unica strada possibile è investire sulla persona tutta intera, sulle sue potenzialità.
In Tele Sistemi Ferroviari il linguaggio nuovo della comunicazione interna è stato quello del teatro, anzi del musical. Quando vi partecipano spontaneamente 120 persone su 600, vuol dire che qualcosa di importante sta succedendo. Chi ha contribuito con la sua passione per la musica, chi con la scrittura della sceneggiatura e dei testi delle canzoni, chi con le scenografie, chi con l'organizzazione dell'evento… tutto questo ha permesso all'azienda di parlare un linguaggio diverso e di abbattere ruoli tradizionali.
Una multinazionale come l'Arval nella sua intranet ha utilizzato il gioco, la pittura, la letteratura per offrire ai dipendenti ogni settimana uno spunto di riflessione diverso. Si parla di azienda, ma parlando d'altro. Il coinvolgimento è stato altissimo e ha scatenato un concorso di creatività e di idee. Come quella di piantare un albero per ogni contratto automobilistico stipulato, o i consigli per la manutenzione della macchina perché inquinii di meno.
Nel mondo del lavoro la scrittura non serve solo per comunicare in modo ufficiale all'interno e all'esterno, ma anche per chiarirsi le idee, per prendere appunti, per parlare con se stessi, per stendere un piano…
Sì, ed è una funzione importantissima. In Arval, per esempio, è stato regalato un Moleskine ad ogni dipendente, da tenere in ufficio per i suoi appunti personali.
Ma pensiamo anche a quella immensa produzione scritta che sta dietro le scrivanie, appuntata su lavagne magnetiche e bacheche di compensato: post-it, foto, citazioni, articoli di giornale ritagliati, poesie, cartoline, email. Sarebbe interessantissimo farci uno studio.
Questo a livello più emotivo e individuale, ma c'è tutta una produzione individuale scritta di livello professionale: schemi, promemoria, appunti strutturati, ma anche metaplan, mappe mentali, o la storia fotografica di un progetto.
Si impara a scrivere leggendo molto, e questo vale anche per la scrittura professionale. Anzi, si impara sicuramente di più dalla letteratura che dai manuali (e dai siti) di business writing…
Sono d'accordo, e in questa direzione ci sono diversi esperimenti riusciti, veri e propri cortocircuiti tra scrittura creativa e scrittura professionale.
Da due anni, con l'Associazione Italiana Librai e con l'Associazione Direttori del Personale portiamo avanti l'iniziativa Biblioteca in azienda. Niente libri tecnici o di management, ma solo letteratura. A volte anche incontri con scrittori dentro l'azienda, come è successo di recente in Meyers Squibb, che ha ospitato Sandra Petrignani.
La partecipazione è stata alta, oltre un terzo dei dipendenti, al di fuori dell'orario di lavoro.
Sono già trenta le aziende italiane che aderiscono all'iniziativa. La lista di base è stata messa a punto da importanti scrittori e comunicatori, ma poi la biblioteca viene arricchita con le segnalazioni dei dipendenti, mentre sull'intranet viene segnalato il "libro della settimana".
Non dimentichiamo poi quanti concorsi letterari stanno lanciando le aziende, soprattutto quelle grandi. Quello di Telecom Italia si è appena concluso, con l'invio di oltre 1.000 racconti sul tema del lavoro.
C'è sicuramente un gran desiderio espressivo da parte dei dipendenti, anche su temi e stili che riguardano la loro globalità di persone, ma c'è anche la consapevolezza che oggi è necessario investire su questa globalità perché non si sa quali competenze specialistiche saranno necessarie in futuro. Competenze tra le quali c'è però sicuramente la creatività, intesa come capacità di cambiare, di imparare, di guardare ai problemi in maniera diversa, meno scontata e ripetitiva.
E anche la scrittura è tra queste competenze.
Se ci pensiamo, ogni scrittura necessita di un progetto, anche minimo. Una brochure, un piano, un'offerta, un'email.
E un progetto è una visualizzazione, una visione. Non c'è strumento migliore della letteratura per creare visioni, per destrutturare il conformismo aziendale e mentale, per sviluppare linguaggi originali che non si rifanno a un format, a un documento che qualcuno in azienda ha scritto prima di noi.
Sono molto affezionata a dueparole, il giornale di facile lettura nato per informare sull'attualità chi ha meno strumenti e possibilità degli altri. Lo sono perché ogni numero è per me una lezione molto più efficace di
una dotta conferenza o della lettura di un manuale di scrittura professionale.
dueparole mi dimostra ogni mese che con un vocabolario di base e una sintassi piana si può scrivere di tutto, per tutti, senza perdere nulla in comprensibilità e precisione.
Il suo direttore, la professoressa M. Emanuela Piemontese, ha già raccontato su questo sito la nascita e l'avventura di questo straordinario e unico giornale. Un giornale che per continuare a vivere e a insegnarci a scrivere testi comprensibili e leggibili ha però ora bisogno di aiuto, amici e sostenitori.
Non ci vogliono grandi risorse, anzi l'impegno è sicuramente alla portata di moltissimi enti, amministrazioni e aziende private, i cui responsabili della comunicazione so tra i lettori di questo sito. Dare un aiuto concreto a dueparole sarebbe un piccolo investimento, ma darebbe un bellissimo e ricco ritorno di immagine.
Ci lamentiamo sempre della degenerazione dei contenuti sul web, del fatto che i più validi sono ormai a pagamento e lo saranno sempre di più. Un sito gratuito e utile non solo per i "lettori dimenticati", ma per tutta la comunità degli scrittori professionali - soprattutto nel mondo della pubblica amministrazione - rischiamo di perderlo.
Leggete questa intervista, la storia del giornale, il giornale stesso, e chiedetevi cosa nel vostro piccolo o grande potete fare. Poi scrivete alla professoressa Piemontese.
Qual è l'unicità di "dueparole"?
L'unicità di dueparole forse è già esplicitata nel suo sottotitolo "mensile di facile lettura". Vale a dire che la caratteristica propria del nostro mensile è nei testi studiatamente leggibili e comprensibili.
Leggibilità e comprensibilità dei testi infatti nascono dalla combinazione di essenzialità, chiarezza e precisione.
Essenzialità di stile, chiarezza di lingua e precisione di contenuti. Tre qualità difficili da tenere insieme. Per riuscirci occorre molto studio, proprio nel senso etimologico di "applicazione". Occorre cioè molta pratica e pratica vuol dire fatica. Occorre tempo e tempo vuol dire pazienza. Tuttavia pratica, tempo e pazienza non bastano, se non sono supportati da un po' di umiltà intellettuale e attitudine alla ricerca. Ingredienti tutti, oggettivamente, costosi. Perciò pensare e scrivere -per così dire- in "dueparolese" non è affatto semplice. Lo sottolineo perché non inganni la facilità di lettura dei testi di dueparole.
dueparole, progettato e realizzato per andare incontro ai bisogni di comprensione di certi lettori, ha insegnato a tutti noi che scrivere per farsi capire richiede uno sforzo supplementare.
Ha ragione chi ha detto che si legge con facilità solo ciò che è stato scritto con fatica.
Chi sono i lettori di dueparole?
I lettori sono persone che, per ragioni diverse, hanno bisogno di testi informativi semplici e comprensibili. Si tratta di stranieri che studiano la lingua italiana, in Italia o all'estero; di immigrati con scarsa familiarità con la lingua italiana scritta; di ragazzi e adulti italiani che hanno difficoltà nel leggere e capire i testi scritti; di studenti della scuola dell'obbligo da avviare alla lettura dei giornali; di bambini italiani con disabilità cognitive.
Ma accanto a questi abbiamo anche molti lettori, per esempio, tra le persone sorde.
Utilizzano poi dueparole come strumento di lavoro molti docenti e operatori sociali.
Cosa e quanto ci vuole perché dueparole continui a vivere?
La prima necessità di dueparole è ricevere la giusta attenzione da parte di chi istituzionalmente ha certi compiti. Mi riferisco ad alcune direzioni generali di ministeri (istruzione, esteri, politiche sociali, pari opportunità, eccetera), ad alcuni assessorati di enti locali, ai dirigenti scolastici, ai responsabili dei Centri territoriali, cioè dei centri che sul territorio organizzano corsi per l'insegnamento dell'italiano come lingua straniera agli immigrati, alle università italiane e, in particolare, alle università per stranieri, a certe associazioni che lavorano per la difesa dei diritti di alcune categorie precise di cittadini.
Perché dueparole continui, sono necessari, oltre all'attenzione, finanziamenti e sponsorizzazioni.
Dal 2002 dueparole è online ad accesso gratuito. Abbiamo voluto che l'accesso rimanesse gratuito per i nostri destinatari finali. Però abbiamo bisogno di mantenere una redazione stabile per poter garantire all'iniziativa una continuità e una periodicità accettabile. L'ordine di grandezza dei costi si aggirerebbe intorno agli 80-90 mila euro all'anno. A noi piacerebbe poter tornare anche all'edizione cartacea, in aggiunta alla versione online. In tal caso occorrerà prevedere una maggiorazione dei costi per la stampa e, soprattutto, per la spedizione.
Chi potrebbe diventare amico e sostenitore di dueparole?
Amico e sostenitore di dueparole può essere chiunque lo voglia. Noi riteniamo però che -per la funzione che svolge dal 1989- sarebbe giusto che dueparole potesse contare sulle istituzioni prima ricordate. Accanto a queste, anche molti privati, come per esempio le banche o le fondazioni bancarie, aziende e industrie, grandi e piccole, potrebbero aiutare concretamente dueparole includendola tra le iniziative sociali e culturali da sostenere.
Non ci dispiacerebbe poi avere come amico qualche giornale. Per esempio, lo è da sempre Internazionale. Un aiuto potrebbero darcelo anche alcuni giornalisti e politici, tra quelli più attenti e sensibili ai bisogni di certi lettori. Insomma noi vorremmo riuscire a mettere in piedi una rete di sostenitori di dueparole, in Italia e all'estero.
In quale altro modo si può aiutare dueparole?
Si può aiutare in molti modi. Innanzitutto facendo circolare la notizia della sua esistenza, anzi della sua ripresa online dal 2002. E la notizia può circolare attraverso link, mailing list e parlandone con amici. In secondo luogo suggerendo a noi della redazione idee concrete su cosa fare per ottenere attenzione e aiuti, materiali e morali.
Cosa perderemmo perdendo dueparole?
Questa domanda andrebbe fatta, per la verità, ai nostri lettori. Sia a quelli che, in altre occasioni, abbiamo chiamato i "lettori dimenticati", sia a quelli che hanno conosciuto, apprezzato e usato dueparole come strumento di lettura o di informazione o di studio della lingua italiana.
I lettori ci scrivono e, di solito, ci fanno domande precise. Per esempio, di recente, abbiamo ricevuto il seguente messaggio di posta elettronica: "Gentilissima redazione di Due Parole, prima di tutto grazie perchè Vi dedicate ad un giornale molto utile a persone che hanno difficoltà nella sfera del linguaggio per svariati motivi. Ci sono altre riviste che si possono trovare su internet o in edicola, che possono avere le stesse caratteristiche di dueparole? Mi potete consigliare altri siti, o testi o materiale da poter utilizzare per la lettura di mio fratello che ha difficoltà nella sfera del linguaggio, in particolare nella lettura e nel parlare? Grazie per una risposta".
Onestamente non sono in grado di rispondere a questa domanda. Domande come queste ci mettono sempre in imbarazzo perché la risposta, purtroppo, non c'è. Quali testi, materiali o siti potremmo, infatti, consigliare a persone italiane con difficoltà di lettura? Ma oltre ai lettori con difficoltà, quali giornali potremmo consigliare a persone che iniziano a studiare la lingua italiana come lingua straniera?
Infatti un'altra lettrice ci ha scritto: "Vorrei manifestarle grande apprezzamento per il vostro lavoro, veramente interessante. Sto usando i testi del "giornale" per insegnare l'italiano. Apprezzo molto la vostra scommessa. Spero solo che possiate continuare! Grazie".
Anche noi vogliamo sperare di poter continuare a fare dueparole. Almeno finché dueparole rimane l'unico periodico d'informazione di facile lettura.
Da un po' di anni la nostra vita lavorativa è scandita da un elemento che, fuoriuscito dall'ambito ristretto e tutto sommato marginale nel quale era nato, ha cominciato ad assumere un ruolo sempre più rilevante fino a diventare uno degli strumenti principali, e in alcuni casi "lo" strumento principale di trasmissione delle informazioni e di stesura dei progetti aziendali.
Sto parlando ovviamente delle slide, croce e delizia dei comunicatori di professione, silenzioso dramma per coloro ai quali tocca, di tanto in tanto, subirne le espressioni manifeste, in riunioni e meeeting.
Le slide, come le parole del linguaggio, sono entrate a pieno titolo nel sistema della comunicazione professionale e, che lo vogliamo o no, sono oggi parte integrante di questo sistema. Ciò significa che non possiamo ignorarle con un'alzata di spalle o, cosa ancora peggiore, usarle in maniera inconsapevole senza tenere conto della loro natura, dei loro vincoli e delle loro possibilità.
Una presentazione non è un sacco in cui infiliamo informazioni a casaccio: è un prodotto informativo con una struttura e un'organizzazione interna. Una presentazione non è neanche un libro o un quadro di Picasso, e non è fatta per impressionare la platea. Una presentazione, infine, non è autosufficiente: è solo un ausilio al relatore e si affianca sempre a un'esposizione orale.
Per usare al meglio questo strumento e creare una presentazione efficace occorre dunque tenere sotto controllo una serie di variabili (grafiche, testuali, argomentative) e acquisire una certa consapevolezza delle caratteristiche del mezzo.
Proviamo ad esaminare alcune di queste caratteristiche di base, per poi dare una serie di consigli sull'utilizzo di alcuni degli elementi più importanti.
Sequenzialità, frammentarietà, insufficienza semantica
Le slide hanno un andamento sequenziale, interamente guidato da colui che presenta. Questa prima caratteristica, in sé banale, non è affatto innocua per chi decide di comunicare con questo strumento. Al contrario del web, che ha un andamento ipertestuale, o di un libro, la cui fruizione è una scelta dal lettore, una presentazione su slide è un percorso guidato attraverso una sequenza predefinita di concetti.
Ogni digressione, approfondimento, esempio, deve essere attentamente pianificato, in un percorso di comunicazione abbastanza rigido.
Il secondo elemento è costituito dalla frammentarietà, ovvero da un approccio fortemente analitico che tende all'analisi più che alla sintesi, alla scomposizione piuttosto che all'aggregazione.
In una presentazione su slide tendiamo a frammentare il nostro tema in tanti elementi distinti, ciascuno dei quali ha una sua collocazione in un sistema più generale costituito dal tema in discussione.
Una buona presentazione, quindi, tende, nella maggior parte dei casi, a "vivisezionare" un argomento, ed è questo uno dei motivi che ne fanno uno strumento che parla alla mente piuttosto che al cuore, un oggetto più cognitivo che affettivo, un percorso più logico che narrativo.
L'ultima, e forse più importante caratteristica, è costituita dall'insufficienza semantica, ovvero dal fatto che ogni presentazione non è mai autosufficiente e ha sempre bisogno di un oratore che ne sciolga, per così dire, "il mistero", attraverso un'esposizione orale.
Le slide operano a "bassa risoluzione", ovvero con un numero di informazioni nettamente inferiore a quelle che possono stare nella pagina di un libro o in una pagina web. Sono pertanto assai povere e non riescono ad esprimere da sole il loro potenziale cognitivo. Come nei testi scritti negli antichi alfabeti sillabici, che necessitavano di un lettore esperto per poterli interpretare, così le slide richiamano il loro autore per dare letteralmente "voce" ai concetti espressi.
Questa non saturazione, propria dello strumento, è forse il vincolo più importante del quale dobbiamo tenere conto.
Scomporre, ricomporre
Come ogni pratica di comunicazione, anche le presentazioni richiedono un esame preliminare dei contenuti che dobbiamo comunicare.
Prima ancora di accendere il programma per creare presentazioni, dobbiamo mettere, per così dire, sul tavolo, in ordine sparso, tutti i nostri contenuti, cercando di scomporli il più possibile nei loro elementi "atomici".
Successivamente, questi elementi potranno essere ricomposti secondo una logica di raggruppamento omogenea.
A questo punto possiamo iniziare a creare la nostra presentazione, la quale, in conseguenza di queste operazioni, dovrebbe possedere tre caratteristiche principali:
1. Granularità. Ogni slide dovrebbe contenere solo una cosa: un grafico, un insieme di punti elenco, un concetto, una tabella. Accumulare più elementi concettuali in un'unica slide provoca solo stanchezza e confusione.
2. Piramidalità. L'andamento della presentazione dovrebbe essere costituito, nella maggior parte dei casi, dalle cose più importanti a quelle marginali, dalle cose più generali a quelle più specifiche, in una struttura "a piramide" che proponga al lettore fin dall'inizio gli elementi forti, le soluzioni innovative, gli argomenti principali. Evitate di far precedere le cose più importanti da slide introduttive o interlocutorie: andate al dunque subito e riservate all'esposizione orale le considerazioni introduttive.

3. Divisione in capitoli. La presentazione, una volta organizzata e composta a partire dagli elementi atomici, andrebbe suddivisa in capitoli, facendo corrispondere a ogni capitolo un insieme di slide, ciascuna con un concetto diverso, seguendo i due principi elencati sopra.
Il concept
Oltre agli aspetti di struttura, è importante stabilire il concept della presentazione, ovvero l'elemento, o l'insieme di elementi grafici ricorrenti che dà omogeneità alla presentazione.
Può essere un colore, una linea, un insieme di fotografie o altri elementi che contraddistinguono in maniera uniforme la presentazione.
Il concept è come un meta-messaggio che aiuta a qualificare i contenuti veri e propri: può essere evocativo, divertito, professionale, scientifico, meditativo, eccetera.
L'importante è che questo canale, che costituisce il "contenitore" dei nostri messaggi, sia il più possibile coerente che gli scopi della presentazione stessa e sia, ovviamente, mantenuto per tutta la sequenza delle slide.
Concetti, dettagli, esempi
Volendo suddividere a grandi linee le slide per tipo di contenuto, possiamo individuare tre tipi principali:
Se, per esempio, devo illustrare un prodotto software ai potenziali clienti, avrò slide che spiegano che cos'è il prodotto (gli scopi, le potenzialità), slide che descrivono i dettagli (tempi di implementazione, costi, linguaggio di sviluppo) ed esempi in cui si vede il prodotto "in azione" nell'azienda.
Questo tipo di divisione vale, grossomodo, per tutti i tipi di presentazione: didattica, scientifica, di business, eccetera. Quello che invece varia, all'interno dei diversi tipi, è la specifica collocazione dei vari elementi: in certi casi, ad esempio, gli esempi saranno necessari, in altri no.

La funzione dei titoli
Ho notato che spesso, nelle presentazioni, i titoli delle slide sono inseriti come mero elemento accessorio, ovvero senza nessun ruolo strategico nella presentazione. A volte lo stesso titolo viene replicato in più di una slide, oppure troviamo un alternarsi di slide, alcune titolate e altre no. Questo è un errore grave, peraltro risolvibile con un po' di attenzione e cura editoriale.
I titoli delle slide rappresentano una vera e propria sintesi dei contenuti espressi nella slide, e sono quindi una guida importante per il lettore. Tutta la presentazione dovrebbe poter essere letta e capita, almeno nelle sue linee generali, a partire dalla sola lettura dei titoli.
Va da sé, quindi, che il titolo della slide deve essere innanzitutto informativo, ovvero deve essere la sintesi di quanto espresso nella slide. Non deve essere criptico, non deve essere troppo sintetico, o al contrario eccessivamente "fiorito" (pensiamo ai doppi sensi). Ma soprattutto, il titolo deve dare un messaggio, ovvero il senso complessivo del nostro pensiero. In questo senso i titoli non sono affatto "neutri": rappresentano una nostra precisa presa di posizione rispetto all'argomento trattato.
Elementi di contesto
Le slide sono uno strumento sequenziale: ogni diapositiva segue la diapositiva precedente. Questo implica una certa difficoltà nell'identificare il "disegno complessivo" della presentazione.
Proprio per questo è necessario che ogni slide contenga, oltre agli elementi di vero e proprio contenuto, una serie di indicazioni paratestuali, una specie di segnaletica che possa accompagnare il lettore nella presentazione.
In particolare, ogni slide dovrebbe contenere:
- il titolo della presentazione
- il titolo del "capitolo"
- il titolo dell'eventuale sottocapitolo
- il titolo della slide
- il numero della slide rapportato al numero complessivo delle slide
- il titolo dell'evento
- la data
- l'autore
- l'eventuale logo

Tutti questi elementi dovrebbero stare sempre nello stesso punto di ogni slide, in modo da poter essere qualificati agevolmente una volta imparata la posizione che ciascuno ricopre.
Ricordate che, di tutti gli elementi elencati, il titolo della singola slide è quello più importante, e andrebbe pertanto evidenziato maggiormente rispetto al resto.
Standard semiotici
All'interno di una presentazione è possibile inserire ogni tipo di oggetti: frecce, elementi geometrici, blocchi, linee eccetera. Questa gamma enorme di possibilità non è, in realtà, un vantaggio ma un problema, o meglio una caratteristica da usare con sapienza.
Il lettore tende ad abituarsi a una certa gamma di oggetti all'interno della presentazione e a dare a ciascun elemento un significato preciso. Il minimo che possiamo fare è agevolarlo nella costruzione di un codice semiotico preciso che lo aiuti a imparare velocemente come vanno lette le nostre slide.
Evitate quindi di prendervi troppe libertà definite invece uno standard per tutti gli elementi della presentazione (frecce, linee, dimensione dei font, significato dei colori, modo di evidenziare i testi, eccetera).
In questo modo creerete una specie di standard semiotico che faciliterà la comprensione degli elementi sostanziali e di quelli marginali ed eliminerà lo "stress cognitivo" che fa porre al lettore domande come: "Ma perché adesso la freccia è arancione? Vorrà dire qualcosa?".
Ricordate che ogni elemento della presentazione deve avere un significato preciso, e la maniera migliore per trasmetterlo è conservare una coerenza semiotica assegnando degli standard a priori.
I testi
All'interno delle slide l'unità di misura dei testi è costituita dalle singole frasi.
Qualcuno potrà forse sentirsi un po' a disagio all'interno di un confine così angusto, ma queste sono le regole del gioco: nessuno si prenderà la briga di leggere un testo di 20 righe all'interno di una sola slide. Fidatevi. Evitate quindi i fitti blocchi di testo, spezzate il testo i più parti ed eliminare le ridondanze.
Come abbiamo visto all'inizio, le slide non hanno un andamento narrativo: pertanto è inutile cercare di riprodurre in questo contesto lunghi discorsi tipici dell'oralità o articolati argomenti tipici dei testi cartacei.
La cosa migliore, al contrario, è prendere il nostro testo originario (anche se questo testo è solo nella nostra mente) e scomporlo in tanti piccoli testi sequenziali e ordinati.

Potrà forse sembrare ingiusto, per il nostro pensiero, operare un taglio così drastico, ma se ci pensiamo non è esattamente così. Innanzitutto voi possedete comunque uno strumento complesso e intrinsecamente narrativo, ovvero la vostra voce.
In secondo luogo le persone si aspettano, da una presentazione su slide, un approccio analitico e non saranno urtate più di tanto rispetto a questa operazione di scomposizione dei concetti.
Pensiamoci: non stiamo scrivendo un romanzo. Stiamo, in genere, illustrando argomenti professionali.
È così difficile riadattare questi temi? Se pensate di sì, provate a considerare che il problema, forse, non sia nel tema, ma nel fatto che voi stessi non avete molto chiaro l'argomento che volete illustrare.
Alcune banalità sulla formattazione
I colori: non più di 4
Come per la formattazione e per le forme geometriche, anche i colori costituiscono una vera e propria tentazione per i creatori di slide: sono disponibili in grande quantità e la tentazione di usarli in modo massiccio è grande.
Ma anche in questo caso vale un forte invito alla sobrietà: il colore è un elemento grafico molto forte e va usato in modo funzionale, pertinente e con coerenza.
In generale, i colori di una presentazione non dovrebbero superare il numero di quattro (più il colore di sfondo). Non aumentate questo numero, se non volete dare un effetto "carnevale" alla vostra presentazione. Inoltre, stabilite preliminarmente le funzioni di ciascun colore (ad esempio: rosso per le evidenze, azzurro per le frecce, eccetera).
Cose da evitare nella grafica
Alcuni consigli tecnici
I programmi come Microsoft Powerpoint sono, a volte, una vera e propria trappola per il creatore di presentazioni. Hanno infatti ha serie di opzioni di dafault che, nate per facilitare il creatore inesperto, finiscono per complicargli la vita portandolo molto lontano rispetto alle regole di buona comunicazione. Valgano per tutti i famigerati template che preimpostano la formattazione e la disposizione degli elementi sulla slide. Credetemi: non danno alcun valore aggiunto e sono un grave ostacolo all'usabilità del programma.
In realtà la scelta migliore è usare sempre template vuoti, in modo da poter posizionare liberamente i nostri contenuti evitando di ingaggiare lotte furibonde con il programma per decidere dove vanno messi testi e grafica.
Altri consigli sono:
Testo e Gesto
Come abbiamo detto, una presentazione vive nel rapporto con un'esposizione orale, della quale costituisce un completamento.
Per concludere, voglio fornire alcune indicazioni sul rapporto tra i due canali comunicativi, per utilizzarli al meglio:
Non leggere, ma commentare
Un gravissimo errore, nelle presentazioni, è quello di limitarsi a leggere le slide. Il pubblico è capace di leggere le slide e non si aspetta di arrivare in riunione per fare collettivamente ciò che può fare benissimo da solo.
In realtà le slide non vanno lette ma commentate: sono solo un supporto alla nostra esposizione e non viceversa. Girarsi per leggerle diminuisce attenzione e comprensione.

Anticipare i contenuti
È buona norma annunciare i contenuti della slide che segue prima di mostrarla (meglio, quindi, sapere la sequenza a memoria e/o avere sotto gli occhi una versione a slide rimpicciolite).
Evitate, quindi, di fare avanzare il documento, girarvi, rendervi conto di quello che state proiettando e dire: "Ecco, qui vediamo che…"
Oltre alla palese impressione di cattiva preparazione, in questo caso perdiamo anche l'attenzione della platea. Per almeno i primi 30 secondi di proiezione, infatti, l'oratore "perde" l'audience, concentrata a leggere. Annunciando la slide, questo buio si riduce, e la spiegazione risulta più scorrevole.
Per concludere
Nessuna presentazione può essere efficace senza un pensiero "pulito" a monte. Assicuratevi di avere chiaro che cosa dovete dire *prima* di riportarlo sulle slide.
Giacomo Mason, laureato in filosofia, si è occupato di teoria della comunicazione, in particolare legata al mondo aziendale.
Oggi è consulente di aziende e amministrazioni per la comunicazione interna e svolge attività di formazione.
Gestisce il blog Intranet Management. Nel 2003 ha pubblicato il libro Intranet (Tecniche Nuove), nel 2005 Come si presenta con le slide, dedicato alle presentazioni efficaci (Tecniche Nuove), nel 2008 La nuova comunicazione interna. Reti, metafore, conversazioni, narrazioni (FrancoAngeli).
Sul MdS ha pubblicato anche un articolo dedicato alle intranet.
***
***
un'intervista a Vilma Zamboli
Vilma Zamboli è una technical writer: una professione della scrittura che pochi conoscono, ma che è essenziale per trasmettere le informazioni su macchine, elettrodomestici, programmi software e sul loro funzionamento. E' a capo di un gruppo di professionisti riunito sotto il nome Writec e presidente di STC (Society for technical Communication) - Transalpine Chapter.
Le abbiamo chiesto di parlarci della sua professione.
Vilma, tu sei una technical writer. "Writer" è chiaro, ma "technical" per cosa sta?
Vedo due componenti in questo aggettivo. Uno è la passione per la tecnologia, l'altro è la capacità di analisi logica, ovvero di analizzare i prodotti più diversi, dai macchinari ai programmi, nonché la loro struttura e il loro funzionamento.
Il technical writer non può mettersi a scrivere se prima non ha elaborato internamente in una struttura - logica per lui e per il lettore/utilizzatore - tutte le informazioni "grezze" raccolte da fonti diverse: interviste, demo, documenti, dati sparsi, siti web, testi scritti da più persone e la sua stessa esperienza. In sostanza deve aver costruito il "modello mentale" dell'oggetto in questione (un software, una macchina, un concetto).
È difficile descrivere questo processo: ci è riuscita con successo Graziella Tonfoni nel libro Information Design, che illustra dettagliatamente la sua metodologia, fondata sull'effettivo modo di procedere del pensiero umano, con la quale ha di fatto "filmato" la mente del progettista dell'informazione al lavoro.
Cosa scrive concretamente un technical writer?
Aprirei una parentesi sul nome "techical writer". Attualmente non abbiamo più a che fare con il redattore tecnico nascosto in un angolo dell'ufficio, sommerso da un mare di scritti e revisioni, unico detentore della rintracciabilità di informazioni in migliaia di pagine… una figura forse più vicina all'archivista.
Ora abbiamo, con l'opportuna formazione ed esperienza, i technical communicator, gli information architect o information designer.
Coloro che, di fronte ad una esigenza "informativa" e "formativa", sono in grado di suggerire strutture, formati, linguaggi, forme e pubblicazioni. Sono cambiate le tecnologie, sono cambiate le modalità di accesso alle informazioni, sono cambiati i volumi di informazioni che ogni individuo deve quotidianamente assimilare.
Questo ha reso la nostra professione sicuramente più "sofisticata". Dobbiamo essere consapevoli degli approcci cognitivi del nostro cervello, dobbiamo prestare attenzione all'usabilità della documentazione, dobbiamo saper usare strumenti di pubblicazione. E potrei continuare ancora…
Torniamo invece a cosa produce un technical communicator, limitandomi ai prodotti editoriali più conosciuti.
Tipicamente un prodotto editoriale si distingue da un altro in base al tipo di utenza che deve raggiungere, quindi al tipo di informazione che deve contenere e alla modalità con cui verrà distribuito.
Nella comunicazione tecnica sono presenti ora due aree: la technical communication e la marketing communication.
Nella technical communication il redattore tecnico è il "ponte" tra progettisti e utilizzatori. Rende comprensibile ciò che non lo è. Scrive per spiegare. Evidenzia associazioni e connessioni logiche nelle comuni operazioni di uso, esegue il test di usabilità del prodotto. Anche in questo caso ne deduciamo che un buon redattore non si limita a scrivere manuali. Mette in atto processi complessi che possono sfociare in diverse attività, anche nella redazione del manuale.
Se ci limitiamo ad analizzare i prodotti editoriali della comunicazione tecnica potremo avere: il libretto di istruzioni per un elettrodomestico, la guida alla manutenzione di una macchina, il manuale utente di un programma software, il manuale API per gli sviluppatori, la quick reference guide per avviare e usare immediatamente la stampante, l'help online contestuale all'applicazione, la newsletter che informa sulle novità del prodotto, i contenuti del sito per la presentazione delle novità della release software… e sto citando i prodotti più gettonati, ma ciò non esclude che ne esistano altri altrettanto interessanti.
Nella marketing communication il redattore tecnico può ripercorrere i medesimi passi che lo portano a sviluppare documentazione tecnica, ma cambiano lo stile e il modo di presentare le informazioni. C'è più grafica, si ripescano gli aggettivi che nella documentazione tecnica sono stati aboliti, ci si diverte anche un po' di più. Si scrive per convincere. A comprare, a usare.
In passato i messaggi orientati alla vendita di un prodotto contenevano molto fluff - "aria fritta", "fuffa" in italiano - e pochi contenuti tecnici. Oppure, se c'erano, erano inutili al lettore. Per esempio, quando si vendeva un sistema software si fornivano ancora gli ingombri e le alimentazioni del computer! Del resto i contenuti estremamente tecnici venivano sempre forniti dagli sviluppatori che quasi mai erano esperti di comunicazione.
Nella marketing communication il redattore tecnico di nuovo può avvalersi delle sue competenze per analizzare il target dell'utenza, le modalità di distribuzione, la mission aziendale, il tipo di messaggio che si desidera comunicare. Il redattore tecnico costruisce così un prodotto editoriale concreto, coerente e mirato ad attrarre l'attenzione del lettore. Naturalmente dovrà collaborare più strettamente con i grafici oppure con l'agenzia che si occupa della comunicazione aziendale in senso più ampio.
I prodotti editoriali in questo caso possono essere brochure, presentazioni, cataloghi, articoli, materiale fieristico, schede prodotto, case study, pagine pubblicitarie, fino ad arrivare al naming e alla creazione degli slogan del prodotto.
Quali competenze sono necessarie per essere un buon technical writer?
Creatività, capacità di analisi, doti di comunicazione, competenze in ambito grafico, formazione linguistica, passione per la tecnologia e capacità di intervistare gli esperti del settore.
Sì, perché il materiale grezzo da cui parte un technical communicator sono proprio le interviste e il prodotto stesso. E se nell'interazione con un programma software dovremmo in teoria sempre avere le stesse risposte di fronte alle stesse domande… con un essere umano non è così. Quindi la stessa domanda posta a persone diverse può ottenere risposte diverse ed espresse con linguaggi diversi. In questi casi possono aiutare alcune nozioni di base di PNL (Programmazione Neurolinguistica).
Durante l'intervista occorre "cavar fuori" dall'esperto anche informazioni di cui non è pienamente consapevole o aspetti su cui non ha riflettuto.
L'intervista è il primo step del processo?
Dipende. Se non esiste altro materiale informativo. Oppure si inizia a leggere il materiale fornito, magari non aggiornato o che ha scopi completamente diversi, e poi si passa all'intervista.
Provo a tracciare un processo tipo.
Si intervista il responsabile di prodotto e per certe funzioni anche gli sviluppatori. Il primo ostacolo è il linguaggio: gli intervistati tendono spesso a descrivere il "che cos'è" e il "come è fatto" invece del "cosa serve", e del "quando si usa" e del "cosa fare se"... Esattamente ciò che invece interessa a chi lo comprerà.
Qui occorre ascoltare, fare domande e guidare l'intervista.
Durante l'intervista o il primo uso del prodotto si avvia la fase di "visualizzazione" o "modellazione" dei concetti, del prodotto, anche della singola funzione, il tutto accompagnato da verifiche con l'interlocutore o con il prodotto stesso.
Poi si passa alla fase di progettazione del prodotto editoriale, basata sull'analisi dei requisiti richiesti dal cliente e su tecniche ormai consolidate nel mondo della comunicazione tecnica.
A questo punto si comincia a lavorare con un grafico… e si inizia la fase di redazione. È un tipo di redazione che mette in moto processi mentali più vicini a quelli di un traduttore che a quelli di un giornalista.
La redazione vera e propria: cosa ha di particolare la redazione tecnica rispetto a quella di business o di marketing? Quali attenzioni particolari al linguaggio bisogna avere?
Sinteticamente si può affermare che la redazione tecnica "spiega", la redazione di marketing "persuade" e quella di business "posiziona". In ogni caso il linguaggio usato deve sempre essere adatto al lettore.
Se devo dare istruzioni userò un linguaggio semplice, asciutto e chiaro, mai ambiguo. Chi legge deve eseguire, non pensare. E ha poco tempo. Userò pochi aggettivi, per esempio. Dovrò avere uno stile coerente e rispettare alcune regole fondamentali: se una certa operazione l'ho spiegata seguendo un criterio, uno sviluppo logico, devo mantenere lo stesso criterio e lo stesso sviluppo logico per tutte le altre operazioni.
Nella redazione persuasiva il discorso è diverso: c'è una maggiore ricchezza di linguaggio, posso ricorrere a metafore per catturare l'interesse del lettore, uso uno stile sicuro, positivo senza però cadere nell'eccesso. Chi legge deve essere incuriosito, deve capire se il prodotto può soddisfare alcuni suoi bisogni, e come può farlo.
Nella redazione di business lo stile può essere un po' più discorsivo, si spiegano scenari, si presentano le soluzioni adottate, si mostrano i risultati. Lo chiamerei uno stile "tranquillo".
Queste tre semplificazioni sono comunque solo indicative perché occorre ricordare che lo stile varia da tipo di documento a tipo di documento: lo stile di una guida rapida è diverso dallo stile di un help online, sebbene stiamo parlando sempre di redazione tecnica.
Poi un ultimo accenno alla "grafica". Non viviamo di solo testo. Quindi, tutto quanto descritto finora andrebbe riferito anche all'uso della grafica (e qui metterei tutto, dai font, alle tabelle, agli schemi, alle immagini, ai grafici) che sarà diverso per ogni tipo di documento.
Quanto conta la revisione nel technical writing?
Moltissimo, e non solo per correggere i refusi e la forma, ma soprattutto per rivedere frasi e istruzioni poco chiare. È il compito dell'editor. L'editor esegue un vero proprio "test del testo".
Con l'aiuto dell'editor, l'autore si accorge di inclinazioni linguistiche personali che devono essere raffinate, o il gruppo di autori ottiene l'uniformità di stile e la completezza dell'informazione.
Al "test del testo" è possibile poi aggiungere altri test che sono legati alla qualità del prodotto editoriale (stampa, coerenza con il prodotto descritto) e al suo funzionamento (chiarezza delle istruzioni, funzionamento completo dei link).
Quali le prospettive di lavoro per un technical writer in Italia, e soprattutto, freelance o dentro un'azienda?
C'è tanto da fare qui in Italia. Da un lato vediamo pagine web incredibili, libretti di istruzione astrusi e mal tradotti, manuali illeggibili, dall'altro osserviamo la lotta al "burocratese" avviata dalla pubblica amministrazione, la maggior leggibilità dei foglietti informativi dei medicinali, la chiarezza dei documenti postali.
Qualcosa quindi si sta muovendo.
Ma se ci chiediamo quante aziende sono disposte a pagare e quindi a riconoscere il valore aggiunto di un technical communicator, allora la risposta è più complessa e può essere: "dipende".
A mio parere in Italia il technical communicator deve promuovere attivamente il proprio lavoro, a differenza dei paesi anglosassoni dove la professione è già codificata e riconosciuta dagli anni '50. Quindi non basta avere un bel portfolio e mostrare i propri lavori, ma occorre esporre casi significativi, mostrare cifre, offrire testimonianze. Preparare quindi dei case study, anche questo è un prodotto editoriale tipico di un technical communicator. In pratica abbiamo la possibilità di applicare su noi stessi, sul nostro "business" tutta la nostra competenza.
Come ci si informa e ci si forma alla professione di technical writer?
Dipende… dalle proprie disponibilità.
Io suggerirei di guardare oltre Manica e oltre oceano e iniziare dalle associazioni di categoria. Io ho iniziato così.
Il buon Fabrizio Comolli mi ha indirizzata diversi anni fa all'associazione STC - Society for Technical Communication. Associazione no-profit che riunisce oltre 20.000 soci sparsi in tutto il mondo: professionisti, docenti, accademici, appassionati della comunicazione tecnica.
STC pubblica riviste specializzate, offre webinars (seminari online) e altre risorse. Mi sono associata e sono entrata automaticamente a far parte del Chapter Italo-Sloveno-Svizzero-Austro-Tedesco: il Transalpine Chapter.
Ho partecipato alle loro conferenze, ai loro workshop, ho conosciuto professionisti ed esperti, ho chiesto consigli, mi sono confrontata, ho iniziato a partecipare all'organizzazione delle conferenze e ora sono stata nominata Presidente. Sono ancora oggi incredula.
L'associazione è ben strutturata al suo interno e conta su gruppi di interesse speciale (Special Interest Groups, SIG). Pensate alla redazione di un indice analitico. Bene, c'è un SIG solo per gli indexer, cioè per quei technical communicator che si sono specializzati nella redazione di indici analitici. Essere iscritti a un SIG significa essere membri attivi di una comunità, partecipare a forum di discussione, ricevere una newsletter con alcune best practice.Gli ultimi due libri che ho letto sono appunto Information Design di Enrica Cavina e Rossella La Piccirella, edito da UTET e relativo ai lavori di Graziella Tonfoni, e La struttura della magia di Richard Bandler e John Grinder, una introduzione al mondo della Programmazione Neurolinguistica.
Il LIG (Local Interest Group) italiano di STC organizza incontri informali tra professionisti di varie realtà del nord Italia, offre contatti e scambi di lavoro e risorse umane tra aziende del settore nonché altre occasioni formative gratuite.
Anche Writec, il mio gruppo - come altre realtà in Italia e nei paesi limitrofi - offre formazione mirata e d'avanguardia per i professionisti del settore o per chi vuole avvicinarsi a questa professione interdisciplinare.
In Italia ci sono state e ci sono alcune iniziative di pregio. Potrei citare quelle che conosco:
Ci si può anche rivolgere ad alcune università americane che offrono corsi online.
E poi i libri. Potrei citare il primo che ho letto:
Developing Quality Technical Information di Gretchen Hargis
Poi suggerire un libro utile a chi deve avviare un piccolo team o un one-man team di documentatori:
Starting a Documentation Group di Peter J. Hartman.
Gli studenti di Scienze della Comunicazione vogliono diventare tutti copywriter in un'agenzia di pubblicità, giornalisti, web writer, perché sono considerate professioni creative e piene di fascino. Qual è il fascino della tua, di professione?
Innanzitutto è molto labile il confine tra chi scrive per il web e chi scrive manuali o brochure commerciali. Cambiano sì alcune variabili, ma l'attitudine è la stessa.
Il fascino è sempre nel comunicare, nel poter creare qualcosa per qualcuno che grazie a te riuscirà a fare qualcosa di complesso e di concreto, senza difficoltà.
Parlando nello specifico della documentazione di un prodotto, è svolgere un ruolo di mediazione tra la macchina e l'uomo. "Tiri letteralmente fuori" da un prodotto i suoi aspetti più veri, il suo funzionamento e quindi la sua essenza, la sua ragione di essere.
Scrittura breve: se ne parla molto da quando il web è con noi, e ancora di più da quando gli sms si sono affermati come una delle forme di comunicazione più diffuse. Ci stiamo abituando a concentrare i nostri messaggi in pochi caratteri, poche battute, e a leggerli di corsa, rispondendo al volo. Non sempre con esiti disastrosi per la lingua: gli sms possono portare verso gli altri anche messaggi poetici, versi leggeri.
L'abitudine a scrivere testi brevi e concentrati ci torna però utile anche quando lavoriamo. Perché in un mondo in cui tutti vanno, lavorano e leggono di corsa, corredare i documenti e le pagine web di testi che ne sintetizzano con efficacia il contenuto diventa indispensabile. E così abstract, executive summary, riassunti, schede sintetiche sono il complemento o l'introduzione di documenti lunghi e complessi.
Una maestra della scrittura professionale come Annamaria Testa così scrive nel suo manuale Farsi capire: "Considerate che gran parte dei testi migliora quando gli date una sforbiciata", e suggerisce due strategie per farlo: la forbice o il colino. Con la forbice vi limitate a tagliare, togliando incisi e parole di troppo, col colino riscrivete "filtrando" solo i contenuti più importanti.
L'executive summary - lo dice la parola stessa - è un riassunto elaborato apposta per manager frettolosi, che hanno bisogno di farsi un'idea di un documento lungo, senza perderci troppo tempo. Rispetto all'abstract, spesso introduce il documento, ne diventa il primo capitolo. Non è necessariamente cortissimo: dipende dal documento che riassume. Se il documento è di molte centinaia di pagine può essere anche di cinque o sei pagine. I sacri testi dei business writer statunitensi consigliano di scrivere un executive summary non più lungo del 10% del documento. Mi sembra ragionevole.
Del resto, è opportuno ricorrervi in tutti i documenti di una certa lunghezza e complessità: ricerche, libri bianchi, business plan, offerte.
L'executive summary concentra e riassume il documento, ma ne conserva la sequenza e la struttura. Questo perché deve costituire una sorta di "mappa", di cornice concettuale, per permettere a chi legge di avere subito un'idea del contenuto, e poi procedere con facilità sia a una lettura trasversale e veloce, sia a saltare direttamente al punto o al capitolo che gli interessa. Ma l'executive summary non è solo un riassunto: deve fornire indicazioni concrete su come affrontare un problema, suggerire linee di intervento, spingere all'azione, convincere della opportunità di una politica. Ha quindi anche una funzione persuasiva.
Per questo, può essere organizzato così:
1. obiettivi del documento/ricerca
2. metodologie adottate
3. risultati/scoperte
4. conclusioni, suggerimenti, indicazioni.
L'executive summary è la prima cosa che si legge, ma l'ultima che si scrive.
È anche una buona opportunità per verificare la coerenza e la "tenuta" dell'intero documento: se riusciamo a ridurlo a un decimo senza problemi, solo condensando, senza aggiungere altro, vuol dire che funziona.
Il linguaggio deve essere più piano e divulgativo di quello del documento, senza gerghi e tecnicismi. L'executive summary, infatti, viene quasi sempre letto da manager che non necessariamente padroneggiano tutti i dettagli della soluzione proposta: l'amministratore delegato in un'azienda di informatica non è sempre un informatico, e così i componenti di una commissione che deve assegnare un contratto. Però sono loro a prendere le decisioni.
È importante che l'executive summary sia il più chiaro possibile, e la lettura agevole. Anche per questo lo stile deve essere asciutto e professionale, ma non brusco. Anzi, è importante curare i connettivi e i passaggi tra una frase e l'altra (quindi, inoltre, di conseguenza, infine) e il ritmo complessivo, alternando frasi lunghe e brevi. Sempre per questo è opportuno sciogliere acronimi e sigle e limitarsi a poche cifre, quelle essenziali.
Naturalmente valgono anche qui le regole di una buona formattazione: font chiaro, "qualche" bold, impaginazione preferibilmente a sinistra, resistendo alla tentazione del corsivo che, notoriamente, è bene usare solo per singole parole o brevi frasi. Se il documento è davvero molto lungo, i punti qualificanti e principali possono essere anche riassunti in un box alla fine di ogni capitolo, rigorosamente come elenco puntato, e sotto un titolo quale Key Point, In breve, Per riassumere.
L'abstract è sempre corto, anche nel caso di documenti molto lunghi. 250-300 parole, che equivalgono a una mezza cartella. Adatto soprattutto per relazioni a convegni, ricerche, articoli scientifici, ha l'obiettivo di convincere il lettore ad andare al convegno, a fare una ricerca bibliografica per trovare il documento originale, a pagare per scaricare l'articolo da internet. Anche l'abstract, quindi, non ha la pretesa di dire tutto, ma di dare indicazioni precise sul contenuto.
Rispetto al'executive summary, l'abstract viene generalmente letto da specialisti, colleghi di chi ha scritto il documento. Il linguaggio può quindi essere "per addetti ai lavori", pur nella chiarezza complessiva.
La sintassi è piana, lo stile asciutto.
La prima frase deve annunciare il tema, una sorta di abstract dell'abstract, il tempo verbale normalmente usato è l'indicativo presente.
Gli abstract sono essenziali anche sul web, sia su siti internet, sia intranet.
Possono servire ad annunciare la pagina su quella di partenza e così convincere il navigatore a a cliccare. È quello che fanno solitamente i giornali online, quando nella home page o in quella delle sezioni principali del sito fanno seguire un astract al titolo dell'articolo.
Possono essere il primo breve paragrafo della pagina, che ne anticipa in alto i contenuti, senza dover scrollare tutto. Possono essere inseriti nei metatag di una pagina e così presentarla "fuori contesto" nei risultati dei motori di ricerca.
Un'occasione da non perdere per presentare le pagine del sito con le stesse parole di chi ha curato il testo. Nell'intranet, invece, uno strumento in più per lavorare in maniera efficiente.
Per saperne di più: I generi brevi della scrittura professionale (pdf).
Quasi tutti i siti sulla scrittura e la comunicazione online che conoscevo fino a qualche anno fa - quelli da cui ho imparato tanto - non esistono più o sono diventati a pagamento.
Nulla di male, anzi: sono la prima a sapere e a riconoscere quanto costano i contenuti originali e di qualità.
In questo panorama c'è una luminosa e generosa eccezione: il Poynter Institute, che con il suo ricchissimo e gratuito sito web, aggiornato ogni giorno, insegna a migliaia di giornalisti e scrittori professionali in tutto il mondo a comunicare meglio attraverso i nuovi media.
Tra i contenuti davvero preziosi (non costosi, ma impagabili) sono le ricerche che ogni due anni il Poynter effettua sulle abitudini di lettura degli utenti di siti web di giornali e magazine, il cosiddetto Eyetracking, fonte di molte utili indicazioni per chi scrive sul web.
I ricercatori del Poynter prendono un campione di circa 40 persone, le mettono per alcune ore a navigare su siti di giornali e ne seguono passo passo i movimenti degli occhi, per capire dove vanno, cosa leggono prima, cosa dopo, cosa li attira, cosa non leggono affatto.
I risultati danno risposte a molte domande di editor e web designer, che hanno le loro opinioni, ma quasi mai suffragate da ricerche documentate.
La terza ricerca, pubblicata nel mese di settembre 2004, di risposte ne ha fornite moltissime, qualche volta sorprendenti. Il Poynter vi ha dedicato un intero dossier, coordinato da Steve Outing, che ogni giornalista, web writer, studente di scienze delle comunicazioni, dovrebbe studiarsi riga per riga.
L'ho fatto anch'io e queste sono le mie note:
La traiettoria degli occhi
Quando si apre la home page, gli occhi vanno subito in alto a sinistra, poi in basso e solo alla fine in alto a destra.
Ciò che attira subito l'attenzione sono i titoli testuali, prima quelli in alto a sinistra, poi quelli in alto a destra. Le foto non solo non sono degli entry point, ma ci si sofferma pochissimo.
In media, prima di proseguire verso una pagina successiva, si leggono cinque titoli per pagina, indipendentemente dal numero di titoli presenti sulla pagina. Di un titolo, poi, si leggono realmente solo le prime due o tre parole.
Scrivere piccolo per farsi leggere
Contrariamente a quanto pensiamo, se vogliamo incoraggiare la lettura di un intero testo, il carattere più piccolo funziona meglio. I titoli e i testi scritti con un corpo più grande, si esplorano e si guardano, ma non si leggono.
Il gioco dei titoli
Il sottotitolo è importante, perché fa da cerniera tra il titolo e il testo, e guida alla lettura.
Titolo e sottotitolo, però, devono costituire visivamente un blocco unico: pochissimo spazio tra l'uno e l'altro e stesso font. Le dimensioni è bene che variino, ma di un solo corpo. E così per lo stile del carattere: bold il titolo, normale il sottotitolo.
Anche nei sottotitoli si leggono solo le prime parole, cui bisogna quindi dedicare la massima attenzione.
Abolire gli steccati
Le linee di separazione e le sottolineature, usatissime nei siti di news e giornali, scoraggiano il lettore ad andare oltre.
Ma i lettori scrollano?
I lettori dedicano istintivamente la loro attenzione a tutto ciò che si trova più in alto sullo schermo, ma non è vero che non vogliono assolutamente scrollare. Se un titolo li cattura, leggono volentieri anche testi below the fold.
Il posto del timone
La barra di navigazione in alto è quella sulla quale si sono fissati la maggioranza degli occhi degli utenti/tester, ma i