|
|
Contaminazioni
felici nei nuovi linguaggi aziendali
Il
17 settembre 2004 è stato un giorno un po' speciale per me e
per le mie colleghe. Un'azienda del mio gruppo, Tele
Sistemi Ferroviari, ci invitava in un grande teatro romano per
un evento di comunicazione davvero inedito: un musical,
interamente scritto e realizzato dai dipendenti. Realizzato senza consulenti,
in tempi impossibili. Il tema: l'azienda stessa, ma raccontata con musica,
parole e immagini invece che con le brochure e con le pagine dell'intranet. Negli ultimi dieci anni, da quando internet è con noi, la consapevolezza dell'importanza della scrittura nelle organizzazioni - pubbliche e private - è andata crescendo e affinandosi. Soprattutto sul modello americano, che ha predicato la precisione, la brevità e la semplicità dei testi. Testi a volte fin troppo semplici "l'omogeneizzata voce del business", come l'hanno chiamata gli autori del Cluetrain Manifesto. Non trovi che questo modello stia mostrando i suoi limiti? Non vedo
una diretta conseguenza tra la chiarezza e la sintesi e l'attuale tendenza
a testi omologati. L'omologazione la fa in realtà l'habitus mentale
e culturale delle nostre organizzazioni. Il linguaggio della sintesi
è anzi il linguaggio della creatività, ma la sintesi non
è tutta uguale. Un testo sintetico può esprimere anche
una visione, una pennellata. E' vero, e la poesia ce lo insegna. Però nelle aziende si scrive sempre di più e soprattutto si scrivono testi lunghi e sovrabbondanti. Sì,
indubbiamente nelle organizzazioni c'è una sovrabbondanza di
comunicazione scritta, una tendenza dovuta soprattutto alla diffusione
dell'email. Tutto sembra debba essere scritto e depositato. |
|
|
Accanto ai modelli di scrittura sintetica e funzionale, cominciano a emergere nelle organizzazioni anche modelli diversi, basati sulla dimensione e i ritmi narrativi è quello che i nostri colleghi anglosassoni chiamano lo storytelling. Sì,
è una modalità che si afferma quando c'è la volontà
dell'azienda di ripensare se stessa, di promuovere alcuni valori. Questo
chiede più spazio, lo spazio della riflessione, che spesso ha bisogno
di strumenti potenti quali la metafora, di attingere a linguaggi diversi
e nuovi, di tempi più lenti e meno nevrotici, di spazi di ascolto. C'è quindi anche un recupero di una dimensione individuale? Be', la dimensione
individuale e di concreto vissuto nelle aziende c'è sempre stata,
ma a livello informale e più orale: storie, aneddoti, miti, ricordi. I nuovi linguaggi si creano dal basso o c'è sempre anche una volontà di cambiamento, una spinta da parte del management? E' la domanda
che ci si fa sempre anche nella moda
i nuovi stili li creano gli
stilisti o nascono nelle città, nei quartieri, tra i giovani, e
poi gli stilisti li interpretano e li affermano? Ci puoi fare qualche esempio, tratto dalla tua esperienza? In Telecom
Italia la compilazione di un questionario da parte dei dipendenti
- cosa ormai difficilissima da ottenere - è stata legata alla partecipazione
a un concorso in cui si vincevano biglietti per il concerto degli U2.
Hanno risposto in 10.000 su 48.000. |
|
|
Nel mondo del lavoro la scrittura non serve solo per comunicare in modo ufficiale all'interno e all'esterno, ma anche per chiarirsi le idee, per prendere appunti, per parlare con se stessi, per stendere un piano Sì,
ed è una funzione importantissima. In Arval, per esempio, è
stato regalato un Moleskine ad ogni
dipendente, da tenere in ufficio per i suoi appunti personali. Sono d'accordo,
e in questa direzione ci sono diversi esperimenti riusciti, veri e propri
cortocircuiti tra scrittura creativa e scrittura professionale. Non dimentichiamo poi quanti concorsi letterari stanno lanciando le aziende, soprattutto quelle grandi. Quello di Telecom Italia si è appena concluso, con l'invio di oltre 1.000 racconti sul tema del lavoro. C'è
sicuramente un gran desiderio espressivo da parte dei dipendenti, anche
su temi e stili che riguardano la loro globalità di persone, ma
c'è anche la consapevolezza che oggi è necessario investire
su questa globalità perché non si sa quali competenze specialistiche
saranno necessarie in futuro. Competenze tra le quali c'è però
sicuramente la creatività, intesa come capacità di cambiare,
di imparare, di guardare ai problemi in maniera diversa, meno scontata
e ripetitiva. Franco
Amicucci è sociologo, formatore, collaboratore di Sistemi Formativi
Confindustria e di importanti multinazionali e grandi gruppi italiani.
Docente di Sociologia dei processi comunicativi alla Facoltà di
Economia dell'Università di Macerata, corso di Laurea specialistica
in Pubblicità e comunicazione d'impresa, nel 2000 ha fondato Amicucci
Formazione, per la ricerca e la sperimentazione di una formazione
innovativa. | appunti | al lavoro! | scrivere per il web | link | glossario | blog | riscritture | quaderni | litbits |caro visitatore | istruzioni per l'uso | sitemap | mappa tematica | scrivi | cerca | home | Pagina aggiornata
il 22.4.05 ©
1999-2005
Luisa Carrada.
Tutti i diritti riservati.
E' vietato riprodurre il contenuto di questo sito senza autorizzazione. www.mestierediscrivere.com |