|
|
|
giovedì 20 luglio 2000 di Stefano Bartezzaghi Qualche tempo fa il critico letterario George Steiner si era divertito a mostrare che i cognomi dei leader politici del mondo tendono a diventare sempre più corti, bisillabici o anche monosillabici: Clinton, Bush, Gore, Chirac, Jospin, Blair, Eltsin, Putin. Naturalmente il quadrisillabo Berlusconi non legge Steiner, e comunque si fida di più silenti sondaggi. E altrettanto naturalmente quella di Steiner era una provocazione, per sottolineare una sorta di inarrestabile tendenza alla semplificazione, fino allo sfrangiamento, dovuta all'esigenza di essere sempre più rapidamente identificabili. Nelle mascherine degli indirizzi Internet, nei piccoli video degli SMS, l'unità di misura è il clic: Berlusconi sono dieci tasti, D'Alema sei (sette per iscritto: conta l'apostrofo), Amato cinque. È per questo che al momento attuale governa quest'ultimo? No (il prossimo dovrebbe essere Fini, e poi arriverebbe il turno di Foà, e di Fo, o Bo). Tant'è vero che i prossimi domini Internet, appena preannunciati, guadagnano una lettera e passano dalle tre di "com" e "net" alle quattro di "shop" e "news". Ma pur con i necessari assestamenti, la spinta alla sintesi sembra incontrastabile. Il fatto che persino i francesi siano preoccupati dalle complicazioni della loro lingua (la più nazionalizzata del mondo) e relativa ortografia è da ritenersi altamente sintomatico. E in Italia? Naturalmente l'italiano ha ben poco da difendere: a parte la sua tradizione di classici letterari che però hanno già avuto le prime traduzioni dall'italiano antico all'italiano moderno, a indicare che non sono più tanto leggibili da un parlante non specializzato in letteratura. Almeno dal rispetto ortografico l'italiano è una lingua enormemente più semplice non solo del francese (di cui Raymond Queneau aveva proposto una riforma radicale già dal 1937) ma dello stesso inglese. Come ha fatto notare il linguista Claude Hagège (autore di fondamentali volumi sulla storia e gli intrecci babelici delle lingue europee e non, come La souffle de la langue, 1992 e 1994 tradotto in italiano come Storie e destini delle lingue d'Europa dalla Nuova Italia nel 1995), il rapporto fra fonetica e ortografia, fra pronuncia e scrittura, in inglese non è certo meno complicato di quella francese. Segno che le ragioni primarie dell'evidente egemonia dell'inglese è dovuta a ragioni non sono linguistiche ma politiche e economiche. Per l'italiano ciò equivale a una sentenza: quante scuole d'italiano ci sono all'estero? quante aziende hanno uffici o impianti o negozi in cui si parla italiano? quanti stranieri frequentano le nostre biblioteche o ascoltano trasmissioni radio e tv in italiano o si collegano a siti Internet in italiano? Questi sono i parametri su cui calcolare la ragionevole speranza di vita della nostra non così amata (neppure da noi stessi) lingua. Eppure nella prefazione e nella postfazione del suo cospicuo Gradit (Il Grande Dizionario Italiano dell'Uso, UTET, 2000) Tullio De Mauro non si è affatto dichiarato pessimista, e ha fatto notare la vitalità dell'italiano, che oggi è più conosciuto dai suoi utenti (l'alfabetismo aumenta) e ha esteso il suo ramo d'azione ai settori scientifici e tecnologici. I costrutti che destano sacrosante ilarità e giustificate apprensioni (come il recente "Grazie per non fumare") indicano l'impaccio adolescente di una lingua che si avvia al contatto con le altre, in un faticato ma lodevole bilinguismo che poi sarebbe la vera soluzione dei nostri problemi. Quali vaticini si possono trarre? I calchi dall'inglese implicheranno sempre protuberanze telescopiche: format > formattazione. Ci saranno sempre molte parole importate di peso, perché utili e insostituibilmente sintetiche: stand-by, e- mail, pit-stop. Proseguirà la lenta contrazione delle frasi, a partire dai più rapidi mezzi di comunicazione come SMS, telefonini, e-mail, messaggi in segreteria, post-it: "ti squillo" al posto di "ti do un colpo di telefono"; "vai" al posto di "concordo con te e hai la mia benedizione". Il magma del chiacchiericcio farà cambiare i significati di molte parole, e "schernito" non significherà più "dileggiato", bensì "sottratto, difeso": tanto tutti lo usano solo nel senso (provvisoriamente) sbagliato. Le parole più usate nell'italiano parlato diminuiranno di numero, e chi dirà "loquace" al posto di "chiacchierone" sarà considerato un singolare erudito, o un poseur. Se la scuola ricomincerà a funzionare, sopravviverà il gusto della lettura e ci sarà una ragione di sopravvivenza per la lingua italiana scritta, un po' più colta. Magari attraverso quello Stile semplice a cui è intitolato un importante saggio (Einaudi) del linguista e critico letterario Enrico Testa. |
||
|
| appunti | al lavoro! | scrivere per il web | link | glossario | blog | riscritture | quaderni | litbits |caro visitatore | istruzioni per l'uso | sitemap | mappa tematica | scrivi | cerca | home | Pagina aggiornata il
27.8.00
|