di Gianluigi Beccaria

27 maggio 2002


Si è conclusa da poco a Torino La Fiera del Libro, e girando tra gli affollatissimi stand pensavo al leggere, alla quantità di "classici" che ora è possibile comprare a poco prezzo, e che non solo una volta l'anno bisognerebbe propagandare col clamore di una Fiera, ma quotidianamente la scuola soprattutto dovrebbe trovare il modo per "obbligare" a leggere, a piccole ma sostanziose razioni, possibilmente ben digerite, ogni giorno. Come le pillole, le vitamine.

Quando mai, travolto dalla fretta, il futuro tecnocrate o manager o economista troverà domani ancora spazi nel suo incalzante futuro per leggere Ariosto o Petrarca, Montale o Svevo? Mai più. 
Ora le tendenze generali nelle riforme europee delle scuole mirano allo sconto, ai "saperi minimi" (geniale trovata!). E stanno emarginando le discipline umanistiche, fortemente penalizzate a vantaggio di altre ritenute più utili. I classici della letteratura godono minore venerazione e prestigio rispetto al passato, anche perché la loro funzione è profondamente cambiata. Per citare esempi di casa nostra, pensiamo alla lettura di Manzoni o di Verga, che erano un tempo il modo principe che una persona aveva per rendersi conto, poniamo, o del mondo dei diseredati, o per cogliere la presenza del disegno divino che può reggere il mondo, ecc. La letteratura valeva come contenuto. E valeva come esperienza. 

In seguito, in tempi a noi più vicini, non ha più avuto questo compito. Tra l'altro, a più buon mercato, i mass media si sono fatti carico di procurare le emozioni e i contenuti che prima ci offrivano quei "classici". Anche la propensione della scuola verso l'impegno utilitaristico, il fatto che tutto ha da essere in funzione del lavoro e della ricerca di risultati pratici immediati, ha portato a privilegiare materie di consumo spicciolo come le lingue (in senso pratico), la psicologia (applicata), l'informatica (intesa come saper usare un computer, e non - come si dovrebbe - i principi generali sui quali si basa il funzionamento della macchina), materie di consumo per l'appunto, a svantaggio delle discipline che aiutano alla riflessione storica o estetica o filosofica o letteraria, quelle che insegnano a pensare, che hanno favorito sino a ieri la maturazione di uno spirito critico. Ed è poi ciò che conta. 
La formazione generale dell'uomo sembra ora invece un'operazione antieconomica, superata dai tempi. Eppure una società funziona non quando le persone sanno usare il computer, navigare su Internet, far girare bene le macchine, far quadrare i conti, ma sono capaci di riflettere sul senso del proprio operare: il che si impara ancora dal molto leggere e meditare sui casi della vita.


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