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Hai usato il verbo “raccontare” in un campo in cui si pensa che la comunicazione debba essere precisa, sistematica, oggettiva…
Precisa e chiara deve esserlo senz'altro. Sistematica secondo l'accezione tradizionale invece no.
L'esperto tende sempre a spiegare le cose come lui le ha imparate: in maniera sistematica, appunto, partendo dalle premesse e poi via via verso le conclusioni. Ma lui aveva una motivazione speciale a impararle, che non può pretendere dagli altri.
Il suo punto di ingresso è la premessa, mentre in tutta la divulgazione della scienza e della tecnologia al grande pubblico il punto di ingresso è ciò che il pubblico già conosce, o ciò che al pubblico già interessa. Può essere anche poco, pochissimo, anche solo un pregiudizio, una paura, un'emozione, ma non si può partire da zero.
Se parlo di squali, ad esempio, cercherò di partire dall'immagine dello squalo assassino, quella che è nell'immaginario popolare, anche se in realtà voglio arrivare a concludere che si tratta animali quasi innocui e anzi da proteggere.
Nel libro c'è una check-list che aiuta il ricercatore lungo tutta la fase di progettazione di un intervento di comunicazione: perché comunico, chi è il mio pubblico, quali i suoi valori, le convinzioni, le conoscenze, cosa fa, cosa sa, cosa pensa, qual è il mio punto di ingresso e dove voglio portarlo, cosa esattamente gli voglio comunicare.
Il risultato di questa fase, come nella pianificazione di una campagna pubblicitaria o di un qualsiasi prodotto editoriale, è il concept : mezza cartella, molto chiara, in cui scrivo cosa voglio fare, perché, qual è il mio messaggio. Venti righe essenziali per non commettere grossi errori dopo.
Torniamo al racconto, allora.
Sì, il capitolo seguente è dedicato appunto a raccontare la scienza, cioè alla comunicazione in prima persona.
La storia è la forma più naturale in cui noi apprendiamo e vogliamo apprendere le cose. Tutto il resto è una forzatura, a volte inevitabile. E il segreto della comunicazione scientifica è farsi ascoltare per piacere, non per dovere.

Come si costruisce una storia su un argomento difficile?
Un bellissimo esempio letterario ce lo ha offerto Primo Levi, quando si è cimentato con un tema non proprio esaltante come i cicli bio-geo-chimici della biosfera, cioè come viaggiano gli elementi chimici sul nostro pianeta.
Il ciclo del carbonio – ora di grande attualità per via dell'effetto serra – gli ha ispirato un racconto affascinante, Carbonio, che si trova nel volume Il sistema periodico. Vi si racconta la storia di un atomo di carbonio, da quando viene liberato da una roccia a quando gira nella biosfera, finisce nel vino, diventa parte di un albero, poi di un animale, finché alla fine delle sue straordinarie avventure non ritorna sul fondo del mare e si ritrasforma in una roccia.

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L'esempio che hai portato è di un grande scrittore. Come fa invece un giornalista, un divulgatore, a trarre una storia da un argomento complesso?
Le prime 72 ore della nostra vita, dal momento della fecondazione all'impianto nella parete uterina, sono diventate ad esempio una “traversata del deserto”, un difficile viaggio nella tuba di Fallopio in cui abbiamo potuto contare solo sulle nostre microscopiche forze, nel quale avevamo solo una possibilità su due di farcela.
In una serata per Telethon, invece, dovevamo parlare della sperimentazione clinica di una cura: dall'individuazione del gene responsabile alla sperimentazione in vitro, a quella sugli animali, fino all'uomo. Quattro fasi molto astratte.
Le abbiamo raccontate, aiutati anche dalle immagini, ricorrendo alla metafora della staffetta 4x100 di nuoto. Ogni stile rappresentava una diversa fase della sperimentazione. Solo la cura che le ha superate tutte e quattro riesce a tagliare il traguardo.
Per trovare la metafora giusta bisogna avere molta sensibilità per la cultura popolare. Non rimanere arroccati nel proprio linguaggio specialistico e nei propri schemi. Se mi occupo di un certo tema, devo fare uno sforzo per leggere riviste, rotocalchi, femminili, vedere la televisione, ascoltare la radio, esplorare l'immaginario intorno al quel tema, individuare metafore che fanno parte della cultura di tutti.
Il giornalista queste cose le sa o le fa d'istinto, il ricercatore no. Ma rispetto al giornalista, che ogni volta si occupa di un tema diverso, il ricercatore ha il vantaggio di doverlo fare una volta sola.
Mettersi nei panni di un non esperto è comunque meno difficile di quanto sembra. Ognuno di noi – ricercatori compresi – lo è in moltissimi campi. Un grande biologo è un non esperto di finanza o di informatica.
Dalla metafora, quindi alla storia…
E dalla storia all'emozione.
Quando per Superquark ho realizzato un servizio sul prossimo arrivo dell'euro, ho impostato la storia sull'emozione della memoria: se la lira aveva accompagnato l'Italia da paese povero e agricolo fino ad essere uno dei paesi più industrializzati del mondo, l'euro sarebbe stata la moneta degli “Stati Uniti d'Europa”. L'emozione era legata alla memoria e all'orgoglio nazionale, oltre alle grandi aspettative che nutrivamo per quell'evento.
Per un tema complesso quali le nanotecnologie ho puntato invece sull'imitazione della natura, delle sue prodezze tecnologiche, frutto di miliardi di anni di evoluzione, tentativi ed errori.
Una volta suscitati interesse ed emozioni, come si riesce a “tenere” con noi il lettore o lo spettatore?
Bisogna resistere alla tentazione di raccontare tutto, in modo sistematico, ma piuttosto capire qual è la chiave di lettura del nostro racconto e finalizzarlo a quell'unica chiave, senza digressioni.
L'obiettivo è trovare una storia che incorpori un ragionamento – o se vogliamo un ragionamento “travestito” da storia - che conduca il lettore da quello che già sa a quello che non sa ancora e che vogliamo comunicargli.

Comunicazione diretta o comunicazione mediata?
Il ricercatore può scrivere lui stesso un articolo per una rivista di divulgazione scientifica o può essere la migliore fonte del giornalista, il suo alleato. Se avrà riflettuto sul suo tema dal punto di vista del grande pubblico, sarà in grado non solo di convincere il giornalista del potenziale interesse dell'argomento, ma gli fornirà anche battute, citazioni, spunti, metafore, ragionamenti, dati precisi, persone da intervistare. E' anche il modo migliore per evitare che il giornalista gli metta in bocca cose che non ha detto.
Quali sono i media più adatti per la comunicazione della scienza e della tecnologia?
Dipende, e il libro contiene anche un excursus sui principali media, per capire caratteristiche e potenzialità di ciascuno.
Per esempio, è inutile puntare sui grandi quotidiani se l'istituzione scientifica non dispone di un ufficio stampa ben attrezzato. O sulla televisione se il tema non può essere raccontato anche per immagini. Una mostra deve contestualizzare degli oggetti e farli parlare. Per fare divulgazione via internet è necessario avere le risorse per tenerlo vivo e aggiornato.
Perché è così importante oggi la comunicazione tra mondo della scienza e della tecnologia e grande pubblico?
Tutti i giorni i cittadini devono prendere decisioni che chiedono loro di conoscere l'abc di temi scientifici o tecnologici. Per prendersi cura della propria salute, per scegliere fra un termovalorizzatore o una discarica, per votare sì o no a un referendum su un tema scientifico che tocca i propri valori o il futuro dei figli.
Conoscere significa avere meno paure.
La scienza a sua volta ha bisogno dei cittadini. Perché non ha più la licenza e le risorse che una volta la società le dava ad occhi chiusi.
La scienza deve rendere conto di quello che fa, di come lo fa e con quali risorse. Deve insomma creare consenso intorno alla sua impresa, anche per affrontare grandi problemi, quali lo stop ai finanziamenti, le limitazioni alla ricerca, la crisi di iscrizioni alle facoltà scientifiche.
Deve farlo prima di tutto con la comunicazione che si fa tutti i giorni, facendosi conoscere e apprezzare dai cittadini, conquistandone la fiducia, per poi farsi ascoltare con attenzione quando ha qualcosa di importante da comunicare.
Il caso della NASA, che spende per la comunicazione il 2% del suo gigantesco bilancio, è significativo: per il solo il telescopio spaziale Hubble ha uno staff di ben 40 persone dedicato alla comunicazione con i cittadini. Quando qualche mese fa fu deciso di mandare il telescopio in pensione, c'è stata una rivolta “popolare”, per così dire. Tutto il mondo si era innamorato delle fantastiche immagini del nostro universo scattate dal telescopio. Così Hubble è ancora lassù a scrutare il cielo.

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