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Sì, Internet cambierà la letteratura
Guido Rossi sul “Corriere” sostiene di no. Ma dice un’ingenuità. Perché dovrà presto aprirsi a nuovi mondi da raccontare. E dovrà rimasticare i nuovi linguaggi della rete
di Roberto Cotroneo

Guido Rossi, già presidente della Consob e della Montedison, pubblica sul “Corriere della sera” del 30 giugno un lungo articolo sul Novecento. Sulle arti del Novecento. Che in sostanza dice: la tecnologia nel XX Secolo ha vinto su tutte le forme d’arte. Questo è molto evidente con la pittura (in parte soppiantata dalla fotografia), dalla musica (che può ormai essere riprodotta in modo meccanico). Mentre la letteratura è l’arte che ha subìto meno di altre la rivoluzione tecnologica. Il libro, contro ogni previsione apocalittica, è rimasto uno strumento utilizzato ancora da tutti. La letteratura stessa usa ancora un linguaggio tradizionale per narrare storie.

Ma è davvero così? Credo che il discorso sia ancora più complesso, e come primo spunto di dibattito in questa nuova rubrica non ci sia argomento più adatto. Per la verità, la letteratura in questi ultimi anni è stata sconfitta più di altre. Perché è stata sconfitta l’idea di narrazione che i nostri nonni avevano in mente. Non c’è scrittore di romanzi oggi che non si immagini le sue storie in forma di film. Che non pensi alle proprie storie secondo un “montaggio” che è quello del cinema. E’ vero che il linguaggio è rimasto quello. E’ vero che i musicisti contemporanei invece possono utilizzare l’elettronica, nastri pre-registrati, strumenti comandati da computer. Oppure che gli artisti possono fare oggi installazioni con materiali un tempo sconosciuti, usando colori che non esistono in natura. Per non dire degli architetti che mettono continuamente in gioco la loro creatività con le possibilità della tecnologia. I letterati questo non possono farlo. Anche quando usano un computer per scrivere, lo usano come macchina passiva, che riceve parole, non le elabora, non le cambia, non fa nulla.

Ma è nella testa degli scrittori e dei filosofi che è cambiato tutto. Nella roccaforte della tradizione - gli scrittori narrano storie - entrano le idee di questo fine secolo, e in forme inaspettate. Entrano i saperi lontani. Entrano i modi di pensare. E spesso ne sono respinti. James Joyce inventò il flusso di coscienza in letteratura, che era Freud e Einstein assieme, dimostrando di essere uno scrittore che “viveva nel mondo”. E’ vero, come dice Rossi, che il modello è rimasto quello di un tempo, ma sono i tempi (e dunque le storie “possibili”) che cambiano.

Dire che Internet non cambierà la cultura è un’ingenuità colossale. E’ vero, non soltanto non cancellerà la parola scritta, ma la moltiplicherà all’ennesima potenza. Da quando esiste la posta elettronica non si è mai scritto tanto. Ma dobbiamo capire che la letteratura è sì un linguaggio tradizionale ma ha bisogno di rimasticare tutto quello che c’è all’esterno. Senza scimmiottature. Deve andare a cercarsi i suoi argomenti fuori dalla cosiddetta cultura tradizionale, come d’altronde nel passato ha sempre fatto (basti pensare, per fare un esempio fra tanti, al romanzo “sociale” dell’Ottocento).

E’ vero che il linguaggio rimane lo stesso, ma sono i nuovi mondi che vanno esplorati, e nessuno ha più voglia di farlo. Andare a cercare storie che parlino di scienza, di tecnologia, di tecniche, di saperi non comuni, che puntino il loro obiettivo sul mondo. Si deve rovesciare lo specchio: mai come in questi ultimi anni il romanzo è rimasto vittima di un intimismo, di un psicologismo consolatorio e sempre uguale. Dietro il paravento del romanzo di formazione si sono pubblicati fiumi di piccole autobiografie, tutte uguali e dunque tutte un po’ inutili. Non sarebbe ora di rifletterci veramente?

(28.06.1999)