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appunti
Sotto il segno della
leggerezza,
ovvero della scrittura, del web, e di molte altre cose
Una conversazione telematica con Carmen Covito
Le strade del Web possono essere lunghe e tortuose, ma chi ha interessi, affinità,
aspirazioni in comune finisce inevitabilmente per incontrarsi. E gli incontri fatti solo di
parole possono essere anche più interessanti e profondi di quelli frettolosi della nostra
quotidianità.
E quello che mi è successo con la scrittrice Carmen Covito, autrice di numerosi
romanzi (uno per tutti: "La bruttina stagionata") e soprattutto prima scrittrice
italiana ad avventurarsi sul Web. Il suo "Sito romanzesco"
è già un classico per i tempi vorticosi della Rete.
Tutto è nato con un messaggio nella mia casella di posta. Di messaggio in messaggio, è
nata una conversazione telematica sulla scrittura, in cui la scrittrice di narrativa e la
redattrice di impresa hanno scoperto di avere parecchio in comune.

Luisa Vorrei
chiederti subito come è avvenuto il tuo primo contatto con il Web. Perché il mio non è
stato quel che si dice un colpo di fulmine. Oggi è facile innamorarsi di Internet: è
bello, colorato, dinamico, pieno di altri link, cioè di avventure e di strade da
percorrere. Nel lontano 1994 non era così. Era una cosa da "tecnici", tutta
grigia, difficilissima da leggere. A me parve soprattutto una specie di biblioteca, solo
più facile da raggiungere. Se mi avessero detto che dopo soli quattro anni avrei avuto
anche io il mio sito, non ci avrei creduto. Insomma, lo vedevo come uno strumento di
consultazione, non come un nuovo medium per comunicare. E tu?
Carmen Io ci sono arrivata per vie traverse, cioè documentandomi per
scrivere un romanzo "tradizionale": avevo dei personaggi di informatici e per
renderli credibili dovevo necessariamente conoscere il loro gergo e la loro mentalità. Il
romanzo poi finisce con un personaggio che cerca una soluzione ai suoi problemi di
identità affacciandosi in rete proprio attraverso un sito web, e di là mi è venuta
l'idea di costruirlo io un sito ...
Era successo che, scrivendo il romanzo, mi ero immedesimata un po' troppo in quel
personaggio (Lucia, la Dama del Computer in "Benvenuti in questo ambiente")
e avevo quasi contratto le sue stesse nevrosi.
Perciò, a romanzo chiuso, la scelta di immedesimarmi fino in fondo, facendo io nella vita
reale quello che lei fa nel romanzo, è stata anche una scelta terapeutica, del tipo
"tocca il fondo e comincia a scavare"; ma questo in genere nelle interviste non
lo dico, perché può sembrare una follia :-). Fatto sta che, per continuare con i
paradossi, io tutta la documentazione per il romanzo l'ho fatta senza avere una
connessione a Internet, servendomi di libri e di antologie di siti offline su Cd-rom,
perché avevo paura di perdere tempo se invece di scrivere mi fossi messa a navigare.
Insomma, sul Web ci sono arrivata solo mentre correggevo le bozze, nell'estate del 1997, e
con lo scopo preciso di vedere "dal vero" se Internet funzionava come avevo
immaginato. E ho constatato che era proprio così, le mie informazioni prese offline erano
esatte... Comunque, non sottovaluterei la funzione della rete come strumento di
consultazione: dopo che ho cominciato a frequentarla, me ne sono servita moltissimo
proprio per cercare informazioni, e adoro questa megabiblioteca, cosa che anche tu, credo,
condividi.
Quando ho visitato il tuo sito ho trovato una miniera di informazioni utili per chi scrive
sul Web, ma ho trovato anche una storia personale molto interessante per chi, come me,
crede nella possibilità di scavalcare il tradizionale fossato che separa la cultura
umanistica da quella tecno-scientifica. In una delle tue pagine tu
dici che ti eri sempre occupata di arte e letteratura. Com'è che sei arrivata a occuparti
di telematica?

Luisa Io ho una
formazione umanistica e mi sono trovata a lavorare in unazienda di informatica per
puro caso, dalloggi al domani. Un annuncio sul giornale, un colloquio andato a buon
fine e la voglia di provarci. Mi sono quindi dovuta immergere in un mondo tutto nuovo, da
conoscere e da scoprire. In realtà non vi ho trovato nulla di respingente. Anzi. Quello
che mi ha affascinata da subito non è stata la tecnologia in sé, che tuttora mi
interessa poco, ma quel che mi prometteva: un nuovo modo di scrivere, di studiare, di
lavorare e di comunicare.
Io venivo dalla radio, che nonostante lapparente semplicità è uno strumento di
comunicazione difficile, dove le parole sono la tua unica risorsa. Insomma, venivo da una
buona palestra, che mi aveva costretta a riflettere molto sul rapporto tra medium e
linguaggio. Dare una voce e uno stile di comunicazione a unazienda mi è sembrato
subito un compito arduo, che aveva però i suoi lati affascinanti.
Internet ha fatto il resto, ovvero mi ha permesso quella felice ricomposizione tra le
"due culture" cui sotto sotto aspiravo per sentirmi in pace con i miei studi, i
miei interessi, il mio lavoro di tutti i giorni. Uno stato danimo che credo
condiviso da tutti gli "umanisti" che a un certo punto hanno incontrato sulla
loro strada quel piacevole ostacolo chiamato computer.
Anche per me Internet è la più affascinante e accessibile delle biblioteche. Prima di
tutto mi è servita e mi serve per studiare. E la storia del mio sito rispecchia questa
doppia faccia di Internet: biblioteca e strumento di comunicazione. Allinizio volevo
soprattutto mettere a disposizione sulla rete i link scovati sulla scrittura
professionale, niente più di una bibliografia insomma. Pian piano la voglia di comunicare
e di sperimentare ha preso il sopravvento e mi sono messa a scrivere in prima persona.
E tu, quando hai deciso di "buttarti" su Internet,
come hai affrontato il problema del linguaggio? Sei stata consapevole da subito che si
trattava di un mezzo completamente diverso da quelli tradizionali, pieno di
vincoli ma anche di nuove libertà, che esigeva una scrittura nuova, tutta da inventare?
Carmen Sì, lo sapevo, ma anche questo lo sapevo in modo teorico,
perché mi ero documentata leggendo qualche saggio sull'argomento, in particolare "La
vita sullo schermo" di Sherry Turkle,
che pur essendo di taglio antropologico fa capire bene quali sono i problemi di
linguaggio.
Quando ho deciso di farmi un sito mio, sono andata a vedere come erano fatti i siti degli
altri scrittori, ed essenzialmente quelli degli scrittori americani, perché nel 1997 di
italiani ce n'erano pochissimi (tutti uomini: Mario Biondi, che tra parentesi è un
ingegnere, e un paio di autori o di fantascienza o di ipertesti). Non me ne è piaciuto
nessuno, perciò ho analizzato una serie di siti non specificamente letterari, ho
individuato quelle che secondo me erano le caratteristiche del mezzo (utilità sommata a
un certo spirito ludico, ipertestualità nel senso di collegamenti a siti esterni, almeno
qualche elemento di interattività) e mi sono inventata delle mie soluzioni.
Per i testi ho scelto di usare un tono "leggero", semi-ironico, che d'altra
parte corrisponde alla tonalità della mia scrittura letteraria. Alcune pagine dovevano
essere necessariamente lunghe perché si trattava di testi letterari o saggistici, ma su
quelle non mi sono posta nessun problema perché ho immaginato che i visitatori avrebbero
fatto quello che faccio io in questi casi: stampare e leggere su carta con comodo. Tutte
le altre pagine dovevano essere impaginate piacevolmente (con immagini non arbitrarie, non
puramente decorative e soprattutto non "pesanti") e dovevano risultare di
agevole lettura sullo schermo.
Tutto il lavoro di costruzione del sito, però, mi avrebbe richiesto di inventarmi dal
niente anche delle competenze tecniche che non avevo voglia di improvvisare, perciò ho
cercato qualcuno che mi aiutasse senza prevaricare sulle mie scelte: mi è andata bene
perché ho trovato subito Massimiliano Sanna, che è un giovane esperto accatiemmellista
ma è di formazione umanistica e ha capito al volo che cosa volevo fare (dice che il mio
è un sito punk...)

Luisa Mi colpisce che parli dello stile di scrittura per il Web, usando
l'aggettivo "leggero". Anche per me la leggerezza è sempre un obiettivo quando
scrivo per lo schermo. Leggerezza che definirei così: frasi brevi e scorrevoli, parole
molto concrete e quotidiane, una dimensione un po' giocosa, titoli allegri e appena appena
ambigui (non criptici!), che sanno di proverbi e filastrocche, il ricorso al
"racconto" personale in qualche caso. Parole e frasi che vadano giù come un
bicchiere di acqua fresca, insomma. Questo non vuol dire affatto che scrivo come parlo o
che il mio modello sia la lingua parlata. Anzi, devo dire che avvicinarmi alla semplicità
mi impegna molto, molto più che scrivere nel mio lavoro quotidiano in azienda, in cui
posso adagiarmi in qualche comodo stereotipo o frase fatta. "Leggerezza" che non
vuol dire nemmeno frivolezza: sono convinta che sul Web si possano trattare in modo più
leggero, semplice e asciutto molti argomenti seri e anche serissimi. In ogni caso, molto
più di quanto oggi non si faccia. Che ne pensi?
Carmen Credo che la stessa cosa si possa fare anche in letteratura
voglio dire, in letteratura "cartacea" -. Sull'argomento
"leggerezza" aveva già detto tutto Baldassar Castiglione all'inizio del
Cinquecento: nel "Cortigiano" - che tra parentesi è ancora un perfetto manuale
per giostrarsela bene nella nostra società dei simulacri - Castiglione spiegava che fare
una cosa facendo finta che non ci costi niente è molto più difficile che esibire tutta
la fatica che ci costa, ed è ovviamente molto più elegante. Per definire questa
capacità di dissimulare tutto il lavoro che giace sotto l'apparente naturalezza di una
danza leggiadra o di una scrittura brillante, lui aveva inventato un bel neologismo:
"sprezzatura". E a me sembra che il Web sia il mezzo ideale per farci capire
quanto sia necessario e utile applicare alle nostre fatiche un bel tocco di sprezzatura.
Pagine apparentemente spensierate ma ricche di significati potrebbero proporsi, poi, per
contagio, come un felice esempio per tutta la scrittura letteraria, che in Italia è
spesso ancora molto "pesante" a causa di un equivoco di fondo: si pensa che
"pesante" equivalga a "denso" e "interessante", mentre
spesso equivale solo a "pretenzioso" e "noioso". Sei d'accordo?
Sospetto di sì, visto che nel tuo sito insisti molto sulla necessità di trovare uno
stile adeguato per ogni tipo di scrittura, compresa quella della posta
elettronica. Pensi che le "scritture professionali" in
Italia abbiano, in genere, bisogno di un editing forte?

Luisa Dirò di più. Penso che nel migliore dei casi abbiano bisogno di
vere e totali "riscritture". E unesperienza che ho fatto nella mia
azienda, fatta prevalentemente di ingegneri, allinizio molto sospettosi verso questa
anomala figura professionale che prendeva i loro testi e li rivoltava come un calzino.
Siccome tutti a scuola hanno imparato a scrivere, sono tutti convinti di saper scrivere
benissimo un testo per una brochure, una presentazione, un sito Internet. E solo
dopo il mio impietoso e pesante lavoro di editing, corredato di spiegazioni, che in genere
capiscono come il loro testo dimezzato, depurato, spezzettato, rititolato
possa diventare leggero e piacevole come una farfalla. Il risultato è che oggi nessuno mi
dà più un vero testo, pronto e confezionato. Tutti mi preparano una dettagliata scaletta
con lappunto "ora pensaci tu": è il riconoscimento del mio
"mestiere" di scrittrice dazienda, che ha una sua funzione e un suo spazio
preciso.
Ma torniamo a Internet e alla scrittura per il Web. Nel tuo sito "romanzesco" il
colore è molto importante. E così anche il lettering, l'impaginazione, gli spazi liberi.
E quella leggera e bellissima animazione sulla home
page di parole che si specchiano e poi si sciolgono nellacqua. Scrivere parole
che si muovono, o parole rosse o gialle non è la stessa cosa che scrivere parole nere e
immobili destinate a un foglio di carta bianca. Acquistano comunque un tono, una sfumatura
espressiva diversa. Quando scrivi per il tuo sito, pensi già parole colorate? E non trovi
che questa contaminazione parole/colore/spazio stia creando un linguaggio nuovo, che
potrà essere anche più libero e più ricco?
Carmen Una pagina web è una creatura intimamente multimediale, anche
quando non vengano applicati suoni o musiche o filmati. Volendo dire cose seriose, potrei
dare a questo linguaggio un bel pedigree rintracciando le sue filiazioni dalla poesia
visiva, che ha tradizioni antichissime, ma non lo farò :-). Però mi sembra ovvio che
pensare una pagina web o un intero sito vuol dire "immaginare" nel senso pieno
del termine, cioè pensare *da subito* per immagini e non soltanto per parole.
E, a proposito, quella graziosa applet Java con le parole che tremolano a specchio d'acqua
non l'ho immaginata io, me l'ha proposta Massimiliano assieme ad altre ipotesi grafiche, e
a me è piaciuta immediatamente: nella prima versione del sito era più grande, una vera e
propria porta d'ingresso al sito (metaforica? "immergetevi in questo mare di
parole?" sì, forse), mentre adesso è stata ridimensionata e non è più che
un'allusione quasi sub-liminale (siamo alla versione 1.1 del sito, gli spazi sono stati
redistribuiti), ma dato che continua a piacermi molto credo che me la terrò sempre, anche
a costo di renderla microscopica in eventuali e future versioni 1.2, 1.3 eccetera. Chissà
se arriverò alla 2.0...
Quanto ai colori, è vero, sono importanti: nel mio sito l'accostamento tipico è tra il
rosso e il giallo, in toni così accesi che all'inizio qualcuno mi ha detto, "ma
visitandolo ci si abbronza!", il che mi ha fatto ridere perché era proprio l'effetto
che speravo di ottenere. Volevo una radiazione calda, qualcosa di solare. Alcune pagine
però sono a fondo bianco o al massimo bianco rigato, e sono quelle in cui la parola deve
necessariamente prendersi tutto lo spazio che le serve.

Luisa L'ipertesto sovverte tutte le regole della lettura lineare e
sequenziale. E questo ci va benissimo per tutti i materiali di consultazione. Ma pensi che
sia davvero possibile applicare l'ipertesto alla narrativa?
Conosci qualche esperimento convincente? Perché io non so se mi piacerebbe davvero di
essere lasciata libera di "percorrere" a piacere un romanzo o un racconto,
magari scegliere il finale. Il bello della lettura è proprio quello di seguire lo
scrittore nel "suo" viaggio, nel "suo" percorso .....
Carmen Infatti: hai centrato in pieno quello che è il problema
fondamentale dell'ipertesto applicato alla letteratura. Ho visto qua e là qualche
esperimento di "romanzo ipertestuale" e non mi convincono per niente: l'unico
veramente sensato mi sembra Red Bricks, una specie di
telenovela-feuilleton a più mani scritta da un gruppo di ragazzi di Bologna. Ma è un
ipertesto per modo di dire: il percorso rimane sequenziale, nonostante ci siano alcune
sottotrame e varie intelligenti possibilità di "uscire" dal testo principale
(tipo: dal nome di un personaggio si va a una sua scheda personale o al riassunto delle
puntate che lo riguardano; cliccando sul nome di un teatro si va alla locandina degli
spettacoli, eccetera). Per avere un vero ipertesto narrativo, bisognerebbe che non ci
fosse alcuna trama principale, ma una struttura ad albero in cui ogni ramo può portare a
ulteriori biforcazioni: in teoria, niente deve essere preordinato dall'autore; in pratica,
l'autore dovrebbe preordinare migliaia di percorsi.
Non credo che, allo stato dell'arte, una cosa del genere sia fattibile. E in ogni caso
potrebbe essere fatta non da un individuo, ma da un gruppo di autori (abbastanza numerosi,
sospetto). Non escludo che si possa fare in futuro, ma sarebbe qualcosa di più simile a
un'opera cinematografica che non a un'opera letteraria come siamo abituati a intenderla, e
a me interesserebbe proprio come mi interessa un film: come un'arte diversa. A quel punto,
il concetto stesso di "lettura" non avrebbe più lo stesso significato. Si
leggerebbe un ipertesto come, appunto, si "legge" un film. Tutta un'altra
storia.

Luisa Al mio sito ho voluto dare
il titolo il "Mestiere di scrivere" perché sono convinta che ci vuole
"mestiere" per scrivere i tanti messaggi testuali che costellano la nostra vita
di ogni giorno. Non parlo del grande slogan pubblicitario, ma delle istruzioni di un
prodotto, di una lettera commerciale, dei testi di un sito web, di una brochure. Quando
questi testi sono chiari, leggibili e piacevoli, abbiamo sicuramente qualche problema in
meno.
Tu hai scritto i testi per le confezioni
di shampoo e balsami della Wella, e questo ha suscitato anche qualche ironica
reazione. Ma non dovrebbe essere normale affidare questi testi a professionisti della
scrittura e, perché no, proprio a una scrittrice?
Carmen Guarda, quando ho scoperto il tuo sito mi sono detta:
"evviva, allora non sono una pazza isolata e solitaria!". Per scrivere qualunque
cosa ci vuole mestiere: anche, e soprattutto, la grande letteratura. Io faccio
letteratura: non so se è grande, probabilmente non lo è. Però so quanto mi è costata
in termini di vita e di apprendistato, e so che in ogni caso non è affatto vero che un
giorno ti arriva l'ispirazione e diventi scrittore così, per miracolo divino o per
assistenza delle Muse. Perfino Rimbaud aveva studiato, era giovanissimo e geniale ma non
era certo un ingenuo. E se ci vuole mestiere anche per scrivere i grandi testi letterari,
figuriamoci se non ce ne vuole per costruire un piccolo testo di comunicazione, dove non
è in gioco l'espressione artistica. Non c'è niente di strano se qualcuno applica le
proprie competenze linguistiche e stilistiche a un testo "di servizio", come
può essere il manuale di istruzioni di un prodotto, o un sito web, o l'etichetta di uno
shampoo: anzi dovrebbe essere la norma, e non sempre lo è. In giro si leggono cose
scritte malissimo, senza capo né coda.
Dunque, le mie etichette sono solo parzialmente una provocazione: penso proprio che
bisognerebbe dare qualità e dignità alle scritture quotidiane, perché contrariamente a
quel che si dice la nostra non è la civiltà dell'immagine, è ancora e comunque la
civiltà della scrittura.

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