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appunti
traduzione tecnica,
fedele ma non passiva
di Roberto
Crivello
L'intervista a Roberto Crivello Tradurre
documenti tecnici dall'inglese ha già due anni, ma è
sempre una delle pagine più cliccate di questo sito. E non mi stupisce:
per chi scrive per lavoro, l'inglese è ormai una seconda lingua, quella
in cui si legge quasi tutto - dai siti internet ai quotidiani - e, sempre
più spesso, quella da cui si traduce o da cui si adattano testi che ci
servono nel nostro lavoro di ogni giorno. E sempre più spesso capita che
in inglese si debba scrivere direttamente, per esempio sul sito internet
della nostra azienda.
Per chi, come me, lavora in un'azienda di informatica o di tecnologie,
l'inglese diventa la vera lingua "di servizio" (quelle "del
cuore" sono altre).
Ma non è facile muoversi con dimestichezza tra tante parole straniere,
che spesso usiamo pigramente, scimmiottando gli altri, senza chiederci se
possiamo usarle o se non sarebbe meglio sforzarci di tradurle in italiano.
I risultati della nostra ignoranza e pigrizia spesso sono testi goffi, o
esilaranti, o semplicemente ridicoli. E in ambito tecnico possono essere
testi pieni di errori.
Roberto Crivello torna sulle traduzioni tecniche in
un lungo e interessante articolo sulla newsletter Tradurre.
Col suo permesso, ne riproduco alcuni estratti che possono essere utili ai
lettori di questo sito. (luisa carrada)
Una delle insidie da cui deve guardarsi
il traduttore tecnico è il lento assorbimento del lessico e dei
sintagmi della lingua di partenza. Si verifica spesso che calchi o
prestiti semantici e sintattici si cristallizzino in moduli "pronti
all'uso", causando un impoverimento nelle scelte terminologiche o
stilistiche e tendendo a standardizzare, e in ultima analisi a
erodere, la qualità della traduzione. Questo problema, indipendente dal
paese in cui vive il traduttore, è contrastabile solo con un uso
sorvegliato della lingua. Vediamo alcuni esempi.
1. Nella
traduzione di rimandi, spesso il modulo inglese refer to viene
tradotto con fare riferimento a (p. es., refer to Chapter 7
tradotto con fare riferimento al capitolo 7 anziché vedi
capitolo 7 o, secondo i casi, vedere o si veda il capitolo 7).
Si tende così a usare fare riferimento a, anche quando il contesto
richiederebbe di scrivere consultare il manuale, vedere il
disegno allegato, vedi figura, leggere la sezione, e
così via.
Una mancanza analoga di flessibilità si verifica quando si traduce refer
to con il verbo consultare, scrivendo magari consultare la
sezione quando quest'ultima consiste in appena dieci righe di testo,
con un involontario effetto ironico che non sfugge al lettore attento.
2. Traducendo
documenti tecnici si incontrano spesso rimandi a liste.
In inglese si parla di numbered list (lista numerata) e unnumbered
list (lista non numerata). Quest'ultimo termine, che spesso è una bulleted
list, ossia un elenco in cui si adoperano pallini, in italiano viene
reso anche con lista puntata.
L'estensione del significato di puntare da "segnare con uno o
più punti" a "segnare con uno o più simboli" - in quanto
i contrassegni delle voci della lista possono essere pallini, trattini,
quadratini, ecc. - è apprezzabile per la sinteticità ottenuta.
Il problema nasce nel momento in cui il termine lista puntata si
cristallizza in un modulo che si ritiene di dover adoperare sempre, come
se fosse l'unica traduzione accettabile di bulleted list. Mentre è
corretto scrivere lista puntata in un manuale sulla creazione di
pagine web in cui si spiegano vari modi con cui mettere in risalto le voci
di un elenco, il termine è ridondante nella guida all'uso di un prodotto
nella quale lista è un semplice rimando. Per esempio, traducendo la frase
For instructions, refer to the bulleted list on page 8, si
guadagnerà in snellezza scrivendo Seguire le istruzioni della lista a
pagina 8 (se in quella pagina c'è una sola lista e quindi non sono
possibili equivoci) o anche soltanto, se il contesto lo permette, Seguire
la procedura a pagina 8.
Riepilogando, in genere è corretto seguire letteralmente l'inglese quando
il termine e il suo contesto hanno uno scopo didattico o esemplificativo,
mentre si può guadagnare in rapidità usando un termine più breve o
alternativo quando esso serve solo da riferimento.
3. L'automatismo
nell'impiego di certi vocaboli inglesi o dei calchi o prestiti
corrispondenti risulta spesso da acquiescenza nei confronti del testo
originale, derivante soprattutto da un'analisi mancata o incompleta.
Nei testi di marketing si legge spesso seamless integration (di
prodotti o servizi); questa espressione fa parte di una serie di cliché,
come state-of-the-art, on the leading edge, user friendly:
termini che hanno perso qualunque significato a causa dell'utilizzazione
diffusissima e acritica fattane dai pubblicitari.
Fra le traduzioni di seamless integration che ho incontrato,
riporto integrazione senza soluzione di continuità e perfetta
integrazione (non sorprendentemente, si trova scritto anche integrazione
seamless).
Basta un attimo di riflessione per rendersi conto che l'espressione
inglese - e quindi le corrispondenti italiane che si modellano su di essa
- soffre di un problema di ridondanza: sia l'inglese integration
che l'italiano integrazione implicano già i concetti di
"fusione armoniosa tra più parti di un sistema" o
"completamento mediante l'aggiunta di opportuni elementi
complementari".
Invece potrebbe essere utile o necessario specificare che attuare
un'integrazione può essere, per esempio, più o meno rapido, più o meno
agevole. Ma spesso si ritiene che poiché seamless compare
nell'espressione inglese, l'aggettivo debba essere tradotto a tutti i
costi con perfetto, uniforme, ininterrotto o altre parole reperibili nei dizionari bilingue,
ossia termini teoricamente corretti ma avulsi dal contesto; ne consegue,
sia pure inconsapevolmente, un luogo comune.
La cristallizzazione del modulo
inglese e la sua riproduzione passiva nella traduzione conducono quindi a
un'analoga cristallizzazione di moduli corrispondenti italiani, che
potrebbe essere evitata con espressioni alternative che hanno il pregio
dell'originalità o almeno della mancanza di banalità.
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