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27 agosto 1999 Che leninista quel Tony Blair. Ora i
lord, per salvare il seggio, dovranno scrivere un intervento di 75
parole al massimo, pari a cinquanta o sessanta secondi. Ma a Garibaldi bastò dire:
obbedisco 27 agosto 1999 Bellissimi esempi di brevità ci
vengono dall'Oriente. Cinque sette cinque sette sette - in tutto trentun
sillabe: è il tanka; cinque sette cinque: in tutto diciasette sillabe:
è lo haiku. Queste due forme della poesia giapponese sono bastate per
secoli a sciami di poeti. Al confronto, il nostro sonetto - che Carducci
definì «breve e amplissimo carme» - ci appare una forma di
protrazione, un pigro ricamo. Ma solo dai giornali si impara la brevità 28 agosto 1999 Potenza (negativa) delle generalizzazioni. Come all'esaltazione della leggerezza avviata anni fa, in un libro troppo famoso, da Italo Calvino, si era irresistibilmente tentati di rispondere con quella - non meno legittima e, si capisce, non meno parziale - della pesantezza, così l'elogio della brevità, innescato dall'ormai famoso limite delle 75 parole decretato dal primo ministro inglese, fa subito venir voglia di intonare quello della lunghezza: la «divina lunghezza» di Schubert, di Murasaki, di Proust... Ma lasciamo perdere l'estetica - un campo nel quale, com'è noto, qualsiasi regola può convincere in astratto ed essere rovesciata in concreto - per dire invece qualcosa degli insegnamenti di carattere pratico, meglio ancora, professionale, suggeriti dall'episodio. Chiunque scriva su un giornale ha continuamente a che fare con limiti non meno ferrei e, spesso, non meno severi, di quelli posti da Tony Blair alla facondia dei Lord; e poco importa che siano espressi, anziché in parole come usa in Inghilterra, in righe o in battute. E c'è perdipiù, nel nostro caso, una non lieve aggravante: mentre i Lord che aspirano a restare tali non possono superare lo spazio a loro concesso, ma possono, suppongo, utilizzarlo solo in parte, noi, per ragioni facilmente intuibili, non possiamo sgarrare né in eccesso né in difetto; insomma, un vero letto di Procuste... Ebbene io voglio dire qui (senza alcuna pretesa di offrire più d'una testimonianza personale) che niente è più utile, più educativo, più formativo (in senso non soltanto stilistico, ma anche, oserei dire, morale) di questa tormentosa costrizione. Che cosa si impara? Si impara, secondo me, quasi tutto: a pesare l'importanza, sia assoluta che relativa, degli argomenti e delle argomentazioni; a non omettere l'essenziale, ma anche, se è il caso, a non disprezzare (e, dunque, a nobilitare) il superfluo; a dosare gli effetti, posponendoli o comunque subordinandoli alla sostanza del discorso; insomma, a ragionare prima, oltre che a scrivere. Inutile dire che c'è chi ci riesce benissimo, chi solo discretamente e anche, purtroppo, chi non ci riesce affatto. I lettori, probabilmente, se ne accorgono, ed è auspicabile che prima di giudicare (come è loro diritto e loro dovere) compatiscano. Storia d'Italia in
quattordici parole 29 agosto 1999 La brevità è una questione letteraria (Orazio: io non sono Lucilio, che si vanta di comporre duecento versi in un'ora); giornalistica (Montanelli direttore: quando avete finito di scrivere, tagliate ancora dieci righe); economica (i periodici inglesi pagano a parole; anche qualche rivista italiana, ma in un altro senso). La brevità, tuttavia, è soprattutto una sfida. Perciò se Tacito, citato da Luciano Canfora, ha riassunto la storia del potere a Roma in 55 parole, credo di poter restringere la storia della Repubblica Italiana in 50. In fondo è più breve (e sempre di potere a Roma si tratta). Dunque: «Persa malamente la guerra, gli italiani dovettero scegliere tra monarchia e repubblica, socialismo e democrazia. Votarono le soluzioni numero due, ma non smisero di litigare. Ricostruirono il paese, combinando qualche disastro. Cinquantasei governi osservarono. Gli italiani prima obbedirono agli americani; poi li imitarono. In Europa vollero esserci sempre. Mica scemi». Una versione comunista in 42 parole? Eccola: «Sconfitto il fascismo, gli italiani scelsero la repubblica, ma si inchinarono alla chiesa. Le masse ricostruirono il paese. Il capitale se ne avvantaggiò, complici cinquantaquattro governi dei padroni. Poi arrivarono i compagni Bertinotti e Cossutta. Cambiò poco. Colpa degli americani e dell'Europa». Una storia leghista in 33 parole? Pronti: «Uscito dalla rovinosa guerra romana, il nord ricostruì il paese. Il sud mafioso lo sfruttò, favorito da governi corrotti. Arrivò Bossi: il nord poteva scegliere libertà, gloria, indipendenza! Preferì la moneta unica». Ho ancora spazio? Una ministoria d'Italia personale, 14 parole: «Persa la guerra, vinta la pace, pareggiato tutto il resto. Pensandoci, poteva andar peggio». |
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