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appunti
scrivere in
inglese (soprattutto sul web)
di Chiara Di Loreto
La
prima volta che ho scritto qualcosa in inglese, per essere letta da un
certo numero di persone, è stato cinque anni fa, in una classe della
London University, dove frequentavo un master. A metà anno ciascuno di
noi presentava un capitolo della tesi finale. Avevo un’ora, tutta per
me, per persuadere i miei colleghi che il mio testo era il frutto di un
lungo e accurato lavoro di ricerca.
Alla
fine della presentazione prende la parola una collega americana, una suora
paolina buona conoscitrice della nostra lingua per evidenti motivi
“professionali”.
“Ah, questi italiani! Leggevo il tuo capitolo e mi sembrava di avere a
che fare con il Papa. Avete mai letto un discorso del Papa? Al terzo rigo
ancora non c’è un punto, e vi tocca tornare indietro per ricordarvi di
che cosa stava parlando….”
Non
so se siete mai stati paragonati al Papa. Per me quella è stata la prima
volta. Immagino che in altre circostanze ne sarei stata lusingata, ma in
quel momento fu quasi un’umiliazione. Eppure la figuraccia mi è servita
ad imparare la prima, fondamentale regola dello scrivere in inglese:
Periodi
brevi!
Il
periodo complesso, in inglese, non funziona. Certe costruzioni acrobatiche
che noi italiani amiamo tanto sono impossibili da usare. Se scrivete in inglese, e
soprattutto se scrivete per il web, evitate le subordinate, le relative e
le consecutive. Abituatevi a considerare il periodo come unità di misura,
e guardate ogni secondaria come un lusso da permettervi una, massimo due
volte a paragrafo. Se il vostro periodo supera un rigo e mezzo
rileggetelo, se supera due righe spezzatelo. È molto più semplice di
quel che sembra, e alla fine diventa un trucco utile per ovviare agli
errori inevitabili cui si va incontro quando ci si impelaga in costruzioni
troppo complesse in una lingua che non è la nostra.
Lasciate
perdere il vocabolario
Ai tempi della scuola questo era
il più insopportabile dei consigli, ma rimane un ottimo consiglio. Non si
può scrivere in un’altra lingua, soprattutto una che richieda di essere
brevi e concisi, improvvisando una traduzione dall’italiano. Le due
lingue hanno tali differenze strutturali che il risultato finirebbe per
essere confuso e approssimativo, in una parola: non professionale.
La mia tecnica è cercare di acquisire una certa disinvoltura lessicale
sull’argomento, saccheggiando Internet. E poi scrivere in inglese,
direttamente. Ovvero, se devo scrivere di un parrucchiere, vado a
cercarmi tutti i siti disponibili sui parrucchieri, in inglese ovviamente.
In questo modo riesco a farmi venire più idee sul testo ma, soprattutto,
dopo aver visitato dieci siti diversi, avrò imparato che asciugare i
capelli si dice blow drying e doppie punte split ends.
La
semplicità
Quando scrivete per il web vi legge il mondo intero, senza limiti
geografici né culturali. Il che significa che potrebbe leggervi lo studente di Kuala Lumpur, il bancario di
Città del Messico e l’insegnante di microbiologia ucraina. E nessuno di
loro avrà una conoscenza ineccepibile della lingua inglese. Usare un
linguaggio semplice e chiaro diventa dunque una necessità.
Può
sembrare un paradosso, ma il rischio che spesso si corre scrivendo in
un’altra lingua è quello di rifugiarsi in un linguaggio troppo tecnico.
Il gergo professionale dà l’illusione di un comodo rifugio dove
riparare se si hanno problemi con la lingua di tutti i giorni. Questo va
bene se state scrivendo la tesi di un PhD in ingegneria meccanica, non se
dovete divulgare il vostro testo attraverso il più immediato e globale
dei mezzi di comunicazione. La semplicità, in questo caso, è necessaria
perché la gente deve capire quello che dite. Se non capisce, se ne va in
un altro sito.
Le
furbate
Va bene, conoscete l’inglese benissimo, all’aeroporto vi chiedono se
siete madrelingua, in azienda vi fanno fare le presentazioni per i clienti
stranieri, a casa avete Telepiù fisso sulla versione in lingua originale.
E siccome la cosa vi lusinga, anche perché, diciamoci la verità, in
Italia siete una mosca bianca .… vi mettete a fare i furbi. Usando, nei
testi che scrivete, una quantità di modi di dire, giochi di parole, slang
e via dicendo. Questa è una cosa pericolosissima. Per due motivi
principali.
-
Il
primo motivo è lo studente di Kuala Lumpur. Il quale conosce
l’inglese ma forse non tanto da capire lo slang. E dopo aver
brancolato nel buio per un paio di righe del vostro testo, deciderà
verosimilmente di abbandonarlo, perché sta perdendo tempo. E il
tempo, su Internet, è denaro.
-
Il
secondo motivo è che non esiste un unico inglese. I paesi in cui si
parla inglese sono tanti, troppi perché la lingua mantenga una
integrità nei modi di dire. Il che significa che se avete vissuto
tre anni in Texas sarete abituati ad usare delle espressioni che
probabilmente in Sud Africa non esistono. E se parlate perfettamente
l’inglese britannico è probabile che gli utenti yankee siano
infastiditi dall’uso di certe forme tipiche dei sudditi di sua
maestà, ed è ancora più probabile che non le capiscano affatto.
È più o meno come se mettessimo online un testo in italiano pieno
di slang romanesco o milanese. Il resto d’Italia non capirebbe
nulla.
Attenzione
a non farvi prendere la mano.
Succederà, ad un certo punto, che comincerete a prenderci gusto. Il
periodo breve e sintetico aiuta ad essere più diretti e disinvolti in
quello che si vuol dire. Si acquisisce una maggiore sicurezza perché non
c’è molto da giocare con le parole, circonlocuzioni e metafore. E su Internet
tutto ciò funziona meravigliosamente. Ma attenzione a non farvi prendere
la mano, mantenendo lo stesso stile quando tornate a scrivere in italiano!
E soprattutto non arrivate a considerare le parole inglesi più efficaci
al punto di portarvele dietro in italiano, e abusarne, nonostante esistano
nella nostra lingua dei validi equivalenti. Quando mi succede, penso a
Beppe Grillo, che raccontava dei pubblicitari milanesi anni ’80, che
andavano al brief con il copy per il launch
del nuovo trend...

APC
ovvero Alcuni Piccoli
Consigli
(noti ai più, ma just in case…)
1. L’inglese
va pazzo per gli acronimi, tanto
da usarli addirittura con i nomi propri (e chi si scorda JR Ewing?).
In rete, il più noto è FAQ, ma ce ne sono parecchi altri e non credo
che ci sia bisogno di spiegare che significa AOL o URL. Ma anche qui
vale il consiglio di non farsi prendere la mano. Il fine ultimo è sempre
quello di farci capire dal famoso studente di Kuala Lumpur… (per me
il re degli acronimi rimane sempre KISS, ovvero Keep It Simple Stupid
…)
2.
La forma passiva, in inglese, non
funziona. O forse funziona nelle
mani di Virginia Woolf, ma non nelle nostre. Lasciate perdere. Il problema
sorge quando dobbiamo tradurre da un testo italiano. La nostra lingua ama
molto le forme impersonali, che fanno spesso coppia con le forme passive.
Se vi trovate in questa situazione il mio consiglio è di trasformare
completamente la frase, rendendola attiva e, ove possibile, dandole un
soggetto. Lo so che per alcuni può essere un atto criminale, ma è molto
meglio che avventurarsi nel passivo o, peggio ancora, rispolverare l’impersonale
“one” (one should always check one’s belongings…) che è brutto,
complicatissimo e oramai usato solo in certi atti legali.
3.
I generi, soprattutto in
America e in Inghilterra, sono una questione delicatissima. Noi non ci
facciamo tanto caso, anche perché la struttura dei nostri verbi ci evita
in molti casi l’uso dei pronomi. Ma per carità non date per scontato
che il pronome maschile possa essere universalmente utilizzato quando
scrivete in inglese. C’è stato un periodo in cui tutti usavano entrambe
le versioni she/he. Ma era stancante e affossava il testo. Alcuni
adoperano solo il femminile, ma se non ci siete abituati fa uno strano
effetto. Non esistono ancora regole per rimanere nel politically correct
senza confondere il lettore o rischiare di offendere qualcuno. Il che
significa: cercate di evitare l’uso del pronome (siete degli scrittori, o
no?), ma poi lasciate perdere e usate quello che vi è più comodo.
Evitiamo al povero studente di Kuala Lumpur lo stress di una crisi d’identità…
4.
Attenzione: la regola sui modi di dire vale anche per l’italiano: non pretendete di tradurli
letteralmente in inglese! Sembra un consiglio ovvio ma io l’ho sentito
fare nell’azienda in cui lavoravo e vi assicuro che c’è da mettersi le
mani nei capelli. Roba tipo “he is a piece of bread”
o “to the blind” (alla cieca).
La più memorabile del genere
rimane sempre quella dell’ingegnere (giuro è una storia vera!) che,
stremato dall’insistenza del cliente inglese, sbottò: “Or you eat the soup or you jump off the window!”
5.
Gratis
è, ahimè, una parola latina. Se la usate in inglese, lascerete il vostro
lettore attonito. O forse non più, perché sono talmente tanti gli
italiani che la usano liberamente, convinti che sia inglese solo perché
termina con una consonante…
6.
Se scrivete
nel nostro paese - siete italiani -, naturalmente usate la lingua italiana.
Ma se scrivete in inglese, remember
you write in English! And you eat Chinese
springrolls and listen to French
music. Gli aggettivi derivanti dai
nomi dei paesi vogliono sempre l’iniziale maiuscola. Grazie a dio c’è
il correttore automatico, ma se usate un software con versione italiana .…
7.
…ma non vi fidate ciecamente dello spelling check.
In inglese ci sono parole molto simili tra loro, ma pericolosamente
diverse nel significato. Il vostro computer controlla che le abbiate
scritte correttamente, non che abbiano una coerenza
con il testo. E cosi è successo al mio collega, che nel bilancio
di fine anno, quello da mandare a tutti i partner sparsi nel mondo, invece
di scrivere Balance Sheet
….
8.
Tutti questi consigli si
rivolgono a coloro che hanno una sufficiente conoscenza della lingua da scrivere in inglese. Se per voi chiedere un Big Mac in un McDonald
londinese rappresenta un’impresa titanica, lasciate perdere.
Improvvisare significa, in questo caso, fallire miseramente. O, nella
migliore delle ipotesi, far sbellicare i pochi umoristi disposti ad andare
fino in fondo al vostro testo ….
9.
Lo screen saver del mio computer è uno scrolling text con una celebre
frase di Kathrine Hepburn. Il suo consiglio rimane secondo me l’unico da
tenere sempre a mente: “If
you follow all the rules, you miss all the fun!”.
Nata a Napoli nel
1970, Chiara
è laureata in lettere moderne e lavora da diversi anni come account
manager in agenzie di comunicazione e pubblicità.
Dopo un lungo tirocinio a Londra, oggi vive e lavora a Milano.
Il suo indirizzo email: chiaradiloreto@hotmail.com
Sul MdS Chiara Di Loreto ha scritto anche:
Scrivere
un brief
Scrivere un progetto di comunicazione

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