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19 agosto 2000
Fino a pochi anni fa lo scambio epistolare era un genere
letterario. Ora, con fax, e-mail e Sms è diventato una pratica veloce e
immateriale. Ecco un confronto tra ieri e oggi
Le
lettere sono state per lunghi secoli il solo mezzo per comunicare
qualcosa a persone lontane: affidate a materiale cartaceo (senza contare
altri supporti usati in epoche più antiche) e portate da un luogo
all'altro da qualcuno che le prendeva con sé, che se ne faceva carico
muovendosi con i mezzi di trasporto disponibili. Se questo accade ancor
oggi e la vecchia posta continua a viaggiare per il mondo, la forma
epistolare appare però piuttosto in crisi; ma allo stesso tempo fax,
e-mail e messaggi sui cellulari sembrano dar luogo ad una prepotente
resistenza della scrittura, per via telematica e digitale. E’ certo
comunque che scrivere o leggere una e-mail è qualcosa di molto diverso
dallo scrivere o leggere una lettera tradizionale: oltre alla velocità,
c'è uno statuto diverso della scrittura e della comunicazione stessa.
Il recente libro di Maria Luisa Doglio, L'arte delle lettere. Idea e
pratica della scrittura epistolare tra Quattro e Seicento permette
di affacciarsi su alcuni grandi esempi di scrittura epistolare italiana
nel periodo trattato (il tempo lungo delle grandi modificazioni da cui
è sorto il mondo moderno). L'autrice aveva già esplorato un "genere"
di particolare interesse nel volume Lettera e donna. Scrittura
epistolare al femminile tra Quattro e Cinquecento (Bulzoni, Roma
1993); seguendo i caratteri della scrittura delle lettere nella fase
storica considerata, mettendo in luce il rilievo sociale e culturale che
essa assunse, i modelli che essa elaborò e diffuse, il nuovo libro ci
invita a porre qualche domanda sul destino attuale della pratica
epistolare, sui modelli che si svolgono nei nostri messaggi viaggianti
sugli schermi, senza più buste e senza più mezzi fisici di trasporto.
Dieci i casi presentati, dall'umanista Enea Silvio Piccolomini (poi papa
Pio II), che ha affidato alla scrittura epistolare latina (lettera al
giurista Mariano Sozzini del luglio 1444) una novella che ebbe grande
fortuna, nota come la Storia di due amanti , al barocco Emanuele
Tesauro, autore del trattato Arte delle lettere missive (stampato
nel 1674). In questo viaggio nel tempo incontriamo scrittori notissimi
(in primo piano gli eccezionali epistolari di Machiavelli e Tasso) e
scrittori meno noti, scritture private e scritture ufficiali, lettere
scritte per "informare" e "formare", senza alcun
intento di raccolta a stampa e lettere scritte per "costruire e
pubblicare un libro". In questa molteplicità di scritture si danno
mutamenti consistenti dell'idea stessa della lettera, del suo stile,
della sua funzione, del suo uso. Il grande umanista Giovanni Pontano,
che scrive lettere sia in latino che in volgare, sia a nome proprio che
a nome del principe (come segretario del re di Napoli), giunge a fare
della lettera una sorta di "manifesto", di vero e proprio modello
ideologico.
Matteo Maria Boiardo usa nelle lettere modi burocratici, da vero e
proprio "funzionario" collocandosi su di un terreno opposto a quello
dell'invenzione fantastica del suo Orlando innamorato. Niccolò
Machiavelli, che pure ha compilato una fittissima serie di lettere come
segretario della seconda cancelleria della Repubblica di Firenze, nella
sua corrispondenza privata si affida ad una "varietà" di materia e di
registri, che gli permette anche di farne un luogo "della costruzione
dell'immagine di sé" e della propria riflessione politica. Nel corso
del Cinquecento si diffonde la tendenza a raccogliere le lettere volgari
in libri a stampa, sia antologie di autori diversi, che raccolte di
autori singoli: e in particolare le antologie (come quella qui studiata
del piemontese Stefano Guazzo) tendono ad offrire modelli di scrittura,
veri e propri repertori di temi e di formule molto ricercati dal
pubblico.
Il fittissimo epistolario del Tasso è invece quasi un modo di esistenza
personale, radica la lettera nell'autobiografia, ne fa una sorta di
diario intimo, di ostinata difesa di se stesso, di dialogo con le
proprie ossessioni: per il grande poeta le lettere giungono ad assumere
una vera e propria presenza fisica, e anche il loro smarrimento può
essere fonte di angoscia, al punto che egli arriva a sospettare che
certe lettere gli possano essere sottratte da un "folletto" (da cui
nella sua malattia egli crede di essere insidiato). Arrivando al
Seicento, si giunge infine alla lettera come "palestra" per
"esercitare l'ingegno", luogo di proliferazione metaforica e di invenzione
artificiale: e sullo sfondo si affacciano i vastissimi epistolari del
Settecento, la nuova diffusione che in quel secolo avrà la scrittura
delle lettere, strumento essenziale della nuova cultura "critica",
della conversazione e dell'investigazione razionale, come in seguito dei
più vari abbandoni sentimentali (e non a caso il Settecento vedrà il
trionfo del genere del romanzo epistolare).
Non so se possa accadere che il nostro scrivere attuale, i nostri
velocissimi messaggi digitali assumano, nel tempo, i caratteri di
un'arte dalla vicenda così ricca e complessa come quella illustrata
dalla Doglio: ma è certo comunque che, rispetto a quella tradizione,
essi si appoggiano non solo su strumenti diversi, ma su una nozione ben
diversa del tempo e dello spazio della scrittura e del loro rapporto con
il tempo e lo spazio della vita. I messaggi rapidi e immateriali che
affidiamo alla nostra trionfante tecnologia e che essa ci scarica
addosso, per la loro stessa rapidità e per il loro stesso proliferare,
sembrano in effetti evaporare e perdersi nell'atto stesso in cui si
danno, non sembrano mirare a nessuna possibile arte: la stessa
comunicazione sembra annullata dalla sua inflazione, dal suo perpetuo
circolare.
Giulio Ferroni

Oralità,
concisione, assenza di sintassi: le caratteristiche di una scrittura
"allegra"
di Michele A. Cortelazzo (Professore di Grammatica italiana
all’università di Padova)
Ogni
giorno in Italia vengono scambiati oltre dieci milioni di Sms (Short
message service), i messaggini che vengono trasmessi attraverso i
telefonini e vengono visualizzati nel display del cellulare. Un fenomeno
comunicativo imponente, nonostante i diminutivi che ho dovuto usare per
descriverlo; e tanto imponente quanto volatile: dei milioni di
messaggini non resta alcuna traccia durevole. I maggiori utilizzatori
degli Sms risultano essere i giovani sotto i 25 anni, quelli che, si
dice, non sanno, o non amano, scrivere.
A prima vista la diffusione dei messaggini parrebbe sancire la rivincita
di Theuth, il dio egizio inventore della scrittura. Dopo che per anni la
parola scritta sembrava destinata a un futuro sempre più marginale,
soppiantata dalla comunicazione audiovisiva a distanza, ecco che lo
sviluppo tecnologico (prima il fax, poi l'e-mail, adesso gli Sms)
ridanno valore alla scrittura. Ma alcuni aspetti tecnici degli Sms ci
devono spingere alla cautela. I messaggini non possono superare i 160
caratteri; digitare un messaggio dalla tastiera di un telefonino è
molto più lento e faticoso di quanto non lo sia dalla tastiera di un
computer. Ecco allora che gli Sms sono per loro natura brevi,
brachilogici, poco strutturati. In positivo possono essere una
provvidenziale scuola di sintesi e un'occasione per sviluppare la
creatività, escogitando ogni mezzo possibile per dire di più nel minor
spazio; in negativo, possono essere il luogo in cui domina la fatuità,
la comunicazione rapida e occasionale.
È noto (ne ha dato qualche esempio anche Severgnini sul Corriere del 5
agosto) che si è costituita una forma codificata di scrittura
abbreviata, che utilizza, oltre agli scorciamenti delle parole e alle
sigle, numeri, segni grafici e piccole immagini costruite con i segni
della tastiera. Tanto per fare un esempio, tra i più semplici che si
possono costruire: "C 6 scem8? :-) Xché non vuoi venire alla
festa? :-( Quando T C metti 6 proprio 3mendo. Mandami 1 msg, dimmi qcosa.
Mi sento xsa. TVTB" (Che vuol dire, 135 caratteri contro 222: «Ci
sei, scemotto? (Lo dico bonariamente). Perché non vuoi venire più alla
festa? (Questo mi rende triste). Quando ti ci metti sei proprio
tremendo. Mandami un messaggio, dimmi qualcosa. Mi sento persa. Ti
voglio tanto bene). La grafia corrente ha cercato, insomma, di fare i
conti con la brevità e, utilizzando tecniche analoghe a quelle degli
amanuensi che dovevano scrivere fogli e fogli di manoscritti, è stata
creata una forma di scrittura compendiata, le cui regole sono condivise
dai partecipanti alla comunicazione.
Dal punto di vista materiale siamo davvero di fronte a un recupero della
scrittura; ma da un punto di vista più profondo la rivincita della
scrittura è sicuramente limitata. La scrittura dei messaggini mima
prepotentemente l'oralità, sia per quel che riguarda le caratteristiche
linguistiche, sia per quel che riguarda gli scopi comunicativi per cui
viene usata.
Gli accorciamenti nella realizzazione delle parole, la elementarità
della sintassi, l'ampia presenza di contenuti impliciti, considerati
scontati dagli interlocutori, sono tratti dell'orale più che dello
scritto. La trascuratezza di grafia e punteggiatura e la velocità di
scambio degli Sms non fanno che riproporre le caratteristiche di
trascuratezza e di "allegro" tipiche dei dialoghi parlati, in
primo luogo quelli giovanili. La mimesi dell'oralità è esemplarmente
evidenziata dall'uso di icone come :-) per "felice" o :-( per
"triste" che indicano l'atteggiamento, lo stato d'animo con
cui si emettono i messaggi: esattamente quello che nell'oralità si
realizza con la gestualità e la mimica (e non per nulla le icone sopra
riportate, ruotate di 90 gradi, rappresentano, in forma stilizzata, un
viso felice o triste). Ed anche la funzione comunicativa dei messaggini
è la stessa di molti scambi orali: una comunicazione fàtica (una
comunicazione che serve soprattutto a dire "ci sono, ti penso, mi
sento legato a te, sono come te"), più che una comunicazione
informativa (quale c'è, comunque, in una parte dei messaggi, quelli del
tipo "ci vediamo alle 3 al solito posto").
La valenza fàtica di molti messaggini è estremizzata in un'altra
abitudine invalsa negli adolescenti utilizzatori dei cellulari: quella
dello squillo. Si chiama il cellulare di un amico e poi si spegne dopo
il primo squillo. In questo modo resta comunque memorizzato nel
cellulare del ricevente il numero del chiamante: segnale silente, ma
inequivocabile, e gratuito, di un legame tra persone amiche, anche se
lontane. Un grado zero della comunicazione, ma un modo di esprimere
vicinanza affettiva molto significativo per i partecipanti a questo
nuovo gioco comunicativo.
Le caratteristiche linguistiche e comunicative dei messaggini ci fanno
capire bene perché la nuova tecnologia ha attecchito soprattutto tra i
giovani: perché permette loro di riprodurre, anche a distanza, le
caratteristiche di fondo del loro parlato: un parlato che vuole essere
prima di tutto uno strumento per tenere legato il gruppo, e per legarsi,
o tenersi legati, ad esso; un parlato ricco di smozzicamenti sintattici
controbilanciati da un'alta velocità di eloquio, con una forte
significatività della componente gestuale; un parlato che utilizza da
tempo tratti "economici", come lo scorciamento delle parole
lunghe (dai classici "prof" e "rinco", ai nomi
propri di persona "Vale", "Stefi" e via andando, e a
quelli di luogo, "Pity" per Pitigliano o "Cone" per
Conegliano, ai vari "raga" per ragazzi, "palla",
pallacanestro e così via).
La riproposizione di queste caratteristiche del parlato giovanile aveva
già trovato accoglienza in alcuni tipi di testi scritti, nelle lettere
e soprattutto nelle cartoline tra amici e, ancor più, nei bigliettini
che gli studenti (è inutile negarlo, di tutti i tempi) si scambiano più
o meno di soppiatto tra i banchi di scuola. Ecco: i messaggini del
cellulare sono l'espressione, tecnologicamente evoluta, proprio di
questa forma testuale. I contenuti trasmessi sono più o meno gli
stessi, le forme linguistiche anche, le dimensioni pure. I giovani
possedevano da tempo le tecniche per scambiarsi messaggi rapidi, fàtici
più che informativi, simili a battute di dialogo. Avevano solo bisogno
di uno strumento per nobilitare e moltiplicare questa consolidata
capacità. Il telefonino gliel'ha fornito.
Il povero Theuth non può quindi festeggiare la propria rivincita, se
non sul piano quantitativo: per quanto graforroici possano essere stati,
nei banchi (anzi nei sotto-banchi) di scuola, i giovani studenti
italiani, è difficile ipotizzare che si scambiassero dieci milioni di
bigliettini al giorno.

Il
gergo e le icone dei messaggi abbreviati
LE
CIFRE
Sms sta per "Short message service" e indica i messaggi
scritti inviati con il telefono cellulare. Non possono superare i 160
caratteri e costano tra le 195 e le 250 lire. Solo in Italia, se ne
spediscono circa 10 milioni al giorno. Il record, però, è degli
adolescenti finlandesi: 200 Sms a testa al giorno.
L’USO
Gli Sms sono molto amati dai giovani tra i 16 e i 25 anni. Ma sono anche
usati sul lavoro, informalmente, tra colleghi o anche per comunicare
orario e luogo di conferenze e incontri. Presto anche il Fisco italiano
utilizzerà gli Sms per segnalare le scadenze del pagamento delle tasse
ai contribuenti che ne faranno richiesta.
TRA AMICI
"Dove 6?" (Dove sei?)
"Sono a Vrn" (Sono a Verona)
"C 6 scem8?"(Ci sei scemotto?)
"Xché non vuoi venire alla festa?" (Perché non vuoi venire
più alla festa?)
"Mandami 1 msg, dimmi qcosa" (Mandami un messaggio, dimmi
qualcosa)
"Ci vediamo alla uni in biblio" (Ci vediamo all’università
in biblioteca)
TRA FIDANZATI
"Quando non C 6 mi sento Xsa" (Quando non ci sei mi sento
persa)
"TVTB" (Ti voglio tanto bene)
"Baci amo" (Baci amore)
"Quando T C metti 6 proprio 3mendo" (Quando ti ci metti sei
proprio tremendo)
"6 tu che non vai bene X me"
(Sei tu che non vai bene per me)
"Mi hai r8" (Mi hai rotto)
LE ICONE
Gli "emoticons", icone delle emozioni, sono più
comunemente chiamate "faccine". Eccone alcune delle più
diffuse:
:-) Sono felice
:-( Sono triste
:-P Linguaccia
;-) Occhiolino
0:-) Angelo
:- Indifferenza
:-0 Ohi!
:-D Sorriso
:-* Bacio
:-x Bocca cucita
:’( Lacrima
;- Ammiccamento

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