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appunti
Le salsicce, anche
cotte, non sono ammesse
Al carcere penale Due Palazzi
di Padova c'è un cartello che spicca tra i vari comunicati nell'ingresso
riservato ai familiari dei detenuti. Dice: "Le salsicce, anche cotte,
non sono ammesse". Al Due Palazzi c'è un progetto credo
unico in Europa: un telegiornale fatto da detenuti. "Sei qui per insegnarci a
scrivere?" "E' un tg ridicolo, il nostro" dicono sempre. "Non abbiamo quasi immagini di repertorio, abbiamo pochissimi permessi per girare immagini all'esterno. Di certe cose di sicuro non ci farebbero parlare e, cosa più buffa di tutte, se succede qualcosa in carcere noi non lo sappiamo se non dai giornali!" "Qualcuno legge gli articoli di
Adriano Sofri?" chiedo. Li leggono in molti. Ho provocato un attento silenzio. "L'altra volta mi sono sgolato per parlare della curiosità. Ecco un bell'esempio: pensate a questo rapporto fra la realtà percepita e la libertà reale. La fonte della notizia diventate voi, la vostra sensibilità, il vostro quotidiano sentire, il vostro forzato vivere. Non è questo che volete portare fuori da queste mura?" |
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La scrittura, se sei detenuto in Italia, è
principalmente il mezzo con il quale puoi avere le cose: tutto passa per
una formale richiesta scritta, nota in gergo come "domandina"
(tutto è -ino, in carcere). Tutta la tua persona passa per un pezzo di
carta sul quale scrivi quello che vorresti, quello di cui hai bisogno. Nella poca privacy della cella magari scrivi anche per te, ma il mezzo non ha alcun fascino: vedi i suoi limiti di diffusione, le tue magari scarse capacità, e tutto questo si riflette in scritti che toccano il cuore di qualunque qualità siano, perché non nasconderebbero neanche se lo volessero un disperato bisogno di comunicazione. Mi aspettavo, in un ambiente come il
carcere, di fronteggiare vagonate di retorica, poesia come valvola di
sfogo, rimorsi o rivendicazioni spasmodiche a malapena esprimibili a
parole. L'interesse per la sintassi, per un modo
di scrivere diverso da finalizzare ad una lettura in video, è durato
poco: è stato fagocitato e pressoché dimenticato una volta visto che le
cinque doppie vù del giornalista, o il padroneggiare meglio i tempi
televisivi li portava a migliorare la qualità del loro tg, certo, ma poco
altro. "Mauro, io leggo tanto, e mi piace
scrivere, Ma non riesco a collegare le cose. Fuori di qui mi riusciva, e
mi diceva qualcosa" Scrivere alla famiglia può diventare una
fatica improba: il mezzo-scrittura rivela troppi limiti. |
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Mi è capitato di comunicare in modo
profondo, senza quasi accorgermene, con la redazione del tg. E' successo
quando, in un paio di occasioni, mi sono arrabbiato di brutto, quando in
pratica ho rivelato senza schermi la sincerità delle motivazioni che mi
facevano essere lì.
In particolare una volta ho dato fuori di
matto perché lo speaker aveva preso il vezzo di dire "agevoliamo il
servizio" per lanciare i contributi filmati, come soleva fare
Iachetti a Striscia La Notizia, non so se lo facciano anche altri. Ho sentito una quindicina di cervelli (di anime?) aprirsi, mi sono sentito nudo. E in imbarazzo: a che pro gridare? In quel momento, invece, gridare si è rivelato un mezzo giusto. Non perché in carcere solo così ti puoi far sentire, ma perché in quel modo sono riuscito a staccarmi dalla processione di operatori, educatori, psicologi, volontari che scandiscono le poche ore fuori dalla cella dei detenuti. Ho mostrato al di là di formule e schemi che al loro/nostro lavoro ci tenevo, che volevo creare un contatto tra persone. Comunicare. La salsiccia, per un attimo, è stata ammessa. Su un altro sito del carcere Due Palazzi, trovate la Guida alla Scrittura Giornalistica di Stefano Brugnolo e i racconti di donne e uomini che in carcere hanno scoperto "l'importanza e il piacere di raccontarsi". Mauro Mongarli, nato
nel 1965 a Porto Marghera, è scrittore, pubblicitario, triatleta ironman.
Pagina aggiornata il
18.8.02 |