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appunti
si
scrive cultura, si legge tortura?
Immaginate di avere sotto gli occhi un comunicato aziendale che riporta, tra le altre, questa informazione: La Commissione per la Mobilità Esterna e Interna (CMEI) svolge il ruolo di intermediario quando un impiegato rischia il licenziamento a seguito di ristrutturazione e se necessario fornisce aiuto per la ricerca di un nuovo posto di lavoro. Ora provate a rispondere a questa domanda: "Quali sono i due modi in cui una CMIE aiuta gli impiegati di un'azienda?". Se avete risposto senza problemi, giù il cappello: fate parte di una minoranza fortunata. Il test che
avete appena superato era uno dei più difficili tra quelli sottoposti ad
un campione di 3.000 italiani tra i 16 e i 65 anni. Secondo questa indagine, condotta dal Centro Europeo dell'Educazione di Frascati, il 34%
della popolazione è "al limite dell'analfabetismo", mentre il
31% possiede un patrimonio alfabetico "limitato". Tra l'autunno e
l'inverno, tenendo bene in mente queste considerazioni, ho visitato in
rapida successione tre delle mostre principali di Bologna 2000. |
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Alla
Galleria d’Arte Moderna "L’ombra della
ragione. L’idea del sacro nell’identità europea" propone
oltre cento opere di alcuni tra i protagonisti dell’arte novecentesca.
All’ingresso mi viene fornito solo un comunicato stampa che riassume la
mostra in due pagine. Del catalogo, in vendita, non è possibile avere in
visione una copia durante la visita (come sarà anche per le altre due
mostre).
Così,
ad esempio, nel caso dell’artista Joseph Beuys i cartellini di cinque
opere posizionate in orizzontale su due pareti sono collocati in verticale
sul pilastro centrale della sala: l’effetto estetico complessivo,
bisogna dirlo, è piuttosto gradevole, ma se non si sa il tedesco e non si
conoscono già a menadito le opere di questo artista diventa difficile
anche solo associare un titolo a ciascuna opera. Provo
ad orientarmi mettendo in collegamento ciò che vedo (delle opere) con ciò
che leggo (dei cartellini), ma l’impresa è resa ancora più ardua dal
fatto che si tratta nella maggior parte di creazioni "senza titolo".
Così i miei dubbi sono destinati a rimanere insoluti: sulle pareti, le
opere, bisogna guardarle da destra o da sinistra? E sul pilastro, i
cartellini, bisogna leggerli dall’alto o dal basso? Ma
non mi scoraggio e provo a chiedere aiuto alle due paginette che mi hanno
dato all’ingresso. L’unica notizia che ne ricavo è che nelle opere di
Beuys si
esprime una sensibilità affondata in tensioni utopiche e idealistiche,
che privilegiano la trasmissione di contenuti anche eversivi subordinando
i principi formali all’efficacia del messaggio. Una
frase del genere, temo, farebbe sentire analfabeta ben più del 34% degli
italiani. Non
mi arrendo ancora e decido di approfittare dell’unico computer messo a
disposizione dalla Galleria per consultare il
cd-rom della mostra. Cerco le opere di Beuys ma anche qui i
titoli originali non sono tradotti e invece della agognata spiegazione
trovo una breve frase dell’artista (la stessa per tutte le opere, stile
cioccolatino). Allora clicco sul profilo dell’artista e scopro che
"nella sua opera si esprime una sensibilità affondata in tensioni
utopiche e idealistiche, che privilegiano la trasmissione di contenuti
anche eversivi…": dov’è che l’ho già sentita? Uscendo
dalla Galleria d’Arte Moderna mi viene in mente un libro di Bruno
Munari.
C’era una foto di un bel vecchio intabarrato, uno di quei vecchi che
abitano nei piccoli paesi e ti guardano con un’aria tra il dispettoso e
l’interrogativo. Commento dell’autore: In fondo lui vorrebbe capire il mondo dell’arte. Le sue idee sono confuse, a scuola gli hanno insegnato che l’arte è una certa cosa. Nella vita trova invece che c’è una moltitudine di cose che vengono spacciate per arte ma che lui non è in grado di capire. Dubita di ciò che gli hanno insegnato, diffida di ciò che vede. […] Perché la critica d’arte non lo aiuta a capire? Milioni di persone sono come lui: contadini e contesse, notai e dirigenti di industria, vescovi e cantautori. Invece di fare dell’esibizionismo culturale, certa critica potrebbe umilmente parlare a questa gente.
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"Communication",
ospitata da Palazzo Re Enzo, si autodefinisce una "mostra
interattiva sulla storia e sulle tecnologie della comunicazione",
che coniuga "rigore scientifico e passione divulgativa".
All’ingresso ricevo un dépliant con la mappa della mostra e un
comunicato stampa di una facciata. Nella
sezione documentaria sono esposti un centinaio di pezzi d’epoca (radio,
telefoni, fonografi, macchine cifranti), ma a parte le scarne notizie
storiche sulle tappe della loro invenzione non trovo nessuna spiegazione,
per quanto elementare, sui meccanismi di funzionamento. Neanche del
telegrafo senza fili riesco a capire qualcosa di più, nonostante gli sia
dedicato un approfondimento particolare curato dalla Fondazione Guglielmo
Marconi. L’unica
spiegazione che riesco a rintracciare sui famosi esperimenti bolognesi del
1895 è contenuta nella didascalia di una foto: L’antenna
è composta da un palo di legno alla cui sommità sono sospesi quattro
cubi di latta che rappresentano una capacità elettrica e sono collegati a
un conduttore elettrico che essendo isolato lungo il palo forma
un’induttanza. La capacità e l’induttanza formano il gruppo
oscillante detto LC. Sul
rigore scientifico non posso pronunciarmi, ma quanto a passione
divulgativa, ho il sospetto, si potrebbe fare qualcosa di più. Per
sfuggire al complesso di inferiorità che prima o poi in questi casi
assale chi non ha mai preso più di sei in matematica non mi resta che
provare a giocare con i venticinque exhibits, le
"macchine interattive" che "spiegano – con
materiali, tecnologie e linguaggi apparentemente
'semplici'– alcuni passaggi nella storia più recente della ricerca
scientifica sulle comunicazioni” (così recita il dépliant, eccetto il
mio corsivo irriverente). In
effetti la maggior parte di questi exhibits
sono realmente semplici, ma si limitano a mostrare in modo episodico dei
fenomeni particolari, ad "esibirli" come dice appunto la radice latina
del termine inglese. Più che a spiegare, insomma, questi giochi servono a
destare la nostra curiosità, come quello che fa esclamare: "Che strano!
Se parlo qui, stando vicino alla parabola, mi puoi sentire anche laggiù a
10 metri!". |
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Al termine della ricognizione,
senza avere la pretesa di stilare giudizi, si può almeno concludere che
nella grande mole di lavoro richiesta dall’organizzazione di una mostra la
qualità della comunicazione scritta tende ad essere piuttosto trascurata. Quando nella scrittura dei testi che saranno letti dai visitatori non si considera quanti di loro hanno dimestichezza con l’italiano colto, quanti conoscono i termini tecnici di una disciplina, o quanti parlano le lingue straniere, quei testi anziché "comunicare" un sapere, anziché metterlo in comune, lo "privatizzano", riservandolo solo a chi già lo possiede.
Mai
mettere da parte la paura di essere chiari. Primo
Levi lo suggeriva con quieta saggezza: Non si dovrebbe scrivere in modo oscuro, perché uno scritto ha tanto più valore, e tanta più speranza di diffusione e di perennità, quanto meglio viene compreso. (Dello scrivere oscuro, in Id., L’altrui mestiere, Torino, Einaudi, 1985, p. 50) E
a ricordarci di essere chiari c'è anche l’urlo del pallanuotista morettiano:
Bastaaa!
Le parole sono importanti!
Vittorio
Ferorelli, classe 1971, pubblicista, lavora all’Istituto
per i Beni Culturali della Regione Emilia-Romagna come redattore ed editor
della rivista IBC. Informazioni, commenti, inchieste sui beni
culturali.
Pagina aggiornata il
19.5.01 |