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di Susan Sontag 18 dicembre 2000 Leggere romanzi mi sembra del tutto normale, scriverli, invece, tanto strano... lo penso finché poi ricordo a me stessa quanto le due cose siano strettamente correlate. (Niente generalizzazioni blindate, solo qualche osservazione). Primo, perché scrivere è esercitare, con particolare intensità e attenzione, l'arte del leggere. Scrivi per leggere ciò che hai scritto, per vedere se va bene e, visto che non è mai così, riscriverlo una, due, quante volte ci vogliono per farlo diventare qualcosa che puoi sopportare di rileggere. Sei il tuo primo, forse più severo lettore. "Scrivere è arrogarsi il diritto di giudicare se stessi", scrisse Ibsen sul risvolto di copertina di uno dei suoi libri. Difficile immaginare di scrivere senza rileggere. Ma quello che si scrive di getto davvero non va mai bene? Certo che sì, persino più che bene, tanto da suggerire, almeno a questa scrittrice, che a guardar meglio, o a voce alta, cioè rileggendolo, potrebbe ancora migliorare. Non dico che lo scrittore debba logorarsi per produrre qualcosa di buono. "Ciò che è scritto senza sforzo
non si legge in genere con piacere" disse il Dr. Johnson, e la
massima sembra lontana dal gusto contemporaneo quanto il suo autore.
Molti scritti prodotti senza sforzo danno sicuramente un grande piacere.
No, il problema non è il giudizio dei lettori, che preferiscono forse
opere più spontanee, meno elaborate, ma quello che pensano gli
scrittori, questi professionisti dell'insoddisfazione. Pensi: se riesco
ad arrivare a questo livello al primo tentativo, senza troppa
difficoltà, non potrei fare ancora meglio? Mettiamo invece che vada bene. Perché va bene, a volte (in caso contrario un giorno o l'altro impazziresti). Ecco fatto, anche se scrivi a mano più lentamente di chiunque altro e sei pessimo a dattilografare, hai aperto un sentiero di parole e vuoi andare avanti, così lo rileggi. Forse non osi esserne soddisfatto, ma nello stesso tempo ti piace quello che hai scritto. Ti ritrovi a gustare con piacere, un piacere da lettore, quello che c'è sulla pagina. Scrivere in fondo non è altro che fare a te stesso una serie di concessioni, permettendoti di esprimerti in un certo modo. Di inventare. Saltare. Volare. Cadere. Di trovare il tuo proprio modo di narrare e di affermare, di trovare cioè la tua libertà interiore. Di essere severo senza farti troppo male. Di non fermarti troppo spesso a rileggere. Di continuare a remare, quando osi pensare che stia andando bene (o non troppo male), senza aspettare la spinta dell'ispirazione. Gli scrittori ciechi non possono certo rileggere ciò che hanno dettato. Forse non è un grosso problema per i poeti, che spesso hanno nella mente gran parte delle loro opere prima di mettere qualsiasi cosa sulla carta. (I poeti si affidano all'orecchio ben più di quanto facciano i prosatori.) Non poter vedere non significa che non si faccia opera di revisione. Come non immaginare che le figlie di Milton abbiano riletto al padre, ad alta voce ogni sera le parti di Paradiso perduto che lui dettava per poi annotarne le correzioni? Ma i prosatori, che lavorano tra cataste di parole non possono tenere tutto a mente. Hanno bisogno di vedere quello che hanno scritto. Deve essere così anche per gli scrittori all'apparenza più capaci di comunicare, più prolifici. (Così Sartre, divenuto cieco, annunciò la fine della sua carriera di scrittore.) Pensiamo al grande, venerabile Henry James, che passeggia su e giù per una stanza a Lamb House mentre detta The golden Bowl ad una dattilografa. Lasciando da parte la difficoltà ad immaginare come James abbia potuto dettare in assoluto la sua ultima prosa, e per giunta al ticchettio infernale di una Remington del 1900, non c'è forse da presumere che James abbia riletto il dattiloscritto, e sia stato prodigo di correzioni? Quando tornai ad ammalarmi di cancro, due anni fa, e dovetti smettere di lavorare a In America, ormai quasi terminato, un gentile amico di Los Angeles, che mi sapeva disperata e preoccupata di non poter mai più finire il libro, si offrì di prendere un periodo di aspettativa dal lavoro e di venire a stare con me a New York per tutto il tempo necessario a dettargli il resto del romanzo. E' vero, i primi otto capitoli erano pronti (cioè riscritti e riletti molte volte), avevo iniziato il penultimo e sentivo di avere in mente l'arco completo dei due capitoli finali, eppure... eppure dovetti respingere la sua offerta, per quanto generosa e commovente. Non fu solo per il fatto che ero già troppo confusa da dosi massicce di chemioterapici e di antidolorifici per ricordare che cosa avevo in mente di scrivere. Dovevo essere in grado di vedere che cosa avevo scritto, non semplicemente di sentirlo. Dovevo poter rileggere. La lettura
precede di solito lo scrivere e l'impulso a scrivere è quasi sempre
scatenato dalla lettura. Leggere, l'amore per la lettura, è quello che
ti fa sognare di diventare scrittore. E dopo che lo sei diventato,
leggere libri scritti da altri e rileggere i tuoi libri preferiti,
rappresenta un'irresistibile distrazione dallo scrivere. Distrazione.
Consolazione. Tormento. E, sì, ispirazione. Naturalmente non tutti gli
scrittori lo ammetteranno. Ricordo che una volta parlando con V.S.
Naipaul ho fatto accenno ad un romanzo inglese del diciannovesimo secolo
che adoravo, e che pensavo lui ammirasse altrettanto, come tutti gli
appassionati di letteratura che conoscevo. Invece no, mi disse che non
lo aveva letto, e notando un'ombra di meraviglia sul mio volto aggiunse
severo: "Sono uno scrittore, Susan, non un lettore."
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