PUBBLICITÀ / IL NUOVO
RINASCIMENTO Lo spot al tempo
del WEB Testimonial a sorpresa. Grande ironia.
Forti emozioni. Globalità. Inglese a profusione. È la
creatività ispirata da Internet. La racconta una famosa
esperta di comunicazione colloquio con Anna Maria Testa
- di Jacaranda Falck
Il ghigno volpino di Giulio Andreotti, ritratto in
penombra, e sopra la scritta: "Credeva di aver visto già
tutto", ma non sapeva che "Internet logora chi non ce l'ha",
per il nuovo portale della Diners. Un cagnolone boxer col
pannolino che si guarda
indietro con sguardo languido
per www.Excite.it: "Il mondo che vorrei". E infine Peppino,
sconosciuto ottantenne turco, scelto su un catalogo per fare
da testimonial al motore di ricerca Virgilio.
Sono loro
i nuovi idoli degli internetnauti. Altro che Megan Gale e
Naomi Campbell. Le nuove star della pubblicità al tempo di
Internet, il sex-appeal non sanno neanche dove sta di casa. È
la nuova creatività, dicono alcuni. È una sorta di
rinascimento pubblicitario dopo l'appiattimento mediatico
degli ultimi anni, dicono altri. Sarà, ma ultimamente in
diversi settori merceologici, soprattutto nell'universo legato
alla Rete, spot e annunci bizzarri sono sempre più frequenti.
Un ventata di ironia e di fantasia. Di tutto ciò abbiamo
parlato con Annamaria Testa, da 20 anni una delle creative di
punta del mercato italiano, docente di comunicazione alla
Libera università di lingue e comunicazione di Milano e
autrice di "Farsi Capire" (Rizzoli), un manuale sull'arte
della comunicazione in libreria da meno di un
mese.
La pubblicità di Giulio Andreotti per
www.DiNetClub.com ha aperto un dibattito. Dopo automobili e
telefonini l'universo di Internet sta diventando uno dei
motori del mondo della pubblicità e lo sta cambiando a
fondo.
«Per capire cosa sta succedendo tra i creativi
dobbiamo fare un passo indietro. La comunicazione persuasiva,
che è alla base di qualsiasi messaggio pubblicitario, è
un'arte antica. Nasce nel V secolo avanti Cristo, prende il
nome di retorica e viene via via sviluppata e affinata nel
corso dei secoli...».
Ma cosa c'entra questo con
Andreotti e Diners?
«È semplice. La citazione
eccellente è da sempre uno dei pilastri della comunicazione
persuasiva. Fin dall'antichità lo si è usato per promuovere le
proprie tesi. "Lo dico io, ma lo dice anche Calindri", ai
tempi del Cynar. "Lo dico io, ma lo dice anche Marlon Brando o
Woody Allen o Nelson Mandela" per la Telecom del Duemila. Il
metodo rimane immutato, cambiano solo i
protagonisti».
Fino a oggi, però, il sistema dei
testimonial faceva ricorso a personaggi più commerciali:
Lorella Cuccarini per le cucine Scavolini, Naomi Campbell per
Martini, piuttosto che Paul Cayard per gli orologi... Mai si
erano utilizzati volti tanto bizzarri e
controversi...
«La pubblicità, così come ogni altra
forma di comunicazione, non lancia mai segnali univoci, ma
somme di segnali che costituiscono un messaggio. La prima
regola di un buon comunicatore è far sì che i suoi
interlocutori si accorgano che sta dicendo loro qualcosa. E
questo ora, visto l'affollamento pubblicitario, è un bisogno
più che mai attuale. La pubblicità della Diners, così come le
altre, fa proprio questo. Si fa vedere, e se per farlo c'è
bisogno della faccia di Andreotti, allora ben venga».
Insomma, secondo lei non siamo di fronte a una
rivoluzione del modo di comunicare?
«Non credo. Le
ultime grandi rivoluzioni nel mondo della pubblicità sono
avvenute già da tempo. La prima nell'immediato dopoguerra,
quando in Italia è sbarcata la pubblicità realizzata dalle
grandi agenzie professionali. La seconda a metà degli anni
Settanta con la scomparsa del Carosello e infine 5 anni dopo
con la nascita delle prime televisioni private. In quel
periodo siamo passati dal Carosello agli spot pubblicitari
come li intendiamo oggi: in altre parole, da storie di due
minuti a micro-racconti di trenta secondi. Questo ha provocato
un vero e proprio cambio di espressività».
In che
senso?
«È stato un po' come l'avvento della minigonna.
Quando Mary Quant la lanciò, fu una rivoluzione che coinvolse
per intero l'universo della moda. Insieme alla lunghezza delle
gonne cambiarono gli accessori, le scarpe, le proporzioni del
vestire e non solo. Addirittura le donne cambiarono modo di
camminare e di sedersi. Lo stesso è accaduto in pubblicità.
Quelli che vediamo oggi sono solo micro-movimenti. Piccole
scosse d'assestamento dopo il grande terremoto».
E
quali sarebbero questi micro-movimenti?
«Alla fine
degli anni Ottanta abbiamo assistito alla riscoperta dei buoni
sentimenti, stile Mulino Bianco. Nei primi anni Novanta, con
la nascita degli hard-discount, gli spot hanno riportato
l'attenzione sul prezzo. L'universo di Internet oggi, di pari
passo ad alcuni beni di largo consumo, sta riscoprendo l'uso
del paradosso e dell'ironia. Ma anche questo se andiamo a
vedere non è altro che una vecchia forma di
persuasione».
Torniamo dunque al passato...
«Per
l'appunto. L'uso della battuta, il far ridere, è da sempre una
delle più forti chiavi di seduzione. Lo teorizzavano già
Aristotele e Cicerone ai loro tempi, non abbiamo scoperto
niente di così nuovo».
Uno degli altri punti forti
della web-pubblicità è l'utilizzo dei cosiddetti messaggi
evocativi. Spot come quello di Tiscali fanno ricorso per la
prima volta a suoni e immagini totalmente slegati dal
prodotto. Siamo di fronte a un nuovo fenomeno di
comunicazione?
«Assolutamente no. È solo un processo
evolutivo. Noi comprendiamo due tipi di linguaggio: uno
digitale, rappresentato dalle parole e uno analogico, fatto di
suoni e immagini. Spesso si tende a sottostimare la componente
analogica dei messaggi, che invece è importantissima.
Pubblicità come quella di Tiscali hanno il merito di aver
capito questa regola semplice. Per riuscire a vendere un
prodotto, ormai bisogna suscitare delle emozioni. Occorre, in
altre parole, acchiappare il cliente nella pancia. Il
messaggio pubblicitario altrimenti è banale. Che cosa si può
dire di nuovo su una macchina, su un telefonino o su un
portale: che è buono? Che è bello? Che costa poco? Tutto
questo è già stato detto e ridetto. Ecco, quindi, che si
utilizzano altri strumenti, più raffinati».
A proposito
di raffinatezze, una delle principali caratteristiche di
Internet è la sua globalità, anche linguistica. Una globalità
che si sta riflettendo pure sulle pubblicità. Sono sempre più
numerosi gli spot in inglese, per esempio. Cosa ne pensa?
«Anche qui bisogna guardare al messaggio nascosto:
quando sentiamo qualcuno parlare in inglese pensiamo subito:
"È internazionale, è moderno". Poco importa se comprendiamo
quello che dice. Oppure proviamo un senso di soddisfazione.
Ecco, anche in questo caso siamo di fronte a messaggi
evocativi, che vanno nel profondo. E proprio per questo sono
sempre più efficaci».
Anche in questo caso stiamo
parlando solo di trucchetti pubblicitari?
«Già. ma in
fondo uno dei maggiori pregi della pubblicità è proprio quello
di studiare i suoi destinatari prima di lanciar loro un
messaggio. I pubblicitari osservano il loro pubblico, lo
segmentano in stili di vita, ossia in modelli che sono
trasversali al sesso, all'età e alla condizione
socio-economica; a quel punto riescono a parlare a ogni gruppo
con un linguaggio comprensibile. Sembra una stupidaggine, ma
non lo è. Prendiamo la politica: il grosso handicap dei nostri
politici è quello di non riuscire a farsi comprendere. Pochi,
infatti, sanno che il 50 per cento degli italiani capisce poco
più di sette mila parole. Poi un giorno arriva un tale Umberto
Bossi che usa nei comizi il linguaggio delle osterie, dei bar
e la folla impazzisce per lui. Perché, finalmente, riesce a
capire cosa sta dicendo. Semplice, ma efficace».
(22.06.2000) torna
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