LA BUSTINA DI MINERVA
Lo strano caso delle palle del topo. Come leggere le traduzioni
all'indietro
Un sintomo del nostro disagio, a Ue ormai avanzata, di fronte alla pluralità delle lingue
Umberto Eco
La posta elettronica ha attecchito anzitutto negli ambienti universitari, prima negli
Stati Uniti e poi in tutto il mondo, e ancor oggi credo che sia nel giro accademico e
scientifico che conta il maggior numero di utenti.
Con la posta elettronica, che permette di girare un messaggio a moltissimi indirizzi in un
colpo solo (e invitare ciascun destinatario a fare altrettanto, dando così vita alle più
grandi catene di Sant'Antonio della storia) si è diffuso un altro simpatico vezzo
accademico, lo scambio di facezie, dalla barzelletta nuda e cruda al giochino linguistico
più sofisticato. Non si può più raccontare una storiella a un collega che quello ti
risponde che l'ha già ricevuta per e-mail.
Nelle ultime settimane i più severi studiosi della penisola sono stati coinvolti nella
faccenda delle palle del topo. Tutti gli utenti di computer sanno che il "mouse"
è quell'aggeggio con il quale si trasmettono comandi al computer senza usare la tastiera,
e che alla base del mouse vi è di solito un foro da cui spunta una pallina, che ruota a
mano a mano che noi muoviamo il mouse. Ruota oggi e ruota domani, la pallina tende a
sporcarsi, e talora diventa insensibile. Per il ché occorre estrarla dal mouse, pulirla,
e poi rimetterla nella propria sede naturale.
Salvo che "mouse" in inglese significa topo, e se qualcuno volesse dire topo
invece di mouse ecco che potrebbero venirne fuori serie di istruzioni di questo genere:
«Se il vostro topo ha difficoltà a funzionare correttamente, o funziona a scatti, è
possibile che esso abbia bisogno di una palla di ricambio. A causa della delicata natura
della procedura di sostituzione delle palle, è sempre consigliabile che essa sia eseguita
da personale esperto. Prima di procedere, determinate di che tipo di palle ha bisogno il
vostro topo. Per fare ciò basta esaminare la sua parte inferiore. Le palle dei topi
americani sono normalmente più grandi e più dure di quelle dei topi d'oltreoceano... La
protezione delle palle dei topi d'oltreoceano può essere semplicemente fatta saltare via
con un fermaglino, mentre sulla protezione delle palle dei topi americani deve essere
prima esercitata una torsione in senso orario o antiorario... Si raccomanda al personale
di portare costantemente con sé un paio di palle di riserva, così da garantire sempre la
massima soddisfazione ai clienti».
Molto divertente, come si vede, e bene inventata. Salvo che questa istruzione, attribuita
alla Ibm, è certamente falsa. Essa arriva in e-mail preceduta dalla seguente spiegazione:
«Il mouse si chiama in francese "souris", in spagnolo "raton", in
tedesco "maus" e solo da noi, invece di "topo", "mouse". Gli
americani della Ibm non lo sapevano e così hanno tradotto un loro manuale di istruzioni
distribuito in tutte le filiali del mondo, tra cui quella italiana».
Il fatto è che la Ibm avrebbe potuto ignorare i risultati osceni della traduzione, solo
se in inglese "mouse" non volesse ugualmente dire topo (l'aggeggio è stato
chiamato così proprio perché ricorda la sagoma di un topino) e "ball" volesse
dire solo palla o pallina e non anche, come da noi, testicolo. Quindi la Ibm non avrebbe
scritto un testo inglese innocente che poi, tradotto in italiano, diventava malizioso, ma
avrebbe scritto un testo maliziosissimo anche in inglese, il che non pare verosimile.
Pertanto questa pseudo-traduzione è un falso.
Il bello è che chiunque se ne potrebbe accorgere ritraducendo all'indietro dall'italiano
in inglese. A parte il fatto che la falsità del messaggio è dovuta al fatto che per
sostituire eventualmente quella pallina non occorre affatto un esperto, ma può farlo
anche un bambino. Ora, ammettiamo pure che molti dei dotti ritrasmettitori del messaggio
si siano benissimo resi conto del trucco, e abbiamo fatto finta di nulla perché la cosa
era in ogni caso divertente. Ma ecco che trovo la faccenda del topo diventata notizia sul
numero di luglio del mensile "Focus", e la storia viene presentata come un
tipico incidente di traduzione automatica. Quindi, o i redattori del giornale avevano
mangiato la foglia, ma hanno presentato la notizia come vera (perché non l'hanno
pubblicata nella rubrica delle barzellette, "Flash", bensì nella rubrica
"Prisma Computer"), nel qual caso il loro comportamento non sarebbe stato
giornalisticamente corretto, il che è impensabile; oppure l'hanno presa per buona, e
l'hanno comunicata ai lettori in buona fede - così come in buona fede, suppongo, me
l'hanno comunicata molti illustri colleghi (tranne quelli che l'hanno trasmessa avvertendo
che forse si trattava di leggenda metropolitana, e altri noti per la loro mistica della
malafede).
Perché mi soffermo su un incidente tutto sommato minore? Perché mi pare un sintomo del
disagio in cui a Unione europea ormai avanzata, affrontiamo ancora la realtà della
pluralità delle lingue e dei problemi della traduzione.
(01.07.1999) |